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22 Novembre

Il gioiello della Corona

Remo Borgatti

4 articoli
Più forte di ogni avversità, Andy Murray conquista le Atp Finals e resta numero uno del mondo. A farne le spese un Novak Djokovic troppo altalenante

«The ice age is coming». L’età del ghiaccio sta arrivando, e Londra chiama le città sperdute. Così, nel lontano 1979, mentre Paul Simonon fracassava il basso sul palco nella celebre cover del long-playing che la rivista Rolling Stone ha classificato quale miglior album degli anni Ottanta nonché ottavo in assoluto, i Clash vedevano la capitale inglese. Londra sta annegando e per chi vive vicino al fiume… Altri tempi. Oggi, quasi quarant’anni dopo, sulle rive del Tamigi troneggia l’avveniristica silhouette della O2 Arena e la Gran Bretagna si risveglia leader del tennis mondiale maschile. D’accordo, il tutto grazie a una famiglia di scozzesi ma, in tempi di Brexit e di nazionalismo, forse è il caso di abbandonare gli antichi cliché e abbandonarsi invece alla corrente che spinge forte dalla Manica e sale, sale come un’onda impetuosa e inarrestabile.

Ma non tutti sono d’accordo. A tenere i piedi ben saldi a terra, come fa sempre quando si muove sul campo con leggerezza e rapidità, è proprio colui che più di ogni altro dovrebbe volare. «Non credo ci sarà un’era Murray». Sobrio e solido come il suo gioco, Andy accoglie così la consacrazione a re del mondo; le ferite accumulate in mille battaglie sono lì, sotto la tuta bianca, a ricordargli il suo personale “cammino per Santiago”, invero assai periglioso. E basta tornare indietro di qualche ora per ritrovare Murray sospinto ai bordi del pronostico dalle vicende che hanno contrassegnato questa 47esima edizione del Masters (ora Barclays ATP World Tour Finals).

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La stretta di mano finale dopo un match tutt’altro che memorabile

In principio, due domeniche fa, c’erano: due maestri, sei allievi e un torneo il cui format particolare cattura più attenzioni e commenti della qualità espressa dai protagonisti. C’era anche, non va dimenticato, un fantasma che aleggiava sotto la cupola del già Millenium Dome. Un fantasma di nome Roger Federer, la cui prima assenza alla sfilata delle stelle dal lontano 2002 (14 anni conditi con 10 finali e 6 titoli, entrambi record assoluti della manifestazione) ha finalmente liberato il pubblico inglese dall’imbarazzo, dal pudore e dalla “ipnotica schiavitù” di tifare per lo svizzero anche quando in campo c’era uno di loro. I due maestri erano Novak Djokovic e Andy Murray. Il primo, detentore del titolo da quattro anni consecutivi in cui aveva perso una sola delle 19 partite disputate, lo era di fatto. Il secondo, solo in quanto ipotetico e avvalorato dalla recentissima – quantunque da confermare – conquista della leadership ATP proprio a spese del serbo. Gli altri sei, più o meno comparse con licenza di stupire. Ma chi tra costoro poteva veramente mettere i bastoni tra le ruote dei due favoriti? Forse il solo Wawrinka, se avesse trovato un’altra delle sue scie magiche. Perché ai restanti non si poteva chiedere nulla più di oneste prestazioni. Due erano addirittura debuttanti (Monfils e Thiem) mentre Nishikori e Cilic, pur visti in buona forma durante la breve ma intensa stagione indoor, non parevano in grado di ripetere l’exploit che li condusse a sfidarsi nella finale degli US Open 2014. Infine, Milos Raonic, mina vagante come nessun altro ma arrivato alla fine della sua miglior stagione con la spia della riserva costantemente accesa. In mancanza d’altro, la composizione dei gruppi era già motivo di discussione. Murray, reduce da un tour-de-force assai remunerativo (19 vittorie consecutive e quattro titoli – Pechino, Shanghai, Vienna e Bercy – che gli hanno messo in testa la corona riservata al n°1) ma altrettanto sfiancante, finiva nel gruppo più caldo con Wawrinka, Cilic e Nishikori. Djokovic invece, ancora alla ricerca del tempo perduto e smarrito dopo la tanto sospirata vittoria al Roland Garros, poteva passeggiare sui resti degli acciaccati Thiem, Monfils e Raonic. Questo sulla carta, naturalmente. Ma sulla carta non si è mai giocato – e tantomeno vinto – alcun torneo e il campo forniva, come sempre, verdetti alternativi. Ad esempio il secondo austriaco di sempre al Masters, Dominic Thiem, strappava il primo set a Nole prima di calare alla distanza. Oppure, Nishikori strapazzava la versione abulica di Wawrinka e gli lasciava cinque giochi. Oppure, con il passare dei giorni, la Santabarbara di Raonic metteva a dura prova la risposta di Djokovic e si bagnava solo nei tie-break. Infine, sempre Kei il samurai rinfrescava la memoria a Murray e lo riportava per lunghi tratti a New York dove, in estate, gli aveva inflitto nei quarti una cocente sconfitta.

Tuttavia, proprio nelle difficoltà emergeva la resilienza del britannico di Dunblane e, consumata una delle tante vendette superando l’ostacolo nipponico dopo oltre tre ore di sofferenza, Andy si sbarazzava di Stan “Per-Niente-The-Man” Wawrinka e si garantiva la semifinale. Mentre le difficoltà e i minuti accumulati facevano calare le quotazioni dello scozzese, i progressi (forse ingigantiti dalle circostanze e dalla caratura degli avversari) accrescevano quelle di Djokovic. Certo, non poteva essere la riserva Goffin (subentrato a Monfils) la cartina al tornasole più indicata per testare la condizione del serbo e nemmeno l’esausto Nishikori della semifinale, però a far cambiare idea a molti esperti sull’esito della finale – in avvio di torneo era quasi un plebiscito per il padrone di casa – erano soprattutto le sensazioni successive alla vittoria-thrilling di Murray su Raonic nel match di gran lunga più bello ed emozionante della settimana (nonché il più lungo in assoluto due-su-tre nella storia del Masters). Il canadese faceva suo il primo set, era avanti di un break nel secondo, lo perdeva al gioco decisivo, strappava la battuta a Murray sul 5-6 del terzo, lo trascinava in un nuovo tie-break, salvava due match-point, se ne procurava uno, se lo vedeva a sua volta annullare dallo scozzese con una discesa a rete e infine si arrendeva. Ma che Andy poteva mai essere quello che avrebbe affrontato Djokovic per la trentacinquesima volta in carriera (10-24 i precedenti per nulla incoraggianti) nella finale che metteva in palio titolo e n°1 del mondo (per la seconda volta nella storia, dopo quella vinta da Kuerten su Agassi nel 2000 a Lisbona)?

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Due tifosi d’eccezione durante la finale alla O2 Arena: Kevin Spacey e Gerard Piqué

La resilienza, signori. La capacità di soffrire e mettersi tutto alle spalle. La spugna sul passato, anche quello recentissimo del giorno prima, e lo sguardo rivolto al futuro. Anche dopo un punto perso malamente o un’occasione perduta. Ecco, è questo il nuovo Murray, migliorato nella testa molto più che nel gioco, e non solo grazie alla ricomparsa di Lendl nel suo angolo. Djokovic invece arrivava nudo alla meta, pieno di dubbi e di timori, forse solo bisognoso di far decantare il flusso emotivo di due stagioni vissute pericolosamente in vetta alla montagna e culminate con il Nole-Slam (primo tennista dal 1969 a conquistare i quattro major uno dopo l’altro, ancorché in due anni diversi). Forse anche Djokovic, in cuor suo, sa che non ci sarà un’era Murray. Almeno lo spera. Adesso però il tennis è dei fratelli Murray, i primi a finire una stagione in vetta al ranking (Jamie nel doppio, nonostante la sconfitta in semifinale in coppia con Soares) contemporaneamente. La lunga rincorsa è finita e Fred Perry, l’ultimo grande britannico, ha in Andy un erede più che degno. L’età del ghiaccio sta arrivando ma lui è attrezzato per resistere ad ogni temperatura. Resilienza, non parole.

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