Carrello vuoto
Italia
2 Maggio

La scuola italiana ha vinto ancora

Valerio Santori

32 articoli
L'Inter di Conte è campione d'Italia.

Italo Cucci sulle colonne del Corriere dello Sport del 10 marzo scriveva di un’Inter che storicamente converte i profeti del bel gioco alla concretezza, o addirittura all’italico catenaccio. Accadde con Herrera, arrivato come “mago” dal Barcellona e subito italianizzatosi per centrare i traguardi della Grande Inter, accadde anche con Mou, in quegli anni alla ricerca di un gioco più simile a quello del rivale Guardiola che però sconfisse, guarda caso, ancora grazie a una difesa stoica in quel del Camp Nou.

 

Eppure oggi che secondo Cucci, come per il covid, siamo alla “seconda ondata” di qualunquismo e quindi di giochismo (“dopo la prima prosciugata da Gianni Brera”), sembra che la Beneamata non sia riuscita a convertire l’ultimo dei suoi condottieri.

 

Consideriamo per un attimo l’ambiente nel quale Antonio Conte si è trovato catapultato lo scorso anno: la prima Inter cinese della storia, con mire espansionistiche mai nascoste. Non solo una società moderna, ma forse la più moderna che si sia mai vista in Italia, capitanata da una società, Suning, che fin dall’acquisizione del 2016 ha sempre utilizzato un lessico più imprenditoriale che sportivo. A precisa domanda del Corriere della Sera «Per Suning l’Inter che cosa rappresenta?», il presidente Steven Zhang nel luglio 2019 rispondeva: «Nell’area sport-entertainment è un grande asset»; insomma, non proprio le parole che utilizzerebbe un appassionato di calcio.

 

Conte insieme al presidente Zhang. (Marco Luzzani – Inter/Inter via Getty Images)

 

 

Si è vociferato inoltre a lungo di un prossimo network globale di squadre Suning, e già dal 2017 ha iniziato a operare Inter Media House, la prima casa di produzione di materiale audiovisivo per promuovere il brand di una squadra di calcio in Italia. Ecco, se paragonato a questa globalità e a questa ricerca quasi ossessiva dell’avanzamento tecnico, Antonio Conte muove quasi a compassione.

 

 

In una Instagram story pubblicata appena due giorni dopo la partita del 28 novembre contro il Sassuolo, presto divenuta virale proprio per la sua eccezionalità rispetto al tipo di comunicazione a cui l’Inter di Suning aveva abituato, l’abbiamo visto nei panni del peggior attoruncolo di emittenti locali sollevare una tazzina del bar del Suning Center, e rivolto alla fotocamera di un cellulare dichiarare:

“Il buongiorno ad Appiano si vede dal mattino, con un buon caffè!”.

 

Non si sa bene perché, non si sa bene per chi. Non si trattava di una pubblicità, anche se ne aveva le fattezze. Romanticamente si potrebbe asserire che in quel momento Conte l’abbia fatto per se stesso, per ripartire dalle sue antiche certezze calcistiche vacillate fino a quel momento e rinsaldate dopo quella partita, che col senno del poi tutti considerano la svolta stagionale della sua Inter.

 

 

La trasferta a Sassuolo per la nona giornata di Serie A aveva visto infatti il ritorno al 3-5-2 e insieme il ritorno a una vittoria “di concretezza” dopo il sali scendi di inizio stagione. Fuori Eriksen e con lui il 3-4-1-2, un modulo impiegato più per volontà della società fino a quel momento. Fuori la ricerca di un gioco offensivo e di possesso e dentro “gli attributi”, come li chiama sovente il tecnico leccese, la concentrazione difensiva massima, i contropiedi chirurgici. Dopo quella vittoria per 3 a 0 arrivò l’insperato successo a Monchengladbach, sempre col 3-5-2, che rimise la squadra in corsa per quegli ottavi di Champions solo sfiorati, infine, a causa dello 0-0 casalingo con lo Shakhtar.

 

 

Il video del caffè, italianissimo e insieme epicamente arretrato, può essere considerato allora parte di un “ritorno alle origini” maturato sul campo, un tentativo di riportare la sua società sulla terra anche comunicativamente parlando. Dopo Sassuolo sono arrivate ventuno vittorie in ventisei partite, sufficienti per dominare un campionato e far storcere il naso a qualcuno, come al solito. Perché quel suo modo di far giocare la squadra da lì in poi non ha soddisfatto né gli esteti né chi si occupa di montare gli highlights. Nel girone di ritorno ad esempio l’Inter batte l’Atalanta per uno a zero con un solo tiro in porta in tutta la partita, “E cosa mostriamo ora ai tifosotti sul divano?” si chiede più di un autore televisivo.

 

Skriniar e Handanovic esultano dopo la vittoria (e la porta inviolata) contro l’Atalanta. (Marco Luzzani/Getty Images)

 

 

Ma questa è l’Italia, come direbbe il rapper Salmo. Gli allenatori più vincenti della nostra Serie A sono Giovanni Trapattoni (7 titoli), Massimiliano Allegri (6 titoli), Fabio Capello (5 titoli) e Marcello Lippi (5 titoli), nessuno dei quali è riconosciuto come un teorico del “bel gioco”. Ci ha provato anche Beppe Marotta a spiegarlo agli esteti, prima di Inter-Cagliari dell’11 aprile:

 

“Il nostro centro estetico è la Pinetina, dove c’è tutto e c’è uno staff preparatissimo. Non è guardando la percentuale del possesso palla che si vincono i campionati. Citando Heriberto Herrera, il possesso calcistico è quando parla la classifica in termini di punti e non quello territoriale in campo”.

 

Curioso il richiamo dell’Ad nerazzurro ad Heriberto Herrera. Quest’ultimo vinse infatti uno scudetto sulla panchina della Juve rimontando proprio i formidabili campioni del “mago”, e nel mondo del calcio italiano si guadagnò il soprannome di “sergente di ferro” poiché veniva spesso alle mani con i suoi calciatori se questi non eseguivano i suoi ordini (egli fece addirittura venir meno lo stile aristocratico del club di Torino, al punto che Gianni Agnelli una volta commentò infastidito: «Siamo diventati una squadra socialdemocratica…»).

 

 

Più che un novello Saragat Conte sembra però un capitano pirata, convinto che anche il più maledetto dei suoi mozzi possa apportare il giusto contributo se messo in condizione. La condizione è, vale ribadirlo: sposare indiscutibilmente e appassionatamente la sua causa. Se ciò non accade: via la stima, via il posto, via i gradi (Eriksen docet).

 

 

La vicenda del danese potrebbe essere emblematica di ciò che Conte è riuscito a fare all’Inter nella sua interezza: dopo il derby perso nel girone d’andata ammise candidamente che non voleva più giocare col trequartista, anche se “qualcuno” ai piani alti della società glielo voleva imporre. Eriksen era stato forse concepito come un acquisto simbolo del ritorno dell’Inter nell’élite del calcio europeo, il suo utilizzo era stato dato per scontato e la parola “scontato” è forse quella maggiormente in grado di far imbestialire uno come Conte.

 

inter conte
Tutti attorno ad Eriksen, decisivo contro il Crotone. (Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images)

 

 

Il centrocampista ha iniziato così a collezionare panchine fino ad arrivare a un passo dall’essere ceduto nella finestra invernale, ma poi, da febbraio, ha trovato nuova vita nella posizione di mezz’ala sinistra dando un contributo importante alla volata finale della sua squadra. Cos’è cambiato? Il pirata si è forse fatto convincere dalla dirigenza? Macché, anche quando lo ha rimesso negli undici ha continuato a non farsi condizionare dai nomi: in panchina ci è finito il suo pupillo Vidal, uno di quelli che come ha dichiarato più volte “vorrebbe sempre con sé”, artefice però di una stagione da brividi.

 

 

La sensazione è che Eriksen abbia iniziato veramente a giocare solo quando si è votato lui, completamente, alla causa italiana della quale Conte è guardiano infaticabile. Resta a tal proposito nella storia l’intervista post Inter-Lazio del 14 febbraio nella quale il mister affermò che sì, Eriksen stava divenendo un titolare, ma non per chissà quale movente estetico. Il vero motivo era che aveva “una gamba più rabbiosa” di prima – immaginiamo il piccolo principe di Middelfart chiedere la traduzione in danese.

 

 

Anche dalla presa di posizione contro la Superlega, e quindi contro la sua stessa società, si capisce come l’unica bussola del tecnico leccese siano sempre le tradizioni”, ancor prima del guadagno. L’ha ripetuta ben tre volte quella parola, nell’intervista post Spezia-Inter, quando la disfatta degli Agnellez era ancora fresca:

“Da uomo di sport io penso che non bisogna mai dimenticare le tradizioni. In tutti gli sport le tradizioni vanno sempre rispettate, perché appartengono alla storia ed è bello mantenere sempre le tradizioni in assoluto”.

A proposito di “gamba più rabbiosa” e cattiveria agonistica, Romelu Lukaku ha indiscutibilmente raggiunto sotto Antonio Conte il suo acme calcistico. (Maurizio Lagana/Getty Images)

 

 

E in che tracciato della tradizione del calcio italiano si collochi è facile da intuire: lanciato da Trapattoni (un altro che all’Inter ha vinto senza convertirsi, perché già convintamente pragmatico), ha dato il meglio di sé da calciatore sotto la guida di Lippi, del quale ha inevitabilmente carpito i metodi e lo stile spacconesco. Volendo tornare ancora più indietro, potremmo definirlo un Nereo Rocco 2.0. Sì, quel Nereo Rocco che soleva farsi beffe dei suoi colleghi italiani apparentemente moderni, perché come affermò una volta:

 

“Dal lunedì al venerdì i xe tuti olandesi. Al sabato i ghe pensa. La domenica, tuti indrio e si salvi chi può”. E infatti nel momento della verità anche l’Inter di quest’anno ha pensato prima di tutto a difendersi, come da manuale della grande scuola italiana.

 

Per questo non poteva essere vero il Conte di inizio stagione, che diceva di “godersi il percorso” prendendo tre gol dalla Fiorentina e due dal Benevento. A tutti era sembrato posticcio. Mentre era sicuramente in sé quel Conte infervorato che, dopo Inter-Cagliari uno a zero con gol di Darmian al 77esimo, ammetteva con occhi sgranati: “Vincere mi piace troppo!”. Altro che percorso.

 

 

Darmian è una di quelle storie “alla Giaccherini” a cui Conte ci ha abituati. Ha segnato anche il gol dell’1-0, ancora striminzito, contro lo Spezia la scorsa settimana. Trattasi di un diligente ragazzo italiano con un’importante esperienza all’estero che Conte ha addirittura preferito ad Hakimi per un bel gruzzolo di match. Il marocchino mostrava doti offensive indiscutibili, certo, e alla società era costato qualcosa come 40 milioni, però in quel periodo “non sapeva difendere”, secondo il suo mister.

 

Matteo Darmian, un Giaccherini 2.0 (Marco Luzzani/Getty Images)

 

 

Viene da chiedersi cosa veda veramente nei suoi calciatori, Antonio Conte, e perché sotto la sua guida tutti inizino a dare il meglio prima o poi. Chissà se presta davvero attenzione ai loro gesti tecnici o se piuttosto non li guarda solamente negli occhi, durante gli allenamenti, per leggervi il coraggio e la fierezza che da loro si aspetta. La sensazione è che, ancor più che vincere, lo soddisfi farli esprimere tutti al massimo del potenziale, seguendo una maieutica del sudore e della passione:

il ciclone Lukaku, il Barella stellare a tuttocampo, il nuovo trio difensivo che gli “ricorda molto la BBC”, perché “anche loro non avevano ancora mai vinto nulla”, sono solo gli ultimi dei suoi capolavori.

 

L’ultimissimo, ça va sans dire, è lo scudetto riportato sulle maglie nerazzurre dopo undici anni, che in questo momento storico vuole far riflettere un’intera nazione: in un calcio già da tempo economicamente insostenibile e messo ora in ginocchio dalla pandemia, non sarebbe meglio tornare a educare i campioncini in erba secondo i dettami della scuola nazionale che ci ha portato da sempre in alto? Quando ciò accade, capita pure che le partite le risolvano i Darmian o i Grosso, e non solo i Guardiola. Chi vuol capire capisca.

 

 

 

Promozioni

Con almeno due libri acquistati, un manifesto in omaggio

Spedizione gratuita per ordini superiori a 50€

Ti potrebbe interessare

Ritratti
Gabriele Tassin
11 Marzo 2022

Helenio Herrera, più visionario che mago

Un ultramoderno, che ha rivoluzionato il calcio italiano.
Cultura
Andrea Mainente
10 Febbraio 2022

Vittorio Sereni e il fantasma nerazzurro

Un amore dolce e intenso come pochi, consumato a San Siro.
Italia
Vito Alberto Amendolara
13 Gennaio 2022

L’anno del Serpente

L'Inter è ancora la squadra da battere.
Papelitos
Lorenzo Santucci
31 Dicembre 2021

Caro Romelu, non funziona così

Troppo facile giurare adesso amore eterno.
Papelitos
Alessandro Imperiali
26 Dicembre 2021

Il caos plusvalenze e la figuraccia della federazione

Ci risvegliamo tutti sudati, come troppo spesso capita.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
20 Dicembre 2021

Tra i tre litiganti, l’Inter gode

C'era una volta un campionato combattuto.
Papelitos
Federico Brasile
8 Dicembre 2021

Siamo periferia d’Europa

Mai così impotente e lontana del centro.
Italia
Lorenzo Santucci
28 Novembre 2021

La normalità di Simone Inzaghi

L'allenatore dell'Inter non fa notizia, ed è un bene.
Papelitos
Federico Brasile
8 Novembre 2021

Un derby che viene dal futuro

Per intensità, ritmo, qualità. La partita dell'anno.
Italia
Pierfilippo Saviotti
7 Novembre 2021

Baùscia contro Casciavìt

Quando il derby aveva un sapore tipicamente meneghino.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
29 Ottobre 2021

L’Inter ha licenziato tre magazzinieri (ma Lautaro ha rinnovato)

Il motivo? Carenza di liquidità.
Tennis
Marco Armocida
19 Ottobre 2021

Radja Nainggolan, guerriero incompreso

Un giocatore irripetibile, come i suoi eccessi.
Papelitos
Marco Armocida
30 Settembre 2021

L’Italia chiamò

La Juventus è tornata (italianissima).
Papelitos
Gianluca Palamidessi
29 Settembre 2021

Non ditelo a Florentino

Lo Sheriff Tiraspol dà una lezione al Real e ai (pre)potenti del calcio.
Italia
Antonio Aloi
18 Settembre 2021

Allenatore padre padrone

Quanto incide sul risultato finale il lavoro di un tecnico.
Cultura
Emanuele Meschini
14 Settembre 2021

Non escludo il ritorno

La storia d'amore tra Franco Califano e l'Inter.
Papelitos
Valerio Santori
11 Settembre 2021

Il lancio degli Inter Fan Token è stato imbarazzante

Il sonno dei tifosi produce mostri.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
24 Agosto 2021

Dazn ha le gambe corte

Il nostro paese è pronto per lo streaming?
Ritratti
Lorenzo Santucci
18 Agosto 2021

Cambiasso, il cervello in campo

Storia del Cuchu, il nobile proletario.
Estero
Marco Armocida
8 Agosto 2021

Lukaku al Chelsea è già Superlega

Sul ponte (italiano) sventola bandiera bianca.
Italia
Raffaele Scarpellini
31 Luglio 2021

Lo Scudetto dimenticato a La Spezia

Sotto le bombe i Vigili del Fuoco diventavano Campioni d'Italia.
Ritratti
Marco Metelli
23 Luglio 2021

Julio Cruz, il giardiniere di San Siro

Il dodicesimo uomo nerazzurro.
Ritratti
Gianluca Palamidessi
3 Luglio 2021

Uno, nessuno e Nicolò Barella

L'amore per la Sardegna, l'importanza della famiglia.
Italia
Lorenzo Santucci
28 Maggio 2021

Sempre il solito Conte

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
25 Maggio 2021

Lasciare a casa Sergio Ramos non è una scelta di campo

Un leader tanto decisivo da risultare scomodo.
Ritratti
Pierfilippo Saviotti
20 Maggio 2021

Nereo Rocco, il Paròn degli italiani

A lui il nostro calcio deve successi e identità.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
16 Maggio 2021

Errare è umano, perseverare…

La classe arbitrale italiana ha bisogno di una rivoluzione.
Editoriali
Andrea Antonioli
14 Maggio 2021

Il cuore è il nostro tamburo

Oggi entriamo in una nuova fase.
Papelitos
Federico Brasile
16 Aprile 2021

Italianissima Roma

L'arte dell'adattamento e della difesa.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
28 Marzo 2021

Viva il pragmatismo degli Azzurrini di Nicolato!

Lotta, sudore, sacrificio: ma per De La Fuente è l'anticalcio.
Estero
Marco Metelli
22 Marzo 2021

Walter Samuel, l’ultimo muro difensivo

La nobile arte dello Stopper.
Italia
Vito Alberto Amendolara
20 Marzo 2021

Pirelli è scritto nella storia dell’Inter

Dopo 26 anni finirà il rapporto di sponsorizzazione più bello del nostro calcio.
Editoriali
Andrea Antonioli
10 Marzo 2021

C’era una volta il Catenaccio

E funzionava pure, a detta di molti.
Calcio
Vito Alberto Amendolara
22 Febbraio 2021

Sulle spalle del gigante

Lukaku ha trascinato l'Inter in vetta al nostro calcio.
Calcio
Antonio Aloi
17 Febbraio 2021

Non esiste solo la costruzione dal basso

La palla lunga, se codificata, può essere un'alternativa.
Calcio
Carlo Garzotti
17 Febbraio 2021

Adriano, alla fine dell’impero

Un fenomeno vittima dei propri demoni.
Ritratti
Marco Metelli
1 Febbraio 2021

Batistuta giocava con il cuore e segnava come un pazzo

Compie oggi 52 anni Gabriel Omar Batistuta.
Papelitos
Paolo Pollo
18 Gennaio 2021

Fuochi a San Siro

Inter v Juventus diventa il veglione di Capodanno.
Ritratti
Marco Metelli
22 Dicembre 2020

Beppe Bergomi, capitano e gentiluomo

Un omaggio allo Zio, che compie oggi 57 anni.
Ritratti
Remo Gandolfi
21 Dicembre 2020

Matias Almeyda, non mollare mai

Compie 47 anni un uomo capace di lasciare il segno.
Papelitos
Lorenzo Santucci
10 Dicembre 2020

Eriksen è una questione di rispetto

Per l'uomo prima che per il calciatore, al di là dei risultati.
Calcio
Luca Pulsoni
8 Dicembre 2020

Il giochismo in Italia non paga

Meglio adattarsi e rifiutare i dogmi.
Calcio
Dario Bezzo
16 Ottobre 2020

Morto uno stadio se ne fa un altro

Il travaglio del nuovo San Siro.
Calcio
Antonio Aloi
7 Ottobre 2020

Il Milan senza pubblico è da Scudetto

Giovane, senza pressioni e solido: il Diavolo sta tornando?
Storie
Domenico Rocca
25 Settembre 2020

San Siro a mano armata

La parabola criminale di Gilberto Cavallini, dai Boys SAN ai Nuclei Armati Rivoluzionari.
Tennis
Diego Mariottini
22 Settembre 2020

Ronaldo, una storia semplice

44 anni di un uomo nato per giocare a pallone.
Calcio
Gianluca Losito
18 Settembre 2020

Maglie da calcio e identità, il filo invisibile del pallone

Se anche la tradizione diventa una strategia di marketing.
Calcio
Vito Alberto Amendolara
29 Agosto 2020

Gli allenatori sono i nuovi top player

I tecnici sono ormai delle vere e proprie superstar.
Editoriali
Andrea Antonioli
7 Agosto 2020

Allegri, l’Italiano perfetto

Intelligente, pratico e anti-dogmatico, anarchico ma conservatore.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
28 Luglio 2020

La dialettica di Antonio Conte è ormai superata

L'allenatore leccese è rimasto juventino dentro.