Gli eroi son tutti giovani e belli, cantava Guccini e ben prima di lui pensavano i Greci (lì erano pure buoni, ma lasciamo stare). Lo stesso sostanzialmente vale per le rockstar – inteso in senso lato – in un mondo così conformista, borghese pur essendo tramontata la borghesia, ontologicamente corretto e ipocrita. Ecco allora che quei ribelli che arrivano a spezzare l’ordine costituito ispirano naturale benevolenza, e gliene si lascia passare un po’ di tutti i colori specie finché sono in forze.

 

Il problema però è quando gli eroi o nel nostro caso le rockstar invecchiano. Lì le alternative sono due: o hanno dei contenuti umani in grado di alimentare la narrazione (come nel caso dello splendido Cantona), o nel caso contrario diventano stucchevoli come Zlatan Ibrahimovic. Il punto allora non è tanto l’arroganza dello svedese, quanto il fatto che con il passare degli anni quella arroganza sia diventata letteralmente patetica.

 

Senza voler fare le verginelle, possiamo tranquillamente sostenere che una volta la superbia era in fondo giustificata dal dominio fisico, tecnico e dalle vittorie di Ibra: detto più chiaramente, se lo poteva permettere. Gli era concesso mandare a fanculo i giornalisti, lasciar intendere di essersi portato a letto le loro mogli, erano comunemente accettati con un sorriso anche gli insulti ad avversari, allenatori, compagni, dirigenti e via discorrendo.

“Mi chiedi cosa sono questi graffi in faccia? Non lo so, dovresti chiederlo a tua moglie” (a un malcapitato giornalista svedese).

 

Ibrahimovic statua

Ibrahimovic a Malmo, per l’inaugurazione della sua statua (9 Ottobre 2019)

 

Adesso però Ibrahimovic è una maschera da commedia che nemmeno è diventata tragedia, ma semplicemente non fa più ridere. Questa continua egolatria, tra dichiarazioni imbarazzanti, statue e mancanze di rispetto, è diventata francamente grottesca.

 

Un conto era il 2015 quando, ancora in forma e competitivo, vinceva il premio virtuale “il più grande buffone del mondo dello sport”, istituito dall’ Equipe; altro discorso si impone oggi in cui dal palcoscenico degli States, e dopo essere stato scaricato dai suoi stessi compagni di Nazionale che finalmente senza di lui si sentivano una squadra, rilascia dichiarazioni scomposte e irrispettose.

“Se rimango, andrà bene per la Mls perché tutti la guarderanno. Se invece me ne vado, nessuno ricorderà cos’è la Mls. Per me giocare qui è come allenarmi. Lo stadio è troppo piccolo per me, per disturbarmi ci devono essere molte più persone. Sono abituato a giocare di fronte a 80.000 tifosi. Questa, in confronto, è una passeggiata al parco”

 

Il gestaccio di Ibra ad un tifoso dopo l’eliminazione dei suoi Galaxy dai play off

 

E allora basta con la narrazione da bomber, non per una reazione moralista ma semplicemente perché Ibrahimovic non se la può più permettere, non può più sostenerla. Secondo molti già nella parentesi spagnola, in cui affermava che il Barca si era comprato una Ferrari e la guidava come una Fiat, Ibra appariva quanto meno fuori luogo (anche perché quando se ne andò lui il Barcellona rivinse la Champions, come l’Inter in seguito al suo addio, e la modesta Svezia ha ottenuto un insperato risultato mondiale dopo la sua esclusione).

“Lui è un egoista, un individualista sia come persona che come giocatore. Noi invece siamo un gruppo”. (Karl-Johan Johnsson, secondo portiere svedese, in un’intervista rilasciata a Main Opposée)

Coincidenze? Non lo sappiamo. L’unica nostra certezza è che il calcio resta uno sport di squadra, e gli unici in grado di piegare questa regola fondamentale sono eroi giovani e forti (non per forza belli). Oggi al contrario Ibrahimovic appare un po più patetico ad ogni dichiarazione, e ci ricorda quel vecchio al bar convinto di poter dare una lezione ai giovanotti troppo scalmanati che disturbano la sua forzata solitudine.