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6 Gennaio

Cos’è Ineos e cosa vuole dallo sport

Luca Pulsoni

80 articoli
Renderlo una scienza, abbattere ogni barriera.

Il nome nasce dall’acronimo di Inspec Ethylene Oxide Specialties e racchiude un presagio. Rappresenta l’alba di un nuovo inizio: da Ineo, che in latino indica un “nuovo inizio”, Eos, la dea dell’alba e Neos, che in greco rivela qualcosa di “nuovo e innovativo”. Jim Ratcliffe consultò un dizionario di latino e uno di greco per averne certezza. Poi decise: «La chiameremo Ineos». Quelle cinque lettere messe una dietro l’altra l’avevano convinto. Sarebbe stato solo l’inizio. E mai nome fu più azzeccato.

 

 

Ineos è un colosso della chimica ed uno dei brand più conosciuti nel mondo dello sport. I dollari di Ineos hanno immesso nuova linfa nell’industria sportiva: investimenti che non generano dividendi ma alimentano un sottobosco intangibile. «Nessun obiettivo finanziario», garantiscono dall’azienda. Nessun rischio, nessun profitto: «L’unico rischio è non raggiungere i propri obiettivi», è il motto che ripete Jim Ratcliffe, fondatore e figura centrale nell’universo Ineos.

 

Ma cosa porta un’azienda che produce carburanti e lubrificanti, e che basa la propria attività su raffinerie e giacimenti di gas offshore, ad ambire a diventare uno dei marchi più potenti nello sport?

 

Ineos ha esteso i tentacoli in più discipline: calcio e ciclismo per iniziare, poi atletica e vela e in ultimo Formula 1. Un totale di 470 milioni di euro investiti nello sport. Visibilità, associazioni positive garantite. Ma la mission sembra piuttosto ambiziosa: «Ogni azienda ha il proprio CEO e team di leadership, ma ognuno gestisce la propria attività in modo abbastanza indipendente», spiega al Financial Times David Brailsford, direttore del Team Ineos di ciclismo.

 

Jim Ratcliffe CEO e Deus ex Machina di INEOS (Ph Jeff J Mitchell/Getty Images)

 

 

Le divisioni sportive di Ineos condividono dati e informazioni in modo da creare una galassia di atleti, tecnici e preparatori di altissimo livello, tutti legati al marchio. «Lo sport oggi è senza dubbio il modo migliore per rendere qualsiasi cosa popolare e immediatamente riconoscibile, una prospettiva che può valere molto, soprattutto per il business», chiosa Radcliffe. «Ineos è un’azienda di grande successo, i proprietari sono interessati allo sport ed è un modo per spendere dividendi», sostiene Bob Ratcliffe, fratello di Jim e responsabile della divisione Ineos Football.

 

 

Ma Jim Ratcliffe vuole abbattere le barriere dello sport moderno. L’obiettivo è sviluppare e promuovere un modello volto a massimizzare le performance degli atleti in termini di preparazione e tecnologia.Un approccio scientifico al successo che rappresenta la fonte primaria per la brand image di Ineos. In pochi anni, lo sport è diventato la vetrina dei sogni dell’azienda. L’emblema della filosofia di Ineos è racchiuso nell’operazione Challenge 1:59. Con una preparazione di cinque mesi, e un budget stimato intorno ai 19 milioni di dollari, Ineos ha fatto del keniano Eliud Kipchoge, campione olimpico e primatista mondiale, il primo uomo in grado di correre una maratona in meno di due ore.

 

 

Un traguardo raggiunto grazie all’imponente ausilio della tecnologia: il percorso studiato e selezionato ad hoc, 42 lepri schierate a rotazione in formazione a V e un raggio laser proiettato a terra che indicava il percorso ideale ad un ritmo costante. E soprattutto nessun avversario. Senza competizione non c’è sport, e Ineos ha trasformato l’evento in un’esibizione di marketing in cui sfoggiare tutte le potenzialità del brand. Il record, ovviamente, non è stato omologato dalla IAAF ma poco importa. Ratcliffe e soci si stanno ancora sfregando le mani.

 

Eliud Kipchoge è diventato un front man dell’universo sportivo Ineos (Ph Buda Mendes/Getty Images)

 

 

Mecenatismo sportivo o strategie per rinforzare il core business? Se da un punto di visto finanziario le sponsorizzazioni non rappresentano un grosso problema per il gruppo (che fattura oltre 60 miliardi l’anno), viene da chiedersi il perchè Ineos abbia allargato i confini del proprio portafoglio sportivo in modo così ampio e repentino.

«Guadagniamo da 6 a 7 miliardi di dollari l’anno in profitti. Cosa c’è di sbagliato nell’investire nello sport?», sostiene il patron.

Gli investimenti nello sport non producono alcun effetto sulle attività principali del gruppo ma – spiega Graham Copley, socio fondatore di C-MACC – «stanno generando PR (Public relations, ndr) positivo per l’azienda». La redenzione sportiva di Ineos è finita nel mirino degli ambientalisti. Gli attivisti ritengono che il fine di Ratcliffe sia quello di distogliere l’attenzione dall’attività principale dell’azienda, e utilizzare lo sport per rendere più “green” l’immagine del gruppo.

 

 

Lo “sportwashing”, ripulire l’immagine di un’azienda grazie all’impegno nello sport, non è un fenomeno nuovo. Coca-Cola diventò sponsor dei giochi olimpici dal 1928 e partner ufficiale dei mondiali di calcio dal 1978. L’industria del tabacco ha associato per decenni i propri marchi sulle auto di Formula 1. Lo sportwashing è inoltre considerato un valido strumento di propaganda politica, particolarmente in voga nei Paesi del Medio Oriente.

 

 

Le critiche ambientaliste a Ineos si riferiscono alla tecnica del “fracking”, o “fratturazione idraulica”, utilizzata per l’estrazione di gas e petrolio. I critici sostengono che le attività di Ineos siano dannose in termini di impatto ambientale e riscaldamento globale. Accuse respinte dall’azienda, che spiega come siano rispettati tutti gli standard più elevati di salute e sicurezza.

 

Manifestanti scozzesi durante una protesta pacifica fuori dalla raffineria di Grangemouth di Edimburgo, nel settembre del 2016 (Ph Jeff J Mitchell/Getty Images)

 

 


Cosa fa Ineos?


 

Ineos è la terza azienda chimica più grande del mondo e la società privata più grande della Gran Bretagna. Il gruppo conta 19 mila dipendenti e un fatturato di 60 miliardi di dollari. Opera in 83 siti distribuiti in 26 paesi diversi. Il maggior azionista (con il 60%) è Jim Ratcliffe, che nel frattempo è divenuto il secondo uomo più ricco d’Inghilterra e uno dei 150 paperoni di tutto il mondo, con un patrimonio personale che Forbes stima in oltre 18 miliardi di dollari. Il resto delle quote è detenuto dai co-fondatori Andy Currie e John Reece.

 

 

L’azienda è nata nel 1995 per inglobare le attività petrolchimiche dello stabilimento di Anversa della British Petroleum. Da lì una acquisizione dietro l’altra ha consolidato il gruppo e ampliato gli orizzonti degli affari. Il gruppo Ineos è basato su una struttura giuridica e organizzativa piuttosto complessa. Fino al 2008 la holding ha completato 22 acquisizioni di aziende o rami d’azienda che ne hanno aumentato la linea produttiva ed esteso i mercati. Scampata alla crisi economica del 2008, dal 2011 Ineos non ha arrestato la propria crescita, confluita nel settore sportivo come un fiume in piena.

 

 

Ad oggi il 23% del mercato è rappresentato da carburanti e lubrificanti. Il resto da imballaggi per alimenti, solventi, cloro e oli sintetici. Il gruppo è attivo anche nel campo dell’energia rinnovabile. «I prodotti Ineos – si legge dal sito dell’azienda – danno un contributo significativo al miglioramento della salute e degli standard di vita delle persone in tutto il mondo. Le nostre attività producono le materie prime essenziali nella produzione di un’ampia varietà di merci: dalle vernici alla plastica, dai tessuti alla tecnologia, dai medicinali ai telefoni cellulari: i prodotti chimici prodotti da Ineos migliorano quasi ogni aspetto della vita moderna».

 

 

 


Chi è Jim Ratcliffe?


 

I media lo hanno ribattezzato Dottor No (come il cattivo di James Bond in 007) per evidenziare la sua fama di manager “spietato”. Jim Ratcliffe, 57 anni di Manchester, è il fondatore di Ineos ed è conosciuto come uno dei businessman più duri nel mercato. Papà operaio, mamma impiegata, classe media inglese. Agiatezza economica senza patemi ma nemmeno eccessi. Ratcliffe consegue la laurea in ingegneria chimica all’Università di Birmingham.

 

 

Dopo gli studi entra in un fondo di private equity statunitense, dove i suoi occhi iniziano a contemplare i complessi giochi della finanza. Ratcliffe scruta il mercato, muove i titoli: compra e vende, investe e guadagna. Segue la scia del denaro, vede luce quando gli altri brancolano nel buio. Si fionda nel settore della chimica. Poi fonda la Inspec, che in seguito diventa Ineos.

È un uomo schivo nonostante il successo. Ma negli affari non fa prigionieri.

Ratcliffe ha fatto inoltre parlare di sé per le sue controversie con la giustizia britannica. In rotta con il premier Gordon Brown, trasferisce la sede dell’azienda in Svizzera. Torna oltremanica otto anni dopo, quando a Downing Street c’è David Cameron. Prima del ritorno ha strappato la promessa della riduzione delle tasse per l’intero gruppo.

 

 

Nel 2016 si è schierato pubblicamente a favore della Brexit, salvo poi annunciare la costruzione del fuoristrada 4×4 Grenadier nell’ex stabilimento della Mercedes a Hambach, in Francia, ovvero nell’Unione Europea. Il 4×4 britannico, erede designato dello storico Land Rover Defender, avrebbe dovuto rappresentare l’alba di un nuovo inizio per il post Brexit con la progettazione e la costruzione in una delle aree più povere del Galles. Una contraddizione, l’ennesima nella sua carriera imprenditoriale, che ha ulteriormente acceso i riflettori sulle attività “oscure” di Sir Ratcliffe.

 

Jim Ratcliffe in compagnia di alcuni membri dello staff della raffineria di Grangemouth (Ph Jeff J Mitchell/Getty Images)

 

 


Dal Tour de France al sogno Champions League


 

Dalla petrolchimica al pallone il passo è breve. Ma l’inizio non è tutto rose e fiori. Ineos acquisisce il club svizzero del Losanna nel novembre 2017 ma non evita la retrocessione al termine della prima stagione. Ratcliffe tenta la scalata al Chelsea, lui tifosissimo dei Red Devils fin da bambino, ma Roman Abramovic alza le barricate: «Vendo il club per 3 miliardi». Richiesta rispedita al mittente. Allora Ineos ripiega sul Nizza strappando un assegno da 100 milioni di euro, con il sogno di portare la città di Garibaldi nel ricco teatro della Champions League.

 

«Abbiamo commesso degli errori a Losanna, – spiega Sir Jim – ma impariamo velocemente, sono stati risolti e ne stiamo già vedendo i benefici. I club devono avere successo anzitutto fuori dal campo, e il Nizza non sarà diverso, poiché cerchiamo di far diventare il club sempre più forte in tutti gli aspetti nei prossimi anni».

 

L’approdo di Ineos nel ciclismo è senz’altro il più discusso. Ratcliffe e soci entrano dalla porta principale, rilevando nel maggio 2019 il Team Sky, formazione che ha vinto sei degli ultimi sette Tour de France. Il primo successo targato Ineos arriva al Tour di quell’anno, con il colombiano Egan Bernal.

 

John, un tifoso inglese del Team Ineos e di Egan Bernal, intento a seguire il Tour De France sul suo telefono in attesa che la carovana faccia tappa dalle sue parti (Photo by Julien Goldstein/Getty Images)

 

 

La squadra di Dave Brailsford ha interpretato un ruolo chiave nell’evoluzione del ciclismo moderno. La Gran Bretagna, fino a quel momento ai margini del ciclismo su strada, aveva lanciato il progetto (finanziato dal colosso delle pay-tv Sky) con l’obiettivo di portare per la prima volta un britannico a vincere il Tour de France e dare slancio a tutto il movimento. Con Sky, hanno conquistato la maglia gialla Chris Froome (per quattro volte), Sir Bradley Wiggins e Geraint Thomas (gallese). Una controtendenza dettata da metodi di allenamento lontani da quelli tradizionali e da una preparazione alle gare innovativa sotto molti punti di vista.

 

 

Con Sky la scienza è sbarcata nel ciclismo snaturando (in parte) uno sport che poggiava ancora su aspetti empirici. Il Team Sky ha rivoluzionato persino il modo di correre, per la delusione di molti appassionati che hanno incolpato i britannici di aver monopolizzato le grandi gare a tappe e aver reso il ciclismo troppo scientifico e metodico.

 

Ineos ha proseguito l’opera di accompagnamento verso il ciclismo del nuovo millennio. Valori che rientrano nella vision aziendale e che rinvigoriscono l’immagine del brand.

 

Nel 2020 Ineos ha vinto il Giro d’Italia con il giovane britannico Tao Geoghegan Hart e messo in mostra talenti promettenti per gli anni a venire. Con Filippo Ganna, campione del mondo nell’inseguimento e vincitore di tre cronometro nell’ultima Corsa Rosa, Ineos medita un tentativo di record dell’ora sulla falsariga dell’operazione Challenge 1:59. Anche l’investimento nel ciclismo paga. E rende.

 

 

 


Hamilton e la America’s Cup


 

L’ultima frontiera esplorata da Ineos è la Formula 1. Nel settore in cui sport e tecnologia viaggiano a braccetto, Ineos si è legata alla scuderia più vincente dell’era turbo-ibrida, Mercedes, e al pilota più vincente della storia, Lewis Hamilton. Dopo la partnership del 2020, il gruppo di Jim Ratcliffe ha rilevato il 33% della società che gestisce il team di Formula 1. La parte restante delle quote è detenuta in egual misura da Daimler AMG (il marchio sportivo di Mercedes-Benz) e dal team principal Toto Wolff. Un rapporto 33-33-33 che pone Ineos sullo stesso tavolo della casa di Stoccarda e del manager austriaco, artefici dei record di Mercedes e di Hamilton, che nell’ultima stagione ha eguagliato i sette titoli mondiali di Michael Schumacher.

 

Secondo alcune indiscrezioni, Ineos sarebbe stata disposta a rilevare il 70% del team Mercedes già per il 2021 ma da Stoccarda hanno preso tempo. Chissà che la scalata non sia appena iniziata.

 

La velocità sembra attrarre Ratcliffe quasi quanto il profumo dei dollari. Ineos è diventata sponsor principale dell’imbarcazione britannica impegnata nella America’s Cup 2020. Ineos Team UK ha ingaggiato lo skipper britannico Ben Ainslie e ambisce a diventare la prima imbarcazione della Regina a conquistare il trofeo più antico del mondo. Il successo che farebbe di Sir Jim una leggenda sportiva. E il vento continua a soffiare in poppa.

 

 

 

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