Sono lì, di nero vestiti. Grossi, minacciosi, incattiviti allo stremo. Lanciano una delle haka più aggressive e da brividi che si siano mai viste, a guidarla Hikawera Elliot, tallonatore dei Chiefs e per il momento destinato alla panchina. Si posizionano a piramide, uno davanti, una base più solida dietro. E via, a urlare la loro appartenenza, le loro radici, il loro orgoglio. Sono i Māori All Blacks, accento sulla a, un tempo indicati come una selezione di giocatori accomunati dal minimo sindacale di un sedicesimo di discendenza maori, ora di fatto la seconda nazionale neozelandese, quelli che in giro per il mondo sarebbero titolari fissi vita natural durante e che qui devono sperare che i loro dirimpettai entrino in forma il più tardi possibile. Qualche esempio? Liam Messam, 43 caps con gli All Blacks e due volte māori dell’anno. Nehe Milner-Skudder, un fenomeno all’ala, già campione del mondo e a segno nella finale del 2015. Dixon, i due Ioane, McKenzie, James Lowe, che è un estremo che in Europa non si è mai visto, ma che siccome in Nuova Zelanda al momento non trova spazio verrà a fare tutta la differenza del mondo  a Dublino, sponda Leinster, a partire da settembre. Ecco, provate a chiamarli semplicemente “seconda squadra”, vi verrà più scomodo che la parola “scusa” in bocca ad Arthur Fonzarelli. Davanti a loro, di rosso vestiti, i British & Irish Lions, reduci da un inizio tour non propriamente da ricordare, ma che non sono di certo scesi in campo per farsi impressionare dalla storia e dalle radici dei padroni di casa. Non sono i favoriti dell’incontro: due vittorie su quattro partite, di cui una giocata contro una selezione allenatasi insieme per ben poco tempo, non fanno ben sperare i tifosi della squadra di Warren Gatland. Che però devono ricredersi: i britannici vincono 32 a 10 giocando un secondo tempo di altissimo livello. Per sabato prossimo, giorno del primo test contro i “veri” All Blacks, ci sono anche loro.

A Peter O'Mahony viene concesso l'onore di ricevere una Taiaha dopo la vittoria ottenuta contro i Maori

A Peter O’Mahony viene concesso l’onore di ricevere una Taiaha dopo la vittoria ottenuta contro i Maori

Non è che ci credessero in tanti ad un exploit del genere, chi scrive per primo. Vero che le franchigie neozelandesi quest’anno sembrano volare, ma Blues e Highlanders non sono di certo le squadre più forti mai viste quest’anno. È anche vero però che Gatland sembra aver fatto una scelta abbastanza precisa: nei test di metà settimana va in campo quella che di fatto è una seconda squadra, il sabato vanno in campo gli uomini che danno maggiori garanzie. Contro i Crusaders, nettamente la selezione neozelandese più forte, e contro i  Māori si è vista in campo una formazione quadrata, cinica e senza apparenti punti deboli. Una squadra che per tradizione non può permettersi lo champagne delle cavalcate neozelandesi, ma che se la mette sui raggruppamenti sa fare del male a chiunque. Sabato c’è stata la conferma di tutto questo: primi cinque uomini devastanti (Maro Itoje su tutti), terza linea di ergastolani e il piede chirurgico di Leigh Halfpenny, che pian piano sta rinverdendo i fasti del Tour del 2013. La mediana parla irlandese: Murray fa il bello e il cattivo tempo tirandosi dietro Jonny Sexton, che non è più il fenomeno di qualche anno fa ma che ha dei colpi d’approccio di cui Gatland non può privarsi così facilmente. Nel caso è pronto Owen Farrell, inglese dal talento spropositato e che a poco a poco sta imparando a non avere cali di tensione nei match che contano. E poi c’è la famigerata Warrenball, uno dei marchi di fabbrica dell’ex tallonatore di Waikato: palla ai trequarti e dentro di prepotenza. È uno sgretolamento fisico costante e graduale, ormai celeberrimo tra gli avversari, ma quelli riusciti a neutralizzare del tutto questa manovra si contano sulle dita di una mano. Due grimaldelli, solitamente l’ala North e Ben Te’o, e due schegge impazzite per approfittare degli eventuali spazi aperti, cioè Anthony Watson e Jonathan Davies, “feticcio” di Gatland pure nella nazionale gallese, ma cavoli quant’è efficace. Messam e compagni nei break down hanno patito le pene dell’inferno, riuscendo a non affondare nel punteggio già nel primo tempo grazie ad un pasticcio di George North. Nella ripresa la fisicità e la compattezza dei Lions hanno preso definitivamente il sopravvento, spazzando via pure la mischia chiusa e stroncando sul nascere ogni tentativo di rimonta dei padroni di casa, che si sono visti ridurre in 14 per un intervento di spalla del numero 9 Tawera Kerr-Barlow (altro giocatore già visto con la felce argentata sul cuore).

l'impeto dell'Haka dei Maori

l’impeto dell’Haka

In sintesi ne è uscita una piccola lectio magistralis di rugby in salsa emisfero nord, rugby magari non spettacolare ma semplice, conciso, essenziale. E dannatamente efficace. E pure una piccola lezione da parte di Warren Gatland, che sa benissimo che la squadra titolare, quella del fine settimana, è ben più forte di ognuna delle franchigie neozelandesi, ma sa anche che il sugo del Tour sarà il trittico di partite che comincerà questo sabato. In fondo dell’ultimo Tour dei Lions in Nuova Zelanda, quello del 2005, tutti ricordano le quattro grandi imbarcate buscate dalla selezione di Clive Woodward(3 dagli All Blacks, 1 dai Māori), in pochi il percorso netto nei test “minori”. Se vorranno avere una chance contro gli All Blacks gli uomini di Gatland dovranno portare il confronto sulle fasi statiche e su ritmi bassi. La squadra di Steve Hansen, risultati alla mano, sembra addirittura più forte di quella che in campo poteva schierare dei semidei in pantaloncini come Dan Carter e Richie McCaw. Di sicuro corre molto di più: Retallick, Sonny Bill Williams, Dagg, Sam Cane, i fratelli Savea. E, dulcis in fundo, Dane Coles. A curriculum è il tallonatore degli Hurricanes, dalle nostre parti uno con quella corsa e con quelle mani lo potresti mettere a fare il centro e guardare come va a finire. Venerdì scorso i samoani per mezz’ora hanno sacrificato muscoli, placcaggi e cuore, poi hanno preso 12 mete, 78 punti alla cassa. Fanno paura. Faranno paura. Saranno lì, di nero vestiti. Grossi, minacciosi, incattiviti allo stremo. Lanceranno una delle haka più aggressive e da brividi mai uscite dai loro corpi. Si posizioneranno a piramide, uno davanti, una base più solida dietro. E via, a urlare la loro appartenenza, le loro radici, il loro orgoglio. A dire che i Leoni di lì non passeranno così facilmente. Nel dubbio sabato mattina attaccatevi allo schermo, ci sarà da divertirsi.