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Basket
6 Marzo

Il senso di Kaunas per il basket

Simone Galeotti

25 articoli
C'è un luogo dove la canotta verde dello Zalgiris Kaunas è una bandiera, un vero vessillo d'identità.

“Un sogno ce l’avevo, se fossi riuscito a diventare un giocatore dello Zalgiris sarei stato un ragazzo felice.” Parola di Sarunas Jasikevicius.

 

Se gli Stati Uniti nel 1867 avessero acquistato la Lituania dalla Russia al posto dell’Alaska, oggi Kaunas sarebbe una franchigia NBA di quelle inamovibili. La canotta verde dello Zalgiris è la locuzione sul DNA della gente di questa città incastonata come una perla sulle gelide insenature del Baltico e posta alla confluenza dei fiumi Nemunas e Neris. Lo Zalgiris è il fondamento di qualunque proiezione d’orgoglio, il brodo di coltura di ogni speranza legata allo sport, insieme al sorprendente canottaggio. I canestri sin dagli anni ’20 sono stati il secondo fonte battesimale dopo quelli della cristianità che qui si palesa incensando ogni angolo con il monito perpetuo delle sue infinite basiliche. Non stupitevi dunque se girando per le stradine del centro storico (senamiestis) vedrete qua e là, pendenti dai muri dei cortili o dai tronchi degli alberi dei parchi, canestri da basket più o meno improvvisati, circondati da nugoli di ragazzi che in qualunque stagione si cimentano in questo gioco e a partitella conclusa si siedono su lunghe panche di legno a mangiarsi un fumante Kugelis (sformato a base di patate con carne di maiale), annaffiandolo con l’iconica birra locale Alaus. Lo Zalgiris Kaunas venne fondato il 13 ottobre del 1944 ed è una delle società più antiche fra le partecipanti odierne all’Eurolega. Sin dagli esordi si piazzò fra le principali squadre del campionato sovietico, vincendolo per la prima volta nel 1947.

 

Il centro storico di Kaunas, alla confluenza dei fiumi Neris e Nemunas.

 

Zalgiris, tanto per capire lo spirito, è il nome di una battaglia. I lituani chiamano infatti la celebre battaglia di Tannenberg “Battaglia di Zalgiris”. Lo scontro ebbe luogo il 15 luglio del 1410 nelle piane tra i villaggi di Grunwald e Stębark. Fu un duello tra due coalizioni e due differenti interpretazioni della vita: da una parte vi era l’alleanza polacco-lituana sotto il comando del re di Polonia e granduca di Lituania, Ladislao II, sull’altro fronte vi erano le forze dell’Ordine Teutonico, interessante a unificare i loro possedimenti dell’Estonia con quelli della Prussia Orientale, comandati dal Gran Maestro dell’Ordine Ulrich von Jungingen. Dopo l’iniziale sfondamento del suo fianco sinistro, la cavalleria lituana fu costretta a ritirarsi nelle paludi dove Ladislao ordinò un violento contrattacco durante il quale le linee nemiche cedettero ponendo fine alle mire espansionistiche tedesche.

 

Dipinto da Jan Matejko nel 1848, la “Battaglia di Grunwald” è una delle più grandi rappresentazioni dell’eroismo polacco e lituano. Vestito di rosso e spada sguainata è Vytautas (Vitoldo) il Grande, l’eroe di Lituania. Oggi è custodito al Museo Nazionale di Varsavia.

 

I nomi d’eccellenza del club sono parecchi ma ho deciso di puntare la luce dei riflettori essenzialmente su tre giocatori in ordine non cronologico. Occorre affondare gli scarponi nella neve della storia fino ad arrivare alla Zalgirio Arena, impianto di culto dall’esaurito perenne, dove hanno appeso le maglie destinate all’eterno, quelle con i numeri mai più utilizzabili perché consegnati per sempre alla leggenda di questa squadra insieme ai drappi dei successi di un piccolo mondo composto da appena trecentomila abitanti ma fra i più indigesti al vecchio Politburo sovietico: Paulius Jankunas, Arvydas Sabonis e, guarda un po’, Tyus Edney.

 

Paulius Jankunas resta il miglior marcatore lituano in Eurolega. Sì, Jankunas è inchiostro da consumare sui libri con le copertine biancoverdi. Capitano dello Zalgiris a 24 anni, questo classe 1984 nativo di Kaunas è volutamente rimasto costantemente lontano da celebrazioni e ribalte eppure nessuno ha avuto la sua grazia nel trattare i fondamentali del gioco. Per comprendere una storia alle volte basta conoscere la rottura della stessa. Il 14 agosto 2009, Jankunas firmò con il Khimki a causa della terribile situazione economica della società. A Mosca conquisterà qualcosina ma i numeri non saranno paragonabili al passato. Eppure non sembrava esserci del particolare malessere: Jankunas studiava e parlava fluentemente russo con i compagni, pur nelle non marginali differenze culturali, e alla nuova realtà pareva aderire dignitosamente. Ma il suo allenatore, l’italiano Sergio Scariolo, riteneva insistentemente di volere farne un atleta più perimetrale senza l’apprezzamento del giocatore e allora sotto-sotto qualcosa incominciò a infrangersi, soprattutto perché nel frattempo a Kaunas si snodò una storia cupa, ciò nonostante decisiva per il recupero futuro del club di pallacanestro: entrò in scena tale Shabtai Kalmanovich, un discutibile uomo d’affari di origine ebraica, con un passato nei servizi del KGB, che venne ucciso con 20 colpi di pistola vicino al quartier generale di Vladimir Putin. Kalmanovich però farà in tempo a passere le redini del comando dello Zalgiris al magnate Vladimir Romanov e lo Zalgiris, di nuovo sufficientemente ricco, riportò subito Paulius Jankunas a casa, in quella casa da dove con il cuore, di certo, non se ne era mai andato. E sarà una scelta di vita definitiva.

 

Paulius Junknunas, con la “sua” maglia.

Oh, cambiamo uomo, in slang russo si utilizza il termine “Sabonis” per indicare una bottiglia di Vodka di dimensioni generose.

L’eco fragoroso dei primi passi sul parquet di Arvydas Sabonis, detto “il principe”, giungeranno nel 1981 scuotendo alla base i fieri lituani, che lo trasformarono rapidamente in un simbolo di rivincita sportiva e di lotta politica. Con il suo debutto cominciarono a decollare le prospettive dello Zalgiris e della Lituania; Sabonis si palesava alla stregua di un baluardo su cui appoggiare le feroci aspirazioni indipendentiste del territorio. I risultati non si faranno attendere e ben presto la compagine biancoverde si mostrerà al mondo dopo anni di sofferto anonimato, contrapponendosi all’egemonia del CSKA (Club Sportivo Centrale dell’Esercito Russo). Sabonis sfrutterà nel migliore dei modi l’avanguardia della scuola cestistica colorata a bande orizzontali giallorossoverdi, capace di forgiare nello stesso periodo un altro incantevole atleta come Sarunas Marciulionis. Arvydas miscelava fondamentali cristallini e una sorprendente fantasia in post, tra cui un gancio esemplare, sviluppando, nel tempo, una singolare ed efficace predisposizione al palleggio/arresto/tiro oltre ad innate doti di passatore; un tris vincente che farà di lui un giocatore di grana finissima, in grado di utilizzare con acume accademico non solo il piede perno nel pitturato ma parimenti un insolito stazionamento lontano dal ferro per spaccare le difese con il tiro dalla distanza precorrendo il concetto del dinamico lungo moderno. Le sue prestazioni saranno caratterizzate da una teatralità al limite del farsesco che gli procurò enormi vantaggi psicologici con gli avversari di turno e singolari siparietti con gli arbitri. Gli Stati Uniti chiamarono, ovvio, ma non erano ancora anni facili per certi trasferimenti. In ogni caso diversi allenatori universitari cominciarono a sognare un incredibile ingaggio nonostante la guerra fredda e la mancanza di stabili contatti in Russia.

 

Arvydas Sabonis, col numero 11.

 

Farà scalpore il tentativo di Dale Brown (coach di Louisiana State) che scriverà una doppia lettera indirizzata ai presidenti Gorbaciov e Reagan per proporre un chimerico programma di scambi culturali tesi a migliorare la relazioni diplomatiche. L’idea di fondo prese spunto dal successo della notissima “diplomazia del Ping Pong”, l’operazione coordinata da Henry Kissinger durante l’amministrazione di Richard Nixon. Ambasciatori, consoli, affaristi, vicesegretari: un nutrito plotone di verosimili intermediari venne contattato da franchigie ed agenti per riuscire ad accostarsi alla cerchia del “principe del Baltico”. I più incisivi saranno quelli dei Portland Trail Blazers dell’Oregon che si vedranno tuttavia invalidare la loro scelta, dapprima al Draft 1985 a causa della violazione dell’età, e successivamente dall’ultima intransigente cortina di ferro. Sabonis si accontentò dell’Europa: Forum Valladolid e poi soprattutto Real Madrid, finché, caduto il muro di Berlino ecco spalancarsi finalmente le porte a stelle a strisce nonostante un ingresso flagellato da un brutto incidente al tendine d’Achille che né comprometterà una carriera intera visto che non sempre le cure mediche porranno soluzione al problema e i forti dolori spesso dovranno essere smorzati da una nefasta bottiglia di Vodka mai assente sui ripiani della sua villetta di Portland. Nonostante tutto Arvydas Sabonis si dimostrerà un grande fra i grandi, una sorta di eroe omerico amato e perseguitato dagli dei, croce e delizia di se stesso, e anche lui naturalmente farà ritorno, dopo mille peripezie, alla sua Itaca, a Kaunas, sia come giocatore, per ricevere il saluto d’addio agonistico, sia per convertirsi al ruolo di dirigente del club che con lui negli uffici alzerà il trofeo più ambito e desiderato, ossia l’Eurolega del 1999.

 

La Zalgirio Arena è sempre piena: la squadra ha calamitato attorno a se l’intera comunità cittadina.

 

Un passo indietro. La terza canotta da ricordare è quella indossata da un ragazzino di colore, un piccoletto nato e cresciuto al sole della California, rodato sul sacro parquet dei Bruins dell’Università di UCLA, uno che probabilmente a tutto poteva pensare ma non certo che sotto i pinnacoli ghiacciati di Kaunas avrebbe guidato lo Zalgiris al suo apice sportivo: Tyus Edney.

 

I lituani allenati da Jonas Kazlauskas si erano presentati con un roster che ricopiava pressoché completamente quello che aveva fatto sua la Coppa Saporta (ex Coppa delle Coppe) umiliando in finale le scarpette rosse dell’Olimpia Milano: Stombergas, Adomaitis, i fratelli Zukauskas, Masiulis. Muterà di fatto solo il pacchetto estero perché il lockout Nba di quella stagione farà sì di rimediare una pesca miracolosa. Da New York sbarcherà Anthony Bowie, uno che l’Europa l’aveva già assaggiata con Varese e Milano; dai Seattle, arrivò l’enorme pivot ceco Jiri Zidek, e infine ecco il folletto Edney che in un’intervista al giornale lituano Krepsinis dirà:

Non sapevo cosa aspettarmi da questa scelta all’inizio, ero preoccupato, un altro mondo, un altro clima, un’altra lingua fuori dal palazzo, ma il basket beh, qui è davvero una religione e per me è quello che conta”.

Il 22 aprile 1999 si disputò uno scontro tra civiltà dalle opposte visioni, proprio come nella battaglia di Tannenberg del 1410. Non ci saranno di fronte i tedeschi ma la finale ironia del destino si disputò a Monaco di Baviera contro la Virtus Bologna targata Kinder e guidata dal guru Ettore Messina. Furono circa 30 mila i tifosi che staccheranno un biglietto direzione Germania la metà dei quali non riuscì nemmeno ad entrare al Palasport baverese ma occluse la città di un entusiasmo irrefrenabile solo per la gioia di essere lì. A Kaunas, e non solo, sarà festa nazionale; scuole, stabilimenti, uffici chiusi, una maratona di diretta tv e un improvvisato party all’aeroporto con sul palco il gruppo musicale degli ZAS, band ai vertici della hit del paese, ad intonare un pezzo preparato per l’occasione: “Eurolyga”, autentico tormentone radiofonico nelle settimane a seguire.

 

Arturas Milankins festeggia col pubblico zalgiro: ogni partita è un bagno di folla.

 

Il basket eretico della Edney’s Band, fatturava 79,5 punti a gara, ed era un basket brillante giocato a cadenze straordinari per dei tempi nei quali il controllo del ritmo sembrava un dogma assodato e duraturo. Edney sarà determinante leggendo l’azione clou dell’incontro andando a intercettare un avventuroso passaggio per lo spauracchio Sasha Danilovic e chiudendo, di fatto, la contesa. Finirà 82-74. Quella coppa alzata al cielo dal gruppo di Kazlauskas fu l’emozione di un popolo, un’emozione inferiore solo all’indipendenza dall’Unione Sovietica. Da quell’irripetibile ’99, lo Zalgiris non ha più ottenuto un successo in Eurolega. Occorre quindi rimettersi a fiutare perbene le tracce recenti lasciate sulla candida neve caduta intorno al Kauno Pilis, il Castello di Kaunas. Perché, in fondo, in Lituania tutte le strade portano a un campo da basket.

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