Penna profonda eppure leggera del giornalismo sportivo, cronista di vecchia data (classe 1950) e bolognese di nascita, Roberto Beccantini è giornalista dal 1972. La sua carriera parte da Bologna, circa 45 anni fa, occupandosi di baseball. Il 20 agosto 1970, il passaggio a Tuttosport, e l’investitura a capo-rubrìca del basket: vi rimarrà per dieci anni. Dal 1° marzo 1981 trasloca alla Gazzetta dello Sport, nella veste di responsabile del calcio internazionale. Dieci anni a Torino più altri dieci a Milano fanno venti. Intervallati dagli appuntamenti con le edizioni delle Olimpiadi e con le finali dei Mondiali e degli Europei di calcio. Monaco 1972, Argentina 1978, Roma 1980: eventi tutti vissuti dal vivo, viaggiando per il mondo, quando il boom dei social media era di là da venire e lo smartphone più utilizzato dai cronisti per dettare i loro pezzi e farli arrivare in redazione era ancora il telefono a gettoni. Torniamo a bomba. Il 1° febbraio 1992 viene ingaggiato da La Stampa. Che servirà infaticabilmente per ben diciotto anni, fino al 31 agosto del 2010, giorno in cui suona il gong e accantona la macchina per scrivere. Fine delle trasmissioni? Ufficiosamente. Continua infatti a collaborare con il Guerin Sportivo, di cui la sua firma – al pari di Indro Montanelli, Luciano Bianciardi, Gianni Brera, Oreste del Buono, Camilla Cederna, Giancarlo Fusco, Giorgio Tosatti – ha contribuito ad accrescerne il prestigio, e con la Gazzetta dello Sport, mentre prende a pubblicare sulle colonne de Il Fatto Quotidiano e a curare una rubrica settimanale sul sito di Eurosport. Imparando a sfruttare i social networks, usati per sbrigare alcune incombenze deontologiche: restare in contatto coi suoi lettori, rispondere a ogni sorta di loro curiosità, aprendo dialoghi e confronti, fungendo talvolta da fidata valvola di sfogo. Per portare a termine questa missione gestisce anche una clinica pubblica, il suo blog personale, aperta indistintamente a tutti i malati di calcio, e sul cui cancello d’ingresso campeggia una scritta che, absit iniuria verbis, è la cifra distintiva della sua persona: «Agli indulti preferisco gli insulti».

La VAR (Video Assistance Referee), cioè la moviola in campo, è ufficialmente tra noi. Invasività tecnologica, ausilio indifferibile, epilogo orwelliano: cos’è?

Di tutto, un po’. Scelgo l’ausilio indifferibile. Il secondo passo, e che passo, dopo la goal line technology. Patti chiari, però: prima che entri a regime, urgono almeno due cose. La prima: rendere più semplice il regolamento negli snodi cruciali (mani-comio, fuorigiochicidio). La seconda: introdurre il tempo effettivo (30’). Personalmente, inoltre, offrirei agli allenatori due challenge per tempo. Tipo tennis.

Sul Guerin Sportivo, nel numero di gennaio, è comparsa una sua (auto)critica nei confronti del giornalismo tout court. Scrive: «Noi della stampa non sappiamo più capire i lettori, anche perché spesso li confondiamo con i tifosi».

Premesso che sputare sentenze da un ufficio è esercizio molto comodo, confermo. Il tifo – anche di noi giornalisti, spesso – ci ha impedito e ci impedisce di catturare tutti coloro che antepongono la testa o il cuore alla pancia.

All’interno del dibattito pubblico su fake news o post-verità – che, a sentire politici e media mainstream, sarebbero un’esclusiva del Web – divampato negli ultimi giorni, brechetianamente parlando, da che parte sta?

Seguo la direzione tracciata da Barbara Spinelli su la Repubblica del 1° dicembre 2010: «Alla rivoluzione mediatica ci si prepara combinando quel che è flusso (Internet) e quel che argina il flusso dandogli ordine (i giornali scritti). L’unica cosa che non si può fare è ignorare la sfida, negare la rivoluzione, opporle sante alleanze conservatrici del vecchio». Più chiaro di così.

Nel suo decalogo del giornalista, Piero Ottone pose l’accento sull’obiettività: affermare che essa non esiste è «l’alibi di chi vuole raccontare palle». Lei, come ebbe a dire anche Gianni Mura, è il giornalista-tifoso più imparziale che conosciamo. Qual è il segreto?

Per carità. Gianni è stato troppo buono. Non tutti la pensano come lui. Forse (o anche) perché obiettività e imparzialità sono virtù troppo impegnative. Mi accontento di quello che Alberto Cavallari ha scritto ne La fabbrica del presente: «Per ciò che mi riguarda, come operaio che ha lavorato nella fabbrica del presente, non mi pongo mai la domanda se sono stato obiettivo. Mi chiedo solo se sono stato sincero». Ecco: mi sembra una cornice più umana.

Ah, a proposito del Guerino: il 4 gennaio ha spento centocinque candeline. «Il Guerin Sportivo è come Giovenale, che castigat ridendo mores», così si pronunciò papa Montini, tra i lettori più affezionati. Si ritrova nel contenuto di quella «bolla papale»?

Anche «ridendo», certo. Sottoscrivo. Ubi maior… Ma mi fermo qui: per conflitto di interessi e di emozioni.

«Televisori e sponsor hanno invaso l’ultima Normandia di tutti noi poveri soldati Ryan da stadio, costringendoci ad aggiornare i manuali di sopravvivenza». Lo ha dichiarato nel 1999 (precisamente: il 27 agosto 1999). Trascorsi quasi vent’anni, a che punto è lo sbarco?

La Normandia è stata occupata, come conferma il Mondiale a 48 squadre varato dalla Fifa non più tardi del 10 gennaio.

Ne ho scovata un’altra, di sue riflessioni a effetto. «La retorica e il moralismo sono sostanze che non dovrebbero mai superare la modica quantità. Due righe al massimo».

A maggior ragione quando si invecchia. Mai dimenticare la massima di François de La Rochefoucauld, poi ripresa in una canzone di Fabrizio De André, secondo cui «i vecchi cominciano a dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi».

Da ex giurato italiano del Pallone d’Oro, ha mai avuto sentore (o certezza) di pressioni che avrebbero favorito un candidato anziché un altro? Quanto influiscono davvero gli sponsor e/o i desiderata dei parrucconi della Fifa?

Mai avuto sentore. E sottolineo mai. Mai avvicinato da uno sponsor. Aperta parentesi: votavo ai tempi in cui il Pallone d’Oro era tutto di France Football. Chiusa parentesi.

 

Beccantini commenta la premiazione del Pallone d’Oro 2016, premio assegnato dalla giuria a Cristiano Ronaldo, arrivato già a quota quattro.

Domanda secca e diretta (per uno ferrato in materia come lei): Calciopoli, complotto o repulisti?

Né l’uno né l’altro. Semplicemente, un’occasione persa. Tranne Antonio Giraudo e Luciano Moggi, sono ancora tutti lì.

Quarant’anni di carriera, la sua. Per buona parte, da cronista, consumando la suola delle scarpe: nove Olimpiadi estive (da Monaco 1972 a Pechino 2008, eccetto Sydney 2000) e quella invernale di Torino 2006, nove Mondiali (da Argentina 1978 a Sudafrica 2010) e otto Europei di calcio (da Roma 1980 a Austria e Svizzera 2008), tutte le finali di Champions League dal 1992 al 2010. Ci racconti qualche aneddoto sugoso.

L’impatto con Monaco di Baviera, all’esordio olimpico. Fui tra i primi (giornalisti italiani) ad arrivare. Non dimenticherò mai il senso di solitudine, di paura. Poi quel pomeriggio a Copenaghen, prima degli Europei in Svezia (1992). Era in programma un’amichevole tra Danimarca e Comunità degli Stati Indipendenti, l’ex Unione Sovietica. I danesi, promossi al posto dalla Jugoslavia, esclusa per via della guerra nei Balcani, erano nello stesso girone della Francia, il cui ct era niente meno che Michel Platini. Il quale spedì, come osservatore, niente meno che Arsène Wenger. L’amichevole, scialba, finì 1-1. Qualche giorno dopo, Wenger andò a rapporto da Platini, che gli chiese: «Cosa hai visto, amico mio?». Risposta: «Non certo la squadra che vincerà l’Europeo». Capita anche ai grandi, per fortuna.

Se dovesse indicare i suoi maestri, che nomi farebbe?

Gianfranco Civolani. Mi prese per mano, mi affidò il primo compito «in classe» il 6 giugno 1966, a nemmeno sedici anni. Una partita di baseball a Casalecchio. Dieci righe e la sigla «r. b.» sul Tuttosport del giorno dopo. L’ho conservato.