E’ sempre difficile per un appassionato individuare il momento esatto in cui il calcio ha contaminato irrimediabilmente la propria vita. Il dio pallone, per stravolgere l’esistenza di milioni di persone, non adotta una strategia precisa: può tanto conferire dall’alto il prestigioso incarico a pochi eletti – i fuoriclasse -, quanto intervenire in prima persona, giacendo nell’angolo di un garage, certo che prima o poi sarà trovato (e preso a calci) da un bambino. La leggenda narra per finire che in seguito a quell’incontro il bambino sognerà, a torto o a ragione, di diventare un calciatore. I nati verso la metà degli anni ’80 sono stati dei privilegiati da questo punto di vista. L’avvento di Roberto Baggio, il calciatore italiano più amato di sempre, ha rappresentato una sintesi tra le richiamate tecniche seduttive, che hanno trovato il loro punto di fusione in una notte magica, il 19 giugno del 1990. All’Olimpico di Roma era di scena Italia-Cecoslovacchia, partita valevole per il terzo ed ultimo turno della fase a gironi del mondiale italiano. Gli azzurri conducevano per 1-0 grazie alla rete siglata da Schillaci al 9’ ed erano già qualificati agli ottavi come primi del girone; ma questo a Roberto Baggio interessava fino ad un certo punto: su di lui incombeva la missione di far innamorare le persone del gioco del calcio in sé.

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Roberto Baggio si prende il centro della scena

Reduce da due grandi stagioni con la maglia della Fiorentina, aveva scelto il mondiale di calcio per palesarsi in tutta la sua magnificenza. Desiderava il bacino di utenza più ampio possibile, costituito anche da persone che non avevano mai visto una partita, né tantomeno avevano mai calciato un pallone. Al minuto 78′ Baggio inizia, sul terreno di gioco, quel processo che sul piano politico si sarebbe concluso tre anni dopo: divide la Cecoslovacchia. E lo fa a modo suo: sintetizzando in un’unica giocata i concetti di gioco di squadra e di talento del singolo. Il fatto stesso di trovarsi sulla linea mediana del campo, nel momento in cui riceve il pallone, la dice lunga circa le sue malcelate intenzioni di prendersi l’intero proscenio. Ricevuta palla da Giannini, Baggio gliela restituisce facendola passare tra due giocatori cecoslovacchi, estromettendoli definitivamente dal gioco. A quel punto Giannini, inorgoglito per il coinvolgimento e avvertendo l’importanza del momento, rimanda il pallone a Baggio che, esaurito il capitolo sul gioco di squadra, deve completare il suo saggio di seduzione con un assolo. Le gambe sono perfettamente sintonizzate con il cervello, mentre il cuore pompa la quantità giusta di sangue per tenere tutto insieme. Niente e nessuno può frapporsi per evitare l’inevitabile, tantomeno gli ultimi difensori della Cecoslovacchia, che cadono impotenti davanti a quella deliberazione unilaterale di andare dritto verso la porta. Gli basta una sola finta per disorientare sia il centrale Kadlec che il portiere Stejskal, prima di scuotere la rete con un lucido destro sul primo palo, ottenendo così il via libera ai festeggiamenti.

Il dono della sintesi

 

Festeggiamenti che sono espressione di un’altra sintesi, quella tra realtà e sogno. Dopo aver realizzato il 2-0, colmo di gioia Roberto trova il tempo di stendersi sul prato dell’Olimpico; lo sguardo è rivolto alle stelle in una sorta di sogno ad occhi aperti, sogno che però aveva realizzato pochissimi secondi prima: sono i compagni di squadra che lo raggiungono a spiegargli che sì, era tutto vero. Da quel giorno Baggio iniziò a brillare di luce propria. Lo fece per altri quattordici anni, con un’intensità tale da resistere a tutti i tentativi di censura, operati da quegli allenatori che mal digerivano la sua naturale propensione alla sintesi. Ma soprattutto dopo quella prodezza molte persone non attesero nemmeno la fine della partita. Non è dato sapere se di loro iniziativa o su suggerimento dei loro figli, ma sta di fatto che si precipitarono in garage a recuperare un vecchio pallone impolverato.