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10 Marzo 2024

Il ciclismo italiano non sa più vincere

Una crisi che appare irreversibile.

Domenica 3 ottobre 2021, in quella landa grigia e desolata posta al confine tra Francia e Belgio tira un vento gelido che taglia il volto in due. Dentro un antico velodromo, un ragazzo di Desenzano sul Garda scatta sulla sua bici. Il viso è letteralmente coperto di fango. Il cuore va a mille, le gambe mulinano senza freno. Quel ragazzo taglia il traguardo in volata e, una volta sceso dal suo “destriero”, scoppia a piangere a pochi metri dall’arrivo. Il racconto della vittoria di Sonny Colbrelli alla Parigi–Roubaix di tre anni fa non può rimanere dentro poche righe.

Epica pura, che meriterebbe ben altro spazio, ma che occorre citare per addentrarsi dentro “il” problema della bicicletta nostrana. Il ciclista bresciano, ritiratosi per problemi cardiaci nel 2022, è entrato di diritto nella galleria delle istantanee iconiche di questo sport. Sporcato, bistrattato, additato eppure ancora vivo. Un ciclismo che sta entrando in una nuova dimensione, fatta di sfide all’ultima incollatura grazie a una generazione di campioni pronti a darsi battaglia tra corse in linea e a tappe.

Un ottimo segnale, dopo un periodo di stasi. Dentro questo quadro idilliaco per il tifoso vi è una pecca colorata di tricolore. Un vuoto che si allarga con il passare del tempo. Uno strappo che non sembra ricucirsi. Il trionfo di Colbrelli, celebrato per sommi capi qui sopra, è anche il simbolico funerale del ciclismo italiano. “Houston, abbiamo un problema!” direbbero gli astronauti rivolti alla Nasa. Qui, però, siamo nel Belpaese delle Alpi e delle Dolomiti, della Milano–Sanremo e del Giro d’Italia. Di Coppi, Bartali, Gimondi, Pantani e mille altri ancora. Un Paese che ha dimenticato il pedale e non ha saputo creare una fiorente nidiata di idoli.



“Quando eravamo re” è il titolo del miglior documentario sportivo di sempre, assieme a “Il Profeta del Gol”. E potrebbe anche andare a genio per narrare una storia ormai lontana. Dentro la seconda decade del Terzo Millennio la bici abita svariate latitudini, ma non la nostra. Lo Stivale nudo assiste alla venuta dei vari Van der Poel, Evenopoel, Van Aert, Pogacar, Vingegaard e altri ancora. Una crisi che nasce da lontano e basta ricordarsi che, nel 2012, a vincere la Corsa Rosa fu il carneade canadese Hesjedal. Ottimo mountain biker, ma proveniente da una terra che ha sempre sfornato campioni di hockey più che ciclismo.

Per troppo tempo ci siamo aggrappati a quella enorme foglia di fico che portava il nome di Vincenzo Nibali. L’ultimo grande d’Italia, capace di competere ai massimi livelli nelle corse a tappe e nelle classiche di un giorno. Giro, Tour e Vuelta, impresa per pochissimi. La Sanremo con il primo sole a primavera e il Lombardia quando le foglie muoiono attorno alla salita del Ghisallo. “Lo Squalo” si è ritirato e ha lasciato un vuoto profondo in questa disciplina. Si vive di ricordi e nemmeno troppo freschi, mentre la bicicletta si apre alla globalizzazione. Mondiali in Qatar, la Corsa Rosa che parte da Israele, le grandi classiche prede di esotici outsider.

Basti pensare al trionfo dell’eritreo Girmay alla Gand–Wevelgem del ‘22 o ai successi in serie dei ciclisti australiani (per tradizione storica, vedi alla voce “Canada”). I lettori ci perdonino la digressione “wikipediana”, ma i dati, di tanto in tanto, aiutano a delineare meglio il contesto generale. Nel secondo decennio del secolo, l’Italia delle due ruote conta una Roubaix (quella di Colbrelli) e un Giro del Piemonte, edizione 2023, firmato Andrea Bagioli, un giovane di cui speriamo di poter riparlare. Il resto è una tabula rasa che lascia spazio agli assi del Nord Europa.

La nuova casa dei big di questo sport, visto che anche i rivali di sempre, spagnoli e francesi, stanno vivendo un periodo di flessione che assomiglia molto al nostro.

Scorrere gli albi d’oro delle classiche un tempo appuntamenti della fu Coppa del Mondo, piuttosto che leggere gli iridati ai mondiali, porta un dolore duro da cicatrizzare. Possibile che, in un lasso di tempo che va dalla generazione dei Basso e dei Savoldelli sino a quella degli Aru e dei Nibali, il centro del pianeta ciclistico novecentesco non sia stato in grado di partorire non certo un fenomeno, ma perlomeno un outsider degno di battagliare contro belgi e olandesi sulle strade di mezzo mondo?

ciclismo italiano
Cycle Michael (1896), Henri de Toulouse, esposto al The Art Institute of Chicago

Siamo giunti al punto di aspettare i tre grandi Giri con lo stesso sguardo dello spettatore annoiato di fronte alla replica di qualche vecchia pellicola in tv. L’emozione dura lo spazio di una ascesa pirenaica, ma l’adrenalina cala quando non si scorge la bandiera tricolore dentro il “peloton” in fuga. A memoria, stiamo attraversando il periodo più buio del ciclismo di casa nostra. Da un secolo, infatti, siamo sempre stati in grado di gettare nella mischia nomi poi diventati di grosso calibro, con pause brevi, atte a far crescere predestinati e futuri assi. Giovani gregari che diventavano capitani. Un ricambio generazionale ininterrotto. Una catena che si è spezzata una decade fa e pare che nessun “meccanico” sia in grado di sistemarla. Restiamo a bordo strada in attesa dell’ammiraglia.

“Il tempo passa e tu non passi mai” griderebbero i Negramaro. Maledetti millennial che non ci pensano nemmeno a soffrire sul sellino dentro una torrida giornata agostana, che ne so, sulle curve dell’Alto dell’Angliru o a ingoiare polvere tra il pavè umido della foresta di Arenberg. Gli sport ora sono “E” ovvero electronics e per non inveire contro i drogati da smartphone dobbiamo tirar fuori un paio di nomi. Di Bagioli si è già detto. Per le volate, puntiamo tutto su Jonathan Milan. Oro olimpico in pista nell’inseguimento a squadre, si è scoperto gran velocista.



Al Giro ‘23 ha dato un assaggio di quel che potrà fare e noi non ci resta che sperare e ringraziare Nostro Signore che il ragazzo sia nato al di qua del confine italo–sloveno di poche decine di chilometri, altrimenti avrebbe rinvigorito le fila dei vari Roglic e Pogacar. E in montagna? Piatto piange, amici miei. Lorenzo Fortunato, eroe dello Zoncolan 2021 e Alessandro Covi, una vittoria al Giro, potranno alzare il livello per competere con i migliori? Difficile a dirsi, come capire che fine farà la carriera Giulio Ciccone, per ora a metà del guado. Ottimo scalatore, eppur non basta per azzannare le ruote dei Bernal e dei Carapaz.

Le soddisfazioni, il rovescio di una medaglia che è stata a lungo oscurata dalla strada, vengono dalla pista. Elia Viviani e Filippo Ganna. Due nomi, giusto per capire chi comanda nei velodromi. Europei, Mondiali, Giochi Olimpici. Soprattutto quest’ultimi, che arriveranno a tre anni da quel duello contro i danesi nell’inseguimento a squadre che ancora ci commuove di gioia. Parigi eccoci! E che Filippo possa ancora trainarci alla medaglia d’oro.



Lui che ha zittito i belgi al mondiale fiammingo del 2021, salendo sul gradino più alto in mezzo agli idoli di casa Van Aert ed Evenopoel. Lui che in corsa sprona i compagni di squadra con il piglio del comandante e che ora, a detta di molti grandi ex, pare pronto a trasformarsi in animale da classiche. Le volate non possono bastare, soprattutto se hai tra le mani l’unico vero fenomeno di una generazione povera. Ganna ha nelle gambe la Sanremo e il Fiandre. E poi, vista la trasformazione di Van der Poel da biker a uomo da asfalto puro, val la pena tentare l’azzardo. Perché noi tifosi italiani siamo stanchi di vedere gli altri alzare le mani sul traguardo. O di leggere sui giornali “un azzurro tra i primi dieci, buona la prova della nazionale ai Mondiali”.

D’altronde, siamo pur sempre il Paese che ha espresso i due “Campionissimi” Girardengo e Coppi. Quello da dove giungeva Maurice Garin, lo “spazzacamino di Arvier”, italien di Francia e primo vincitore della Grand Boucle. Di Felice Gimondi, umano capace di duellare con il Dio Merckx e uno dei pochi eletti a batterlo. E poi Moser, Saronni, Bugno, Argentin e il Pirata, di cui ricorreva pochi giorni orsono il ventennale della sua tragica scomparsa. Una carrellata di poster che non può finire annacquata nell’anonimato di un’era che ha lasciato ai nostri il ruolo di invisibili gregari. Serve un cambio di passo. Un’accelerata in salita degna del miglior Gilberto Simoni. Altrimenti, citando un inno a questo sport cantato dal Principe De Gregori, “dietro la curva del tempo che vola”, di eroi azzurri non ne scorgeremo più per tanto tempo.


Le ultime vittorie tricolori alle Classiche e ai Grandi Giri:

Parigi – Roubaix: Sonny Colbrelli (2021)

Milano – Sanremo: Vincenzo Nibali (2018)

Gand – Wevelgem: Luca Paolini (2015)

Giro delle Fiandre: Alberto Bettiol (2019)

Amstel Gold Race: Enrico Gasparotto (2016)

Freccia – Vallone: Davide Rebellin (2009)

Liegi – Bastogne – Liegi: Danilo Di Luca (2007)

Giro di Lombardia: Vincenzo Nibali (2017)

Parigi – Tours: Matteo Trentin (2017)

Trofeo Laigueglia: Giulio Ciccone (2019)

Freccia Brabante: Sonny Colbrelli (2017)

Milano – Torino: Diego Rosa (2015)

Giro del Piemonte: Andrea Bagioli (2023)

Hamburg Cyclassic Cup: Elia Viviani (2019)

Clasica San Sebastian: Leonardo Bertagnolli (2007)

Tirreno – Adriatico: Vincenzo Nibali (2013)

Campionati Europei: Sonny Colbrelli (2021)

Campionati del Mondo: Alessandro Ballan (2008)

Giochi Olimpici: Paolo Bettini (2004)

Giro d’Italia: Vincenzo Nibali (2016)

Tour de France: Vincenzo Nibali (2014)

Vuelta a España: Fabio Aru (2015)


Foto di copertina da Pixabay

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