Una storia che si ripete. Il Real l’ha sfangata nuovamente. Un ottimo Bayern Monaco, sempre a un passo dalla seconda rete, deve arrendersi di fronte alle leggende e al fato, loro compagno indiscusso, in camiseta blanca. È vero che la fortuna aiuta gli audaci, ma qui siamo di fronte a qualcosa di mai visto prima. È pur vero che il Bayern, sebbene con ampio merito, era passato in vantaggio con un gollonzo firmato dalla premiata ditta Kimmich-Navas, senza dubbio (almeno ieri sera) il meno galactico tra i galattici. La ruota, al Real, era però già girata dai primissimi minuti di gioco, da quando Arjen Robben, l’olandese volante di cristallo, si era visto costretto a saltare l’ennesimo big-match della propria carriera, vinto dal nemico di sempre, la fragilità.

La comica Muller-Lewandowski. Fondamentale come sempre Sergio Ramos (foto Matthias Hangst/Bongarts/Getty Images)

Il Real, la cui reazione al gol subìto era parsa flebile se non assente, riprende la partita e la qualificazione in pieno stile fatale, al termine del primo tempo, grazie alla rete di Marcelo. Da un punto di vista meramente calcistico va però notato un dettaglio non irrilevante in merito all’azione del gol del pareggio: l’azione si sviluppa dalla sinistra alla destra del campo, e poi nuovamente da destra a sinistra, coinvolgendo in “assist” e rete i due terzini di competenza, Carvajal e Marcelo. Il merito del pareggio va dunque spartito a metà tra il coraggio quasi irriverente del Real nello buttarsi in avanti con otto undicesimi nella trequarti avversaria e la classe di un terzino il cui paragone con Carlos e Cafù (per citare i due connazionali più celebri nel suo ruolo) regge alla grande.

 

Marcelo, giocatore da Playstation, magari non sarà il miglior difensore al mondo su quella fascia, ma a livello calcistico in senso lato, come quantità, qualità e personalità, non ha rivali da dieci anni a questa parte. A memoria, ricordiamo un solo terzino in grado di incidere così profondamente sullo sviluppo della manovra di squadra; anch’egli brasiliano, anch’egli campione d’Europa, Maicon.

Marcelo e l’umiltà di guardare in cielo (foto Matthias Hangst/Bongarts/Getty Images)

A questo punto il Bayern, già orfano di Neuer, Alaba, Coman e Arturo Vidal – forse l’unico tra i bavaresi in grado di spostare gli equilibri in mezzo al campo – viene costretto al doppio cambio forzato. Oltre a Robben si fa male anche Boateng, e a cinquanta giorni dall’inizio dei mondiali non è solo la squadra di Heynckes a doversi preoccupare per il suo infortunio. I tedeschi sono sempre più dimezzati e accanto ad Hummels va Sule, ma non è da questa zona di campo che arrivano i guai maggiori per i padroni di casa. Su follia di Rafinha, dopo un calcio d’angolo a favore, riparte il contropiede del Real condotto dai due “nuovi” schierati da Zidane, Asensio (in corsa) e Vazquez (a detrimento di uno a caso, Gareth Bale). Nemmeno Benzema fa parte della gara (entrerà in corsa), gioca Isco. Tra i migliori del Real, viene cambiato per far posto ad Asensio, il ragazzo dal breve e intensissimo minutaggio. Sarà proprio Asensio, ironia del miracolo, a freddare Ulrich sulla ripartenza fulminea e furbesca dei blancos.

Il fedelissimo Asensio zittisce l’Allianz Arena e si dimostra ancora una volta decisivo subentrando dalla panchina (foto Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

È 1-2. Il Bayern, che annovera tra i migliori James Rodriguez, motivato senz’altro a far bella figura contro la propria antica squadra, e Frank Ribery, quello dei giorni migliori, deve arrendersi nuovamente, come due anni fa, al disegno tracciato dalle stelle. La poca precisione di Lewandowski sotto porta, la partitaccia di Thiago Alcantara, forse il peggiore in campo insieme a Rafinha, e gli errori individuali si sommano alla generale sfortuna della formazione di Heynckes, meritevole di un risultato diverso. Prima della partita, i numeri avrebbero detto Bayern. Discorso di Cabala, si dice, ma di cabala e di sorte non si può parlare con il miracolato Real Madrid targato Zidane, che si permette anche il lusso dell’audacia senza pagarla: così il tecnico francese sostituisce centrocampisti decisivi, inserisce attaccanti al posto di terzini, sposta esterni offensivi a fare i difensori e tiene fuori giocatori tra i migliori nel mondo; però alla fine vince, sempre e comunque.

 

Il discorso qualificazione certamente non è chiuso (e il doppio confronto dello scorso anno sta lì a dimostrarlo) ma il gap tecnico tra le due formazioni, soprattutto alla luce della metà squadra indisponibile in casa Bayern, non lascia presagire nulla di buono dalle parti di Monaco. Il Real distruttore di record si dimostra così nuovamente la squadra più forte d’Europa, se teniamo fede al detto secondo cui non è forte chi è forte ma è forte chi vince. Perché alla fine la fortuna aiuta gli audaci, la fortuna aiuta i più forti, la fortuna aiuta il Real.