Altri Sport
25 Aprile 2017

In memoriam

Il nostro ricordo di Michele Scarponi.

Raccontare l’atleta è facile. Il suo palmarès aiuta la narrazione: tra le varie corse e i piazzamenti alle classiche ci sono tre tappe al Giro d’Italia, una Tirreno-Adriatico e un Giro del Trentino, più un Giro d’Italia, quello del 2011, assegnato per la squalifica di Contador.

Caratteristiche da scalatore infaticabile. La sua ultima impresa è stata la prima tappa al Tour of the Alps. La prima gara che ha vinto dopo aver scritto una pagina che è già Storia sul Colle dell’Agnello, Cima Coppi dell’ultimo Giro d’Italia. Ci si deve inerpicare fino a 2744 metri, e l’Aquila di Filottrano sale da sola in vetta, tra muri di neve: prima stacca tutti sui tornanti dell’ascensione e poi si deve letteralmente fermare per aspettare il suo capitano Vincenzo Nibali: è lui che deve vincere il Giro, e proprio da quella salita parte la rimonta che porterà l’Astana e il suo campione a vincere la corsa rosa.

Scarponi aspetta il suo capitano per tirarlo fino all’ultima salita

La carriera di Michele Scarponi è di alto profilo, ed inizia quando già da giovanissimo dilettante venne convocato per la cronometro al campionato del mondo su strada di Lisbona 2001, dove arrivò ottavo e primo degli italiani. Nel 2002 il debutto al professionismo e, se si esclude la parentesi spagnola alla Liberty Seguros-Würth di Manolo Saiz e del dottor Fuentes che lo vedrà coinvolto nell’Operaciòn Puerto tra il 2007 e il 2008, non ci sono mai statti anni bui, anni vuoti. Anzi, nel gruppo si è sempre distinto per la bonaria predisposizione alla battuta e al sorriso, mai serioso né arrogante pur potendo, doti non comuni nello sport.

Quest’anno si sarebbe battuto con i migliori al Giro numero 100 da capitano dell’Astana invece che da gregario d’oro per Fabio Aru, fuori per infortunio. A 37 anni gli si presentava davanti un’altra occasione per dimostrare che sarebbe stato in grado di giocarsela con tutti, come sempre.

È tanto assurdo quanto reale dover parlare di Michele Scarponi al passato, nei periodi ipotetici dell’irrealtà. Perché se parlare dell’atleta è facile, raccontare l’uomo non è, invece, così semplice. Dal gruppo scompare il sorriso invincibile di chi sapeva sempre togliere il dramma di mezzo, di chi era la semplice simpatia fanciullesca temprata dall’esperienza, di un campione umile per davvero. Quando iniziava la salita però quel sorriso diventava una smorfia di sforzo e concentrazione, nella classica trasfigurazione indotta dalla fatica massima che è propria del ciclista ed è naturale nello scalatore. Impossibile, da oggi, non vedere in Michele Scarponi il modello di questa metamorfosi, dove l’uomo scompare e resta solo il corridore.

Come ci piace ricordare Michele Scarponi
Come ci piace ricordare Michele Scarponi

La mattina del 22 aprile 2017 un furgone ha tolto dalla sua bici il padre di Tommaso e Giacomo, i gemelli avuti con la moglie Anna. Se la squadra può cercare un sostituto, la vita non porta rimpiazzi. Migliore del ricordo resta solo la Memoria: se re-cordare è riportare al cuore emozioni e accadimenti sempre poco nitidi, avere memoria è la facoltà quasi etica della mente di mantenere in vita i contenuti del passato. Vengano a chiedere alla nostra memoria, i suoi figli, chi era il padre: c’è tutta la nazione dei tifosi senza squadra né bandiera che ha corso, faticato, esultato e riso con lui.

“E così oggi, dalla mia memoria,
scelgo il meglio della vita
e del suo veloce volo
che finisce come, sempre accade,
troppo presto”

Franco Battiato, “Del Suo Veloce Volo”

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Ormai da anni rappresentiamo un’alternativa nella narrazione sportiva italiana: qualcosa che prima non c’era, e dopo di noi forse non ci sarà. In questo periodo abbiamo offerto contenuti accessibili a tutti non chiedendo nulla a nessuno, tantomeno ai lettori. Adesso però il nostro è diventato un lavoro quotidiano, dalla prima rassegna stampa della mattina all’ultima notizia della sera. Tutto ciò ha un costo. Perché la libertà, prima di tutto, ha un costo.

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