Nell’ambiente delle corse veniva considerato l’astro nascente. Invece, la vita di Ignazio Giunti termina il 10 gennaio 1971 in Argentina, durante la 1000 chilometri di Buenos Aires. Una morte che evidenzierà l’assenza di regole chiare nella gestione delle corse. La fine improvvisa del pilota romano diventa un caso/denuncia che costringerà i decisori a rivedere le regole della sicurezza in Formula 1. Agli amanti delle corse resterà comunque lo sconforto per la perdita di un campione in crescita di cui pochi hanno ancora memoria.

 

 

 


Natural born driver


 

Se vieni da famiglia altolocata, di norma verrai considerato un miracolato o giù di lì. Ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che ce l’hai fatta solo perché hai soldi e conoscenze. Eppure Ignazio Giunti, talento ne ha. Classe 1941, rampollo di aristocratica famiglia romana, nutre da sempre la passione per i motori. È adolescente ma ha già le idee chiare: diventerà un pilota di Formula 1. Ha in sé tutti i fattori X necessari per sfondare. Coraggio di osare, razionalità per programmare, una certa freddezza quando serve.

 

 

La famiglia Giunti non è d’accordo con la scelta. Dunque, per arrivare in alto Ignazio sa che dovrà fare tutto da solo. L’ostilità parentale è qualcosa che può rendere le persone ciniche, dure e spietate. Anche uno come Niki Lauda ha conosciuto una serie di dinieghi importanti, in famiglia. L’idea di avere un figlio pilota viene mal digerita da una famiglia di banchieri viennesi. Per questo motivo, il giovane Lauda dovrà affinare caratteristiche come autocontrollo, assenza di scrupoli, mancanza di empatia verso il prossimo.

 

Giunti non sarà mai così: una sensibilità spiccata e un tratto signorile e premuroso verso i collaboratori non andranno mai in conflitto con un senso ferreo della disciplina.

 

Qualità, quest’ultima, che farà posare su Ignazio gli occhi di un uomo di successo e molto navigato nell’ambiente. Uno che riconosce la qualità umana e professionale anche a chilometri di distanza: Enzo Ferrari. Il Drake è uomo abituato a guardare oltre le apparenze e nota subito nel pilota romano una padronanza del mezzo, unita a una sobrietà nei comportamenti oggi sconosciuta a qualsiasi personaggio di spicco. Due aspetti che da soli non fanno ancora un campione, ma che possono completare il profilo, quando il talento c’è.

 

 

 


La gavetta


 

A 20 anni, Ignazio inizia con le cronoscalate. La prima macchina è una Alfa Romeo Giulietta TI presa a noleggio. Risultati apprezzabili, l’anno successivo debutta nelle competizioni su pista a Vallelunga. Passano due anni di “apprendistato” e nel 1964 il pilota si piazza secondo nel Campionato italiano. Disputerà diverse gare in Europa con la Fiat-Abarth 850 TC del team Bardahl, continuando a essere imbattibile sul circuito romano. Il soprannome “reuccio di Vallelunga” sarà esaustivo in tal senso. Nel 1966, Giunti partecipa al campionato italiano di Formula 3, ottenendo il terzo posto al Circuito del Mugello con la Giulia GTA.

 

 

Nel 1967 Giunti vince con la GTA la categoria turismo del Campionato europeo della montagna, mettendosi definitivamente in luce e approdando nella categoria sport prototipi. Nella stessa stagione fa suo il Campionato italiano per vetture sport, finisce secondo alla Targa Florio e quarto alla 24 ore di Le Mans. Enzo Ferrari lo accoglie a Maranello. Il 1970 è l’anno cruciale: vince la 12 ore di Sebring con la 512 S, ottiene il secondo posto alla 1000 chilometri di Monza e i terzi posti alla Targa Florio e alla 6 Ore di Watkins Glen. Sono risultati che aprono a Ignazio Giunti le porte della Formula 1, al volante della Ferrari 312 B.

 

Ignazio Giunti alla guida di una splendida rossa (Foto Pinterest)

 

 


Il debutto in Formula 1


 

Avviene il 7 giugno 1970 in Belgio sul circuito di Spa-Francorchamps, uno dei più complicati del circus. L’esordiente termina al quarto posto. Ferrari è felice, sa di avere trovato un buon motore e un driver di prospettiva. Nella stessa stagione disputa altre tre gare. Non va a punti ma si guadagna la riconferma per l’anno successivo. Il 30 agosto Ignazio Giunti compie 29 anni. Quella domenica di fine estate a Roma non è una giornata qualsiasi. Viene liberato dal carcere di Regina Coeli l’attore Walter Chiari, in arresto da mesi con l’accusa di consumo e spaccio di cocaina.

 

 

Nella stessa giornata avviene un fatto di cronaca nera che apre uno spaccato inquietante sulla cosiddetta “Roma bene”: il ricchissimo e potente marchese Camillo Casati Stampa uccide con un’arma da fuoco sua moglie Anna e Massimo Minorenti, il giovane amante della donna. Poi si suicida. La vicenda, molto più perversa e intricata di un semplice dramma della gelosia, porterà allo scoperto un giro di rapporti sessuali promiscui cui il marchese spingeva la moglie. Relazioni torbide e occasionali che si verificavano sotto il suo sguardo voyeuristico.

 

 

Una fitta rete che per un momento sembrerà coinvolgere anche nomi eccellenti: gente dello spettacolo, imprenditori, politici e sportivi di allora. Ignazio Giunti pensa ad altro ma la settimana successiva al compleanno una tragedia scuote il mondo della Formula 1. Durante le prove di qualifica del sabato, il 5 settembre muore a Monza l’austriaco Jochen Rindt, leader della classifica mondiale. Alla fine della stagione Rindt, che al momento del decesso aveva un buon vantaggio di punti sul ferrarista Jackie Ickx, sarà l’unico campione mondiale postumo nella storia iridata delle quattro ruote.

 

 

 


La tragedia


 

Buenos Aires, domenica 10 gennaio 1971. Sono circa le 10 di mattina locali quando è in corso di svolgimento la 1000 chilometri. Ignazio Giunti, che gareggia in coppia con un altro compagno di equipaggio, l’italiano Arturo Merzario, è saldamente al comando. Al giro 38, il francese Jean-Pierre Beltoise su Matra, esaurisce il carburante in prossimità dell’ultimo tornante prima del rettilineo principale. Beltoise decide così di raggiungere i box spingendo a mano la sua vettura. In prossimità dell’ultima curva a sinistra il pilota francese corregge la traiettoria della vettura che sta piegando troppo verso il centro della pista, spostandosi al fianco della sua Matra. L’obiettivo è quello di girare il volante.

 

Proprio in quel momento passano Giunti e l’inglese Mike Parkes. L’italiano sta per doppiare Parkes quando, affrontato l’ultimo tornante prima del traguardo, i due si ritrovano in traiettoria la Matra che Beltoise sta spingendo a mano.

 

Parkes riesce a evitare l’impatto infilandosi nello spazio tra la Matra e il cordolo interno, per Giunti non c’è scampo. La Ferrari colpisce il retro della macchina del francese e carambola lungo il rettilineo dei box per oltre 150 metri. Poi la vettura prende fuoco con il pilota all’interno. A seguito delle ustioni di terzo grado riportate, alle 14,40 di quella domenica, Ignazio Giunti è ufficialmente dichiarato morto. Anche un fotografo presente sopra la terrazza dei box perde la vita dopo essere precipitato a terra per via dell’enorme calca che si era formata nella zona dell’incidente.

 

 

Le sequenze dell’incidente

 

 


L’inchiesta


 

Dopo l’incidente il settimanale italiano Autosprint apre una inchiesta serratissima, portando avanti una campagna mediatica per arrivare a stabilire nuove regole sulla sicurezza nel mondo delle corse. L’allora direttore Marcello Sabbatini è amico personale di Giunti e vuole andare fino in fondo. Nell’occhio del mirino finiscono i commissari e il direttore di gara Juan Manuel Fangio, che non si erano opposti formalmente alla manovra di Beltoise. Una manovra allora considerata normale, sebbene già vietata dai regolamenti. Il pilota francese a un certo punto cercherà di giustificarsi: «Giunti ha commesso un errore di calcolo e di manovra, io stesso sono vivo per miracolo».

 

Dall’America Mario Andretti sarà lapidario: «La fine di Ignazio è dovuta ai sistemi di sicurezza inadeguati adottati in Europa e sugli autodromi sudamericani. Negli USA Giunti non sarebbe mai morto in circostanze simili».

 

La morte di Ignazio Giunti resta a suo modo nella storia della sicurezza nelle corse. Arturo Merzario, compagno di team della vittima, dirà anni dopo: «Quell’episodio servì per aprire una riflessione. Travagliata, dolorosa ma priva di preconcetti. Fu uno degli episodi capisaldi in cui si cominciò a riflettere sugli errori compiuti. Per il resto Beltoise fu vittima delle circostanze. In quei tempi, se non riportavi la macchina ai box, anche se a spinta, il tuo team ti fucilava. Per questo compiango Ignazio, era un amico, e nello stesso tempo capisco Jean-Pierre».

 

 

Da allora il problema della sicurezza dei piloti diverrà centrale per la Formula 1, malgrado le troppe morti in diretta tv che tanti milioni di spettatori dovranno ancora vedere nel corso dei decenni successivi. E se ora le cose sono migliorate, si può dire che il sacrificio di Giunti non è stato vano. Il suo, come quello di altri piloti. Ma nel frattempo il nostro Paese avrà perduto un campione che avrebbe dato sicure soddisfazioni. Una macchina italiana con un pilota italiano, accoppiata perfetta. Non sarà così.