Il “pupone”, il gladiatore che abbandona la sua Roma e tutti i tifosi che avevano pianto al suo addio al calcio giocato; il “plebeo” operaista un po’ comunista Sarri che sbarca alla Juve, primo domicilio conosciuto del potere calcistico italiano. Non è il castello dei destini incrociati, non è fantacalcio. E’ la realtà, la banalissima realtà, con buona pace di chi come il solito Veltroni non perde occasione di esibire, lui romano tifoso juventino, la solita melassa di buoni sentimenti: a suo stucchevole giudizio, a Totti, avrebbero dovuto dare “un ruolo reale e responsabilità tecniche definite. Il nuovo Milan richiama Maldini e Boban, la Fiorentina si ripromette di farlo con Batistuta, il Chievo affida la presidenza a Pellissier. Tutti cercano di cucire passione e bilanci, risultati e sentimento. Il calcio moderno è la sintesi di emozione e business. Mai solo l’una, mai solo l’altro. Non capirlo è sintomo di lontananza assoluta dall’organo che, nel calcio, conta molto più dei piedi: il cuore” (Corriere della Sera).

 

L’impostura del calcio, il grande inganno è tutto qui, nel pensare (o peggio ancora, nel far finta) di poter rimettere il cuore al centro del campo. A Veltroni, (che tra parentesi dalla sua listina di vecchie glorie riesce nell’impresa di dimenticare Antognoni), non basta evidentemente fare film per le sale che nessuno gli produrrebbe se non si chiamasse Veltroni; no, da perfetto specialista del predicare bene e razzolare male pretende anche di farsi il film che più gli piace, banale come quelli in pellicola e come quelli lontani da una realtà di cui al contrario Sarri si mostra pragmaticamente consapevole, quando dice che “L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero” (lo dice ora, eh, perché è lo stesso Sarri che due anni fa minacciava di querelare coloro che osavano ritenere possibile un suo passaggio alla Juventus).

 

C’era una volta…

E’ lo stesso film che si era voluta fare la Treccani celebrando il “sarrismo, definito “l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo”, sinonimo di genialità calcistica e sanguigna fusione con la tifoseria. Quella prestigiosa etichetta è già carta straccia, roba degna di Malagrotta. E probabilmente un film si fa anche Andrea Sarubbi su Il Foglio (giornale specialista di ideologiche battaglie, tutte miseramente perse) definendo Sarri, con quella misura che è propria del quotidiano fondato da Ferrara, “il migliore degli umani, il totem, il maestro sommo di calcio, il rivoluzionario”.

 

Con i buoni sentimenti non si fa buona letteratura, diceva Gide, ma non si fa nemmeno un buon servizio all’informazione. Con buona pace di Totti, il titolo “No alla Roma senza romani” (Il Messaggero) ha lo stesso valore che può avere “no alla Fiorentina senza fiorentini” o “no all’Inter senza interisti”: zero. Non sto dicendo che il cuore sia come l’amore secondo il Berlusconi di quella vecchia barzelletta (“un’invenzione di comunisti per scopare gratis”), sto dicendo semplicemente che in questo calcio il cuore è diventato da tempo ostaggio del sistema, il fragile vessillo di un mondo dove soldi, interessi e ignoranza sono sempre andati a braccetto; sto dicendo che se le istituzioni e le società hanno sempre fatto poco o nulla per arginare il tifo violento riparandosi dietro l’autoconsolatorio refrain “quelli non sono sportivi” è perché la loro comunicazione non ne può farne a meno. Se fosse stato davvero solo il cuore a ispirare la conferenza stampa di Totti forse non l’avrebbe fatta in una sede istituzionale come il CONI, ente pubblico che dovrebbe tenersi il più lontano possibile da argomenti riguardanti singole società. La somma, come diceva Totò, non farà il totale, ma se si aggiungono il futuro più che incerto allo stesso CONI del presidente Malagò, le bordate di Totti a una società dove a dargli retta solo un calciatore pazzo potrebbe aver voglia di trasferirsi e gli immancabili riferimenti a “soggetti interessati al club”, qualche conclusione potremmo anche tirarla. Il cuore in certi casi, da vessillo può trasformarsi anche in grimaldello.

 

Il mondo del pallone della retorica dei buoni sentimenti non può fare a meno. Non può fare a meno né della retorica né delle esagerazioni, vere quinte di uno spettacolo le cui regole sono sempre meno sportive e sempre più televisive. Tira via se non si capisce che il primo gol di Chiesa contro la Spagna è stato fortunato (la conclusione, non certo la preparazione); tira via se si pensa seriamente che Dzeko e Lukaku possano davvero giocare insieme; tira via se si continua a parlare di Pogba con entusiastica ammirazione e di De Bruyne con malcelata sufficienza; tira via se Allegri dice irrisorio per dire irridente trascinando nell’errore anche qualche telecronista Sky. I problemi piuttosto stanno altrove. Stanno in un controllo che non esiste (gli scorsi campionati B e C più chiaro di così non potevano dirlo, e la storia del Palermo lo ribadisce con forza), stanno in una giustizia sportiva che fa acqua da tutte le parti (in un anno 63 ricorsi presentati e 63 ricorsi vinti, lamentava giorni addietro Lotito); stanno in un’informazione televisiva oltremodo indulgente con le società; stanno nei contatti sempre molti stretti tra giornalisti e procuratori, fornitori privilegiati di dritte non esattamente disinteressate (in tempi di mercato come questi, poi, le esagerazioni sono a mitraglia, inversamente proporzionali alle notizie ufficiali), stanno in una televisione isolante, chiusa di fatto a ciò che avviene fuori del campo e anche sugli spalti, se non per esibire qualche decorazione a inizio partita, per significare appunto i colori del cuore.

 

Mino Raiola: un uomo dal cuore grande

 

E’ un degrado di cui c’è poco da stupirsi. Viviamo in un Paese dove un giornalista del maggior tg nazionale (Matano, Tg1 RAI) tutt’altro che restio a mostrarsi via social si ritrova da gestire il sabato sera (sempre su Rai1) il suo “gruzzoletto” di voti da assegnare “sotto le stelle” all’improvvisato ballerino di turno (premiando spesso proprio quel Razzi che ha fatto del suo meglio per screditare quel che resta della politica); stessa identica destinazione -e forse non è un caso- del direttore de “Il Corriere dello sport” Zazzaroni, protagonista giovedì scorso della classica intervista “riparatoria” in cui, inforcati i canonici occhiali rosa shocking, si riepilogano le glorie dell’ex direttore tecnico della Fiorentina Pantaleo Corvino reduce fresco fresco dal cartellino rosso mostratogli dall’uomo forte della new Fiorentina, quello col nome che parla da solo: Joe Barone. Più che un’intervista, una confessione, appunto, “riparatoria” rispetto alla cronaca (raccontata il giorno prima da New York) dell’incontro risolutivo per il fu plenipotenziario leccese dei Della Valle, cui non era rimasto altro che piegarsi alla volontà della nuova proprietà americana, intenzionata a quanto sembra a richiamare Pradè.

 

Da conservare l’incipit di Zazzaroni: “Mi telefona alle 10 del mattino, il tono è grave ma la voce non la alza mai”; come il titolo, del resto, “Tanto paga Pantaleo”. Fantastico perché Corvino, famoso a Firenze non solo per il suo simil-italiano ma anche per gli urli, viene subito incastonato in una dimensione umana troppo umana, “piegato e addolorato”, “ma anche incazzato” (non sia mai!), con lista acclusa dei fiorentini cattivi: “chi voleva fare il direttore e poiché sfigato e incapace stava a casa. I procuratori dei quali non avevo preso gli assistiti. Chi non ho assunto come addetto stampa. Chi non lavorava più nella Fiorentina e chi avrebbe voluto lavorarci, ecc. ecc.”. Insomma, il solito complotto. Il povero Corvino, tanto abbacchiato da telefonare al comprensivo Zazzaroni, a quel punto poteva dire quel che voleva, poteva far mettere nero su bianco il film che più gli piaceva, molto diverso -che ve lo dico a fare- da quello visto dai fiorentini sotto la sua doppia gestione. Anche lì, a Firenze, i Della Valle (sulla cui gestione mai ho sentito volare una mosca su Sky), dopo averlo ignorato per anni, ricorsero al “cuore” Antognoni come ultima carta, come ultimo scudo nei confronti di una tifoseria affranta più ancora che amareggiata. E ora il neo proprietario Commisso ha già espresso il desiderio non di trovare un altro Batistuta, ma di richiamare proprio quello, l’originale. A fare cosa non importa. L’importante è metterci il cuore.