Torniamo con l’atto quarto della rubrica Maestri. Oggi siamo giunti al turno del padre nobile del giornalismo sportivo italiano: Gianni Brera, colui che ha letteralmente inventato un nuovo linguaggio per parlare di calcio, scrittore, giornalista, giovanissimo direttore della Rosea. Nessuno come lui ha lasciato un segno profondo e duraturo sul giornalismo sportivo del nostro Paese, ma Brera era anche a suo modo un ideologo, un sociologo e un antropologo del pallone, in Italia e nel mondo. Oggi vi proponiamo un capitolo intitolato “Il più bel gioco del mondo”, tratto dall’omonimo libro curato da Massimo Raffaeli per la collana BUR della Rizzoli, in cui l’autore si avventura in una vera e propria genealogia nietzscheana del pallone. Genealogia perché va alle origini del calcio, nietzscheana perché ricollega le varie scuole nazionali ai caratteri razziali, sociali, ambientali dei popoli. Ecco perché Brera fu un partigiano assoluto del difensivismo, perché «quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe».

 


 

IL PIÙ BEL GIOCO DEL MONDO

 

Il football o palla da piede è il gioco più diffuso oggi nel mondo. Si chiama soccer nei Paesi di lingua inglese; fùtbol nell’America Latina; Fußball nei Paesi di lingua tedesca e, alla più semplice, calcio in Italia. A parere dei molti milioni di persone che lo hanno praticato, lo praticano tutt’ora e lo vedono praticare, è di gran lunga il più bello di tutti i giochi. I suoi significati emblematici sintetizzano istinti primordiali dell’uomo: la difesa accanita della propria e la conquista violenta o astuta della donna altrui. Il suo fascino è dato dall’agonismo virile, dal senso tattico e dalla eleganza dei temi tecnici sviluppati dal singolo giocatore o dal complesso della squadra.

 

È poi sicuramente il calcio una pantomima euclidea fondata sul nerbo atletico e sull’abilità giocolieristica. Vi eccellono i coraggiosi come i furbi, i generosi ricchi di estro come i calciatore metodicamente legati ai propri schemi di manovra. Certo è che il gioco avvince a qualsiasi livello tecnico, sia ignaro quasi del tutto o molto competente chi assiste alle sue fasi. La palla segue geometrie di labile e pur nitido disegno. Il modulo tecnico-tattico del gioco si realizza traverso schemi il più possibile puntuali e precisi. Fissare quegli schemi – o forme o figure – talora tracciati con mosse e spostamenti fulminei, significa elevarsi a notevole capacità di astrazione e, insieme, di durevole memoria visiva: di qui la costante difficoltà dell’interpretazione critico-tecnica del gioco in ogni sua fase.

 

[…] Il calcio si gioca ormai da un secolo nelle sue forme che possiamo chiamare moderne; è stato elaborato sul piano teorico-pratico dagli inglesi, il cui apporto alla civiltà è fra i più considerevoli nella storia dell’Occidente:

dev’essere nato però nel preciso istante in cui l’animale uomo si è accorto di non avere più quattro mani e di dover nobilitare con l’uso anche le due estremità divenute inferiori.

L’evoluzione del gioco attraverso il tempo è sotto molti aspetti misteriosa. La storia antica ci ricorda un imperatore cinese troppo tifoso e perciò prudentemente ripreso dai suoi stessi dignitari. Ma sul gioco in sé non esistono particolari di anche minimo sapore tecnico. L’harpastum dei romani non va oltre l’etimo di un gioco fatto con i piedi. Il romanticismo anglosassone ha macabramente scoperto che si giocava a pedate con le teste dei nemici uccisi in battaglia; che le porte erano quelle reali, aperte nelle mura e protette da ponti levatoi.

 

 

Il calcio praticato alla fine del Medio Evo in Italia e specialmente in Toscana era molto più vicino al rugby che al calcio: prevedeva strattoni o placcaggi degli avversari e calci in corsa alla palla tenuta con le mani. Dunque, la paternità del calcio moderno è senza dubbio inglese. La sua fortuna ha coinciso con l’ultimo impressionante sviluppo della civiltà industriale in Gran Bretagna. L’alto livello di vita consentiva anche al popolo di spendere calorie nello sport. Il tempo libero incoraggiava la scelta dello spettacolo. Ben presto si sono costruiti stadi ancor più ampi dei circhi rimasti famosi fin dal tempo classico. Il club calcistico ha subito assunti aspetti sociali molto importanti. Perfino il campanilismo ha trovato continuazione logica e direi anche più civile nel tifo, che è la curiosa denominazione italiana del prender parte nel sostenere, o supporting.

 

Il calcio si è rapidamente diffuso nel mondo come non poche altre invenzioni sportive e pratiche degli inglesi. In Gran Bretagna è diventato lo sport più popolare; altrove è stato accolto come un bel gioco moderno, perfettamente onorevole per tutti coloro – oh, pochissimi – che avevano i mezzi e la voglia di fare sport all’aria aperta. A insegnarlo, ovviamente, erano gli emigrati britannici: poi, dietro il loro esempio, l’hanno imparato gli europei e i latini d’America.

 

 

 

Il professionismo

 

L’evoluzione tecnica ha portato quasi subito alla specializzazione, dunque al professionismo. In tutto il mondo i club si sono costituiti in federazioni e sull’esempio britannico hanno indetto i campionati di categoria. Tuttavia, il professionismo si è imposto relativamente tardi in Europa e America del Sud. Alle Olimpiadi è stato ammesso il calcio nel 1908. I britannici hanno vinto le prime edizioni del torneo olimpico attenendosi scrupolosamente alle norme decoubertiane: solo quando si sono accorti di non poter più vincere con i dilettanti hanno incominciato a recriminare sulle vittorie dei semiprofessionisti altrui. Gli sconosciuti uruguagi hanno prevalso a Parigi nel 1924 e Amsterdam nel 1928. Il professionismo era più o meno riconosciuto, anzi dichiarato in tutto il mondo.

 

Gli uruguagi e gli argentini avevano imparato il calcio dagli inglesi impiegati nei frigorìficoscioè nei grandi macelli attrezzati per congelare e inscatolare le carni. Buenos Aires e Montevideo avevano numerosi frigorìficos e numerose squadre di nome inglese. Ovviamente, il calcio argentino e uruguagio risentiva come tutti del carattere razziale proprio dei giocatori, e ancor più ovviamente del clima e dell’ambiente sociale in cui si giocavano le partite. Questa considerazione vale per il Sud America e per tutto il mondo. Gli inglesi stessi dovevano adeguarsi alle condizioni climatiche dei Paesi dove si trovavano. Il loro modulo non mutava molto per quanto riguarda la disposizione dei reparti, ma la tattica non poteva logicamente ispirarsi ai principi ancor validi in Gran Bretagna.

 

Il clima diverso, generalmente asciutto, consentiva un trattamento di palla più raffinato e addirittura il dribbling come esibizione e divertimento. La conseguenza diretta era una sensibile riduzione del ritmo di gioco: e questo val quanto dire che la parte giocolieristica prendeva il sopravvento sulla parte propriamente atletica. In simile calcio nuovo, adeguato all’ambiente, potevano eccellere anche uomini non necessariamente dotati di grandi mezzi fisici: l’atleta, anzi, passava in secondo piano rispetto al prestipedatore. E proprio questo aspetto garantiva il carattere universale del calcio, spiegava e spiega la sua fortuna in tutti i Paesi, sotto tutte le latitudini, fra tutti i gruppi etnici della terra. 

Il calcio, dunque, si gioca a seconda del clima, dello stato razziale e sociale dei praticanti: né esiste uno stile calcistico in assoluto: esistono invece moduli e stili fra loro simili o differenti per incidenza precipua dell’ambiente. 

Non tenerne conto, significa ignorare il calcio nella sua essenza particolare, che è sempre intonata al carattere di coloro che lo praticano in un determinato paese. (…) Il guaio è che il calcio è sempre maledettamente difficile da capire e interpretare. Il fenomeno calcistico è vasto come il mondo ed esige conoscenze sportive non limitate affatto alla pedata, bensì fondate sullo studio dell’etnos, della psicologia razziale, dell’ambiente sociale ed economico.

Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe;

quando ripudia il proprio modulo ideale per adeguarsi a quello d’un popolo dalle caratteristiche quasi opposte, rivela altresì deleteria ignoranza. Questa verità critico-storica è oggi accolta da chiunque si interessi di calcio fra noi. Per giungere ad affermarla ci sono voluti quasi vent’anni, e fa molta specie ammetterlo, ma in fondo non meraviglia, perché la pigrizia mentale è sempre stata e rimane una delle più gravi jatture dell’uomo.

 

 

 

Le grandi scuole calcistiche

 

L’Italia aveva scoperto il calcio sul finire del secolo scorso. Lo giocavano gli inglesi a Genova, Milano e Torino, gli universitari a Padova, Bologna e Pavia. Agli inglesi si sono uniti dapprima i borghesi e poi i piccoli borghesi italiani. Quando il calcio si è definitivamente imposto, gli inglesi erano ormai estranei al nostro mondo sportivo. (…) I piccoli borghesi italiani – quasi tutti ragionieri – si sono imposti nel primo dopoguerra. Le squadre guida erano la Pro Vercelli, il Genoa, il Torino e il Bologna. Il meglio espresso da queste squadre ha costituito il nerbo della nazionale, eliminata dalla Svizzera nei quarti del torneo olimpico a Parigi (1924). Il professionismo incominciava a farsi strada, togliendo fatalmente di mezzo le squadre di città minori, che non potevano sostenersi con gli incassi.

 

Nel 1928, la nazionale italiana è giunta alle semifinali del torneo olimpico ed ha perduto di poco con il magnifico Uruguay. Ha poi battuto la Spagna 7-1 dopo un pareggio per 1-1, classificandosi terza. Il modulo dell’Italia era allora in auge in tutto il mondo e si chiamava «sistema a W». Intorno a quegli anni, gli inglesi modificarono il sistema a W e adottarono il sistema a WM, che sfoltiva la difesa e rendeva più lineare e dinamico se non più vario ed elegante il gioco. Il WM venne adottato via via da tutti i popoli etnicamente più simili agli inglesi e – motivo non ultimo – ancora poveri di tradizione calcistiche, dunque del tutto privi di una scuola nazionale.

 

[…] Negli ultimi anni Venti, avendo finalmente compreso la enorme portata sociale e propagandistica del calcio, il governo fascista incoraggiò le reimmigrazioni degli oriundi italiani dalle grandi capitali calcistiche dell’America del Sud. Vennero dunque assunti con stipendi mirabolanti – allora – i figli e i nipoti dei poveracci che avevano dovuto emigrare per riuscire almeno a sfamarsi: e naturalmente il carattere danubiano del nostro calcio prese a modificarsi, adeguandosi via via allo stile e al modello dei sudamericani. Se non si è visto anche bailar fùtbol in quegli anni, da noi, è perché il clima sudamericano era diversissimo dal nostro: qui il caldo e il gelo bruciavano l’erba dei campi da gioco e nelle stagioni intermedie pioveva sul fango.

Ecco perché insistevo e insisto nel precisare che ogni scuola calcistica ha caratteristiche sue, dipendenti dall’etnos, dall’economia, dal clima e dalla civiltà (che è anche conoscenza dei modi per livellare, inerbare e proteggere un terreno di calcio).

Per comodità espositiva, mi propongo di descrivere l’evoluzione tecnico-tattica del gioco a seconda delle scuole riconosciute e delle loro caratteristiche particolari, precisando che le scuole calcistiche sono tre:

 

– scuola britannica o nordica

– scuola sudamericana

– scuola danubiana.

 

Della scuola nordica fanno parte le sottoscuole scandinava, germanica, baltico-russa; della sudamericana le sottoscuole argentina, uruguagia e brasiliana, fra loro più differenti che non si creda; della scuola danubiana le sottoscuole ungherese, ceca, austriaca e jugoslava. Di una scuola latino-europea si può parlare in effetti con riferimenti esclusivamente razziali e culturali (per quanto concerne l’indole, diciamo): in effetti, le sottoscuole che la compongono (italiana, francese, spagnola, portoghese, belga e svizzera) si sono ispirate secondo propensione etnica alle scuole fondamentali, ora accentuando ora limitando l’adesione metodologica a una di esse.

 

La sola Italia, dal 1960, può dirsi pervenuta a definire una scuola sua particolare. Farà specie leggere che l’Italia, vincitrice di ben due titoli mondiali e di un titolo olimpico dal 1934 al 1938, non abbia saputo delineare – per tanti anni – i caratteri tecnico-agonistici del suo proprio calcio.

Eppure, mi sembra onesto ammettere che di una scuola italiana si possa appena parlare dal 1960, cioè da quando i difensivisti sono pervenuti al potere tecnico e un Centro nazionale è stato aperto a Coverciano, con autorizzazione a indire corsi per allenatori e a pubblicare libri e dispense dedicati all’insegnamento e alla divulgazione del gioco.

 

[…] In Sud America si bailava fùtbol secondo particolari esigenze della platea. Dove era proibita la corrida si cercavano sfoghi da ruedo nel pase de dribbling, dunque nel virtuosismo fine a se stesso. In Italia, per contro, era molto difficile trovare campi sui quali prestipedare e avversari disposti a subire pases che sapevano di irrisione e di beffa. Il livello tecnico era mediocre, la rozzezza dei difensori inibiva qualsiasi distrazione virtuosistica. (…) I critici stranieri non furono sempre benevoli nel giudicare il gioco degli azzurri. Alcuni conclusero, alla spiccia, che si trattava di contropiede. Altri ebbero modo di ironizzare sull’impiego dei reimmigrati, alcuni di classe mondiale come Orsi, Guaita e Monti. Non pochi tuttavia seppero vedere in Giuseppe Meazza una delle espressioni più alte del calcio mondiale.

 

 

 

La scelta del modulo

 

Sul finire degli anni Trenta, qualche ex campione di nascita e cultura italiana incominciò ad accorgersi che l’insegnamento calcistico gli avrebbe dato assai più dell’impiego in qualità di contabile. La gran maggioranza dei tecnici in attività di servizio era tuttavia di formazione straniera. Ciascuno di essi imponeva metodi e schemi particolari. L’eclettismo pedatorio non era molto dissimile dall’eclettismo ideologico disinvoltamente adottato dal Fascismo. Di una scuola nazionale non si poteva certo parlare! E proprio per mancanza di testi e di insegnanti intonati a un metodo comune ci si piegò disastrosamente all’imitazione dei britannici. Benché generoso, il vivaio nazionale ne venne gravemente danneggiato. Schemi impossibile vennero pappagallescamente abborracciati senza tenere conto della struttura psico-fisica degli uomini e del clima.

 

[…] In realtà, il calcio vecchio era fondato sull’intercettamento; il calcio nuovo sull’anticipo e sull’incontro o tackle. Per dire meglio: nel W si vedeva raramente una marcatura ad personam e quasi nessuno se ne accorgeva (come testimoniano cronache e commenti). Nel WM si giocava uomo contro uomo. E mentre i sentimentali parlavano spesso di robot senz’anima, di slealtà agonistica e di scarponeria, i novatori obbiettavano che il gioco secondo WM era infinitamente più veloce, che lo spazio era grande per tutti e che veder segnare dei gol piaceva tanto alla gente (…)

Lo stato confusionale durò molti anni, favorito da strane e continue polemiche di idealisti privi, in realtà, di competenza specifica.

Frattanto, dopo Vienna, venne Torino. Cadeva nel 1948 il mezzo secolo della Federcalcio e venne invitata l’Inghilterra per festeggiarlo. Pozzo schierò gli azzurri a WM e subì quattro gol (a zero) da una nazionale inglese che era già vecchia ma pareva di tutti marziani, tanto le riusciva facile arrivare a rete attraverso la nostra dissennata difesa. Il povero smarrito Pozzo venne cacciato allora a furor di popolo: altri che lo sostituirono non avevano neppure il suo prestigio, pur soffrendone la medesima crassa ignoranza tattica.

 

[…] Chiamato a dirigere la Nazionale per le sue vittorie con l’Inter difensivista, Alfredo Foni ebbe paura di adottarne gli schemi e venne clamorosamente escluso dai mondiali 1958. La stampa benpensante invocava bel gioco, gioco aperto, e vedeva nello schema del doppio terzino centrale ogni frode pedatoria. Tutto ciò era molto comico e aiutò meglio a capire quale strano carattere aduggiasse la maggioranza degli italiani: la parte qualunquista sedeva sulle nubi, e inveiva agi studiosi di tattiche (detti spregiosamente tatticisti) e di moduli tecnico-tattici, invocando – in astratto – bel gioco, gioco aperto e molti gol. Purtoppo, contro le nostre povere squadre, compiacentemente aperte e squilibrate, a segnare molti gol erano soprattutto gli avversari: perfino gli irlandesi del Nord, quattro gatti senz’arte né parte, riuscirono a mettere sotto l’Italia doppioviemmista!

Poi, finalmente, s’imposero i difensivisti!

Viani e Rocco assunsero la guida della nazionale olimpica 1960 e da quell’anno si può dire che l’Italia possegga una sua scuola. Il modulo difensivo italiano è stato via via adottato in tutto il mondo. Perfino gli inglesi, per vincere i Mondiali 1966, dovettero smentire se stessi e mettere un uomo libero da impegni di marcatura accanto e dietro lo stopper. Di questa vittoria della critica difensivista italiana, l’altra parte, la qualunquista, tace tutt’ora con ammirevole senso storico: oppure non tace, dovendo pur constatare la realtà, ma spudoratamente ignora quello che dopo tutto è un merito della nostra scuola.

 

Così, per non riconoscersi in torto, certa critica italiana attenta praticamente al nostro prestigio: né stupisce che l’arrabbiatissimo offensivista Helenio Herrera, quasi subito costretto dall’Inter ad adottare fior di catenaccio, sia stato chiamato nel luglio 1964 in Inghilterra e abbia parlato del nostro modulo come di cosa sua. Che diamine, se noi stessi neghiamo i nostri meriti, da chi pretendiamo che vengano riconosciuti? Basta l’argomento del catenaccio, che deve considerarsi in realtà un’involuzione aggiornata al modulo degli anni Trenta, a garantire che l’Italia dispone ormai d’una scuola: infatti, se tale non fosse, i suoi principi tecnico-tattici non avrebbero attecchito in tutto il mondo.

 


 

 

Da “Il più bel gioco del mondo“ (Gianni Brera) a cura di Massimo Raffaeli, collana BUR edizione Rizzoli)