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27 Ottobre 2022

Nel girone di ferro, un'Inter d'acciaio

L'Inter ha tenuto (e vinto) mentalmente.

La partita di San Siro era una formalità, dicono ora in molti. Il 4 a 0 maturato al Meazza è la dimostrazione tangibile di una disparità di valori in campo assoluta, manifestatasi in tutta la sua chiarezza nel tardo pomeriggio milanese. Qualsiasi valutazione sarebbe pertanto superflua se la squadra in questione non fosse l’Inter, pazza per definizione, psico-drammatica per storia, tragica per destino. Masochista, se vogliamo, per natura. Se era evidente che la qualificazione nerazzurra fosse maturata tra le mura ostili del Camp Nou, dove i Bauscia non avevano mai raccolto punti prima, non era così scontato che l’Inter avrebbe avuto la lucidità di trasformare il match point a disposizione.

Era già accaduto nel dicembre 2018 e in quello del 2020, quando prima l’Inter di Spalletti poi quella di Antonio Conte erano cadute all’ultima giornata del girone, con un destino paurosamente comune. Prima contro il PSV Eindhoven, poi contro lo Shakthar Donetsk: avversari diversi, dinamiche affini. Partite domestiche contro le squadre meno blasonate del girone e un imperativo categorico, la vittoria, sfuggita sistematicamente per frenesia, sintomo palese di un deficit caratteriale, requisito ineludibile nelle partite decisive europee.

Uno schema ricorrente che avrebbe legittimamente potuto preoccupare i tifosi interisti, consci che anche un mezzo passo falso a San Siro avrebbe complicato tremendamente le prospettive di qualificazione della squadra di Inzaghi. Nonostante un avvio comprensibilmente confusionario però, alimentato più dalla foga che non dalla agitazione, l’Inter è sembrata sempre in controllo della partita e soprattutto conscia delle proprie potenzialità, senza essere consumata dall’angoscia del cronometro. Una squadra sorniona e dinamica che nelle prestazioni fameliche di Lautaro Martinez, nella dedizione di Dimarco e nel furore di Çalhanoğlu trova ampia sintesi dello stato attuale dell’ambiente nerazzurro.

«Siamo andati al di là delle aspettative qualificandoci con una partita d’anticipo, bisogna fare un grosso plauso a questi giocatori. Sono soddisfatto, per raggiungere questo primo traguardo stagionale bisognava fare qualcosa di speciale e lo abbiamo fatto».

Simone Inzaghi

Si qualifica con una partita di anticipo l’Inter, e avrebbe potuto farlo già a Barcellona. Nonostante la partenza a singhiozzo di questa Champions quanto mai compressa, che aveva corroborato le tesi sulla disfatta nerazzurra nel girone di ferro, l’Inter ha saputo invertire la rotta e battere la sorte avversa. Inutile negare che, nel raggruppamento più ostico di tutta la competizione, tutti avevano condannato la squadra di Inzaghi a vittima sacrificale dell’asse Monaco-Barcellona. Ma la partita vinta al Meazza contro il Barcellona, di carattere e di testa, ha cambiato le carte in tavola e trasformato l’Inter. Da quella nottata esaltante sono arrivate solo vittorie e il pareggio, dal sapore agrodolce, contro gli stessi culer. Non un caso, ma una scintilla che pare aver ricompattato finalmente i nerazzurri.



Anche perché le partite contro il Barcellona dicono molto più del risultato, e di una stagione momentaneamente girata dopo un inizio alla deriva: raccontano invece di una squadra finalmente concentrata, decisa, conscia dei propri mezzi. Che ha trasformato in atto, grazie alla personalità e all’attenzione, quello che prima era solo potenza. Così una rosa importante, a livello strutturale forse la migliore e più completa del nostro campionato – e quella che come uomini può tenere il livello più alto, sempre potenzialmente, in Europa – è tornata una squadra con un senso, un’anima e un indirizzo, oltre che con delle consapevolezze. È questo che deve far sperare i tifosi, un dato innanzitutto caratteriale; soprattutto per una squadra, quasi per DNA, così “pazza” e inaffidabile.

Una squadra capace di perdere per sue colpe ancor prima che per meriti altrui. Come l’anno scorso, in cui sotto alla (giustificata) narrazione dello straordinario Milan di Pioli, si nasconde nitida l’ombra del suicidio nerazzurro.

Un vento che soffia rassicurante nella serata milanese di San Siro, in cui tutto sembra sostenere i ragazzi di Inzaghi. Nell’ennesima notte fulgida del talento caracollante di Edin Dzeko, giganteggiante con una prestazione scandita della sua tecnica inarrivabile e imperniata sulla sua intelligenza innata, l’Inter ritrova anche la forza bruta di Romelu Lukaku. Il belga, gestito oltre ogni precauzione, entra tra il boato di chi, più per necessità che per amore, gli ha finalmente perdonato lo smacco dell’abbandono. Gli bastano una manciata di minuti per segnare al rientro, dopo un paio di mesi di problemi e ricadute, per lanciare un messaggio forte anche tra i confini nazionali: mentre il Napoli continua a demolire tutto quello che trova, ora anche l’Inter ha trovato la via per mettersi in scia. Se saprà reggere di testa, probabilmente, non mancheranno le occasioni.

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