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Calcio
22 Novembre

In campo per la rivoluzione

La campagna contro la città, il popolo contro le èlites. Un giro per l'Europa passando in rassegna le sorprese (e le speranze) all'attacco dei centri del potere.

La campagna che assedia la città è il presupposto per far vincere le rivoluzioni. Una lezione che viene da lontano. Dalla Cina maoista non ancora “normalizzata”. Lo stratega era Lin Piao. Ebbe ragione. La “lunga marcia” fece emergere quadri nuovi, giovani, dinamici, attraenti. Era il popolo contro le élites; erano milioni di militanti venuti dal nulla abbacinati da un sogno, più forti di tattiche e strategie. Era la vasta campagna dei senza nome e con tanta fame all’assalto della città, nido di aquile spennate e prive di slanci vitali. Il comunismo aveva bisogno di rivitalizzarsi. Un condottiero ed uno stratega. Una massa con un solo volto e tanta rabbia. La politica necessita di miti, oltre che di leader. E’ una competizione crudele che può diventare evanescente. Lo sport altrettanto: è una corsa infinita al primato anche quando non lo si intravede. Evanescente, ma anche crudele. Invertendo gli addenti il risultato non cambia. Nel calcio è ancora più evidente. Se una campagna di affamati prende a correre verso la città degli appagati la vittoria o, quantomeno, la gloria non restano utopie. Lo scorso anno il Leicester ha sfondato il muro dell’opulenza in Premier League. E’ accaduto che la squadra-nazione per eccellenza, l’Atletico Bilbao, più volte mettesse in discussione il potere che corre sul filo Catalano e Castigliano. E squadre tutt’altro che blasonate in Italia hanno talvolta colpito al cuore il “sistema”: il Cagliari di Manlio Scopignoil Verona di Osvaldo Bagnoli, per restare al dopoguerra.

 

 

Sui muri di Leicester, il volto della più bella rivolta contro le èlites degli ultimi anni

 

Nel campionato francese, Montpellier, Lilla, Auxerre hanno “regolato” almeno una volta gli aristocratici che con giacobina intolleranza immaginavano di essere immuni dalle disfatte della storia. La Vandea si manifesta ovunque e quando meno la si attende. Anche in Germania, dove forse antichi retaggi prussiani potrebbero mettere in crisi i padroni del calcio se la fame antica si manifestasse ancora una volta, e non è detto che non accada presto, i segni sono evidenti. La campagna assedia la città calcistica in quasi tutta l’Europa. Ed è confortante. Ad un terzo del cammino dei campionati nazionali squadre giovani e voraci, attrezzate al sacrificio e alla rinuncia, spinte dalla forza della disperazione gioiosa (un ossimoro che rende l’idea) stazionano ai vertici delle classifiche. L’Atalanta di Giampiero Gasperini, guidata dal giovane e sconosciuto ivoriano Frank Yannick Kessié, centrocampista destinato ad oscurare la stella del suo Paese, il nobile Yaya Touré, che ha portato il miglior calcio africano nel cuore della Premier League, e da Mattia Caldara, erede forse di Cabrini e Tardelli e Maldini, ha battuto Napoli, Inter e Roma e, comunque vada, sta a ridosso della Juve nel gruppo di testa consapevole, senza false modestia, che la zona “europea” può essere sua. I due ragazzini, pur non essendo attaccanti, sanno correre e dribblare, giocare per contenere e per offendere, entrambi hanno il vizio del gol. Ricordano vecchi e ridenti scapigliati olandesi che facevano ammattire le difese di mezzo mondo negli anni Settanta e Ottanta. In pensione i “senatori”, a Bergamo Alta e a Bergamo Bassa si respira la stessa aria, un’aria di vittoria…

 

PESCARA, ITALY - OCTOBER 26: Mattia Caldara of Atalanta BC celebrates after scoring the opening goal during the Serie A match between Pescara Calcio and Atalanta BC at Adriatico Stadium on October 26, 2016 in Pescara, Italy. (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)
Eccoli qui, i due giustizieri della Roma (e non solo)

La stessa che si sente, frizzante come l’alba che spunta sul Mediterraneo, a Nizza dove un ritrovato Mario Balotelli guida una squadra-rivelazione, fatta con poco, contro equipe di sceicchi e miliardari ormai stanchi. Vincerà il campionato? Chissà. Per ora chiude gli occhi e sogna, dall’alto del primo posto in classifica, con le sue stelle cadute e rialzatesi, con le sue stelle ancora avvolte nella nebbia. Il RasenBallsport Leipzig, conosciuto come Lipsia, è al vertice della Bundesliga. Un “miracolo” calcistico. In sette anni dal nulla è arrivato alla sommità del calcio tedesco. La società, infatti, è stata costituita nel 2009 dalla multinazionale austriaca Red Bull GmbH, mediante l’acquisizione della licenza sportiva del SSV Markranstädt (club dell’omonima cittadina limitrofa all’epoca militante nel girone locale di quinta divisione). La promozione nella massima serie è arrivata quest’anno. In una decina di giornate si è imposta a Bayern e Borussia Dortmund. La Red Bull, all’atto della fondazione, ha previsto di investire nel club circa 100 milioni di euro in dieci anni: meno di quanto è costato Pogba al Manchester United. Non di solo denaro è impastato il calcio. E quando sembra assodato che soltanto la ricchezza delle società è garanzia di successo, c’è qualcuno o qualcosa che ci riporta ad una realtà che è fatta anche di denaro, ma soprattutto di volontà, passione, entusiasmo, sacrificio, buona tecnica ed intelligenza strategica sul campo e fuori. Se si vince anche senza un fatturato stellare, vuol dire che il calcio può riconquistare se stesso, riappropriarsi della propria “anima” smarrita nell’orgia mercatista che l’ha trasfigurato. Ed è la prova della campagna che s’abbatte sulla città, trasformandola, forse. Il Villarreal non è un’altra realtà che ci racconta una storia analoga? E’ a poche lunghezze dal trio galattico (economicamente e sportivamente parlando) Real-Barcellona-Siviglia, con i nostri Bonera e Sansone (già, in Italia alcuni dei migliori vengono mandati all’estero, mentre si acquistano brocchi da tutte le latitudini…), davanti all’Atletico Madrid dell’ “italiano” Simeone. Pesca dove può le occasioni migliori e mette insieme ciò che gli altri scartano, magnificamente rivitalizzandoli: quest’anno è la volta di Pato. Ve lo ricordate? Il Papero del Milan. Non era buono più per il campionato italiano. La cura brasiliana gli ha fatto bene. Oggi è la stella della squadra valenciana che gioca le partite casalinghe nello Stadio El Madrigal vestita di giallo: la chiamano “El submarino amarillo“(“Il sottomarino giallo”).

 

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El Madrigal, fortino del “sottomarino giallo”

 

Il soprannome risale al 1967, quando la promozione nella Tercera División fu celebrata con la canzone dei Beatles “Yellow Submarine“. Un sottomarino che sta facendo impazzire le più agguerrite flotte spagnole. Il calcio è poesia, come diceva qualcuno, perché imprevedibile come un verso, abbagliante come un sogno, doloroso come una sventura. E’ vita. E nella vita le regole saltano, ma bisogna comunque osservarle. E’ fantasia che purtroppo talvolta viene castigata, ma non per questo deve essere abbandonata. E’ fame. E di fronte alla fame non c’è niente da fare. Come tutti sanno, a cominciare dalle città saccheggiate o rivoltate dagli affamati, appunto. Ah, se rinascesse Lin Piao. Sarebbe contento della sua Cina che assedia e conquista e possiede i santuari mondiali del calcio nei quali, tempo qualche decennio, si parlerà “mandarino”. La campagna, dopo lunghi assedi, ha inevitabilmente la meglio sulle città. C’è gloria per tutti. A condizione di imparare dalla sconfitte e credere che la “volontà di potenza” non si compra al mercato…

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