Calcio
12 Dicembre 2020

La Familia Abraham

Gli accordi di Abramo portano gli sceicchi nella squadra più razzista d'Israele.

I colpi di coda della presidenza Trump si fanno sentire anche nel calcio. È notizia di pochi giorni fa l’acquisizione del 50% del Beitar Jerusalem FC da parte dello sceicco degli Emirati Arabi Uniti Hamad bin Khalifa al Nahyan, originario di Abu Dhabi. Questa operazione si collega infatti ai cosiddetti “accordi di Abramo” tra Israele, Emirati Arabi e Bahrain siglati a settembre di quest’anno, a cui ieri si è aggiunta la svolta nei rapporti diplomatici tra Regno di Marocco e Stato d’Israele, per volere dell’amministrazione USA in cerca di voti in vista delle elezioni presidenziali e per sostenere Netanyahu, sulla graticola da mesi in seguito alle accuse di corruzione ed in grave crisi di consensi.

 

É doveroso provare ad approfondire la natura di quelli che tutti i giornali italiani, alla completa mercé della narrazione pro-israeliana, hanno definito “accordi di pace”, benché si tratti più che altro di “accordi di premessa alla guerra”.

 

Ma facciamo un passo indietro. Il 13 settembre 1993 gli allora leader Arafat (per i palestinesi) e Rabin (per gli israeliani) firmarono gli storici accordi di pace di Oslo, con i quali i palestinesi ottennero il riconoscimento formale di esistenza all’ONU. Da lì in poi ai palestinesi non è stato offerto altro che la creazione di un piccolo stato-fantoccio sotto il completo controllo di Israele sito in un lembo della Cisgiordania, con Gaza isolata e resa di fatto una prigione a cielo aperto per due milioni di abitanti (non solo per gli islamisti di Hamas).

 

La “pace” ha il suo prezzo

 

 

Poi ci fu il piano saudita Abdallah del 2002, con cui i paesi arabi condizionavano la normalizzazione dei rapporti con Israele alla creazione di un vero e proprio stato palestinese indipendente e con Gerusalemme Est come capitale. Ora quest’ultimo piano è stato seppellito da Bahrein ed Emirati in favore di una “realpolitik” che mette da parte questioni religiose o etiche e guarda agli interessi economici. D’ora in avanti i tre stati potranno portare alla luce del sole gli scambi commerciali, soprattutto armi e sistemi di sorveglianza, che fino ad oggi erano tenuti più o meno sottotraccia.

 

 

Questo è un “accordo di premessa alla guerra” perché tende ad isolare sempre di più l’Iran, nemico regionale mortale per Israele, sempre ad un passo dall’essere attaccato, e il presunto assassinio da parte del Mossad dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh (che sarebbe solo una delle circa 2.700 vittime mirate per mano del servizio segreto israeliano dalla sua creazione), avvenuto a fine novembre, è un altro indizio in questa direzione. In questo “accordo di pace” nemmeno è stata presa in considerazione la richiesta degli Emirati di sospendere l’annessione (non la cancellazione, si badi bene) della Cisgiordania da parte di Israele, quindi ai palestinesi non viene nulla ma proprio nulla in tasca.

 

Trump e Netanyahu, un sodalizio di ferro (Ph Amos Ben Gershom/GPO via Getty Images)

 

 

Ovviamente, tornando al mondo del calcio, l’acquisto del club di Gerusalemme ha avuto come prima conseguenza la disapprovazione della tifoseria del Beitar. Gli ultrà israeliani, il cui gruppo organizzato principale è “La Familia”, sono famigerati alle cronache per la loro natura ferocemente razzista ed anti-araba, caratteristiche che si estendono anche, seppur in maniera più sfumata, al resto dei tifosi ed alla dirigenza.

 

Il Beitar è infatti l’unica squadra delle massima serie israeliana a non aver mai avuto un calciatore arabo tra le proprie fila. E si consideri che essi rappresentano il 20% della popolazione nazionale ed il 38% di quella di Gerusalemme.

 

Sulle tracce degli ultras del Beitar ci eravamo già messi con un articolo che riguardava un documentario relativo all’assurdo caso dei due calciatori musulmani (ceceni) acquistati nel gennaio 2013 ed osteggiati per tutta la restante parte della stagione in maniera più o meno violenta. Vicenda che ricordò molto quanto successe in Italia con la vergognosa protesta degli ultras veronesi nel 1996 contro l’acquisto di un giocatore di colore (Maickel Ferrier, olandese), poi non più trasferitosi, con tanto di manichino nero impiccato allo stadio, cappucci del Ku Klux Klan, striscioni da Ventennio e via discorrendo.

 

Quei bravi ragazzi del Beitar Jerusalem (Ph Uriel Sinai/Getty Images)

 

 

Il nuovo socio si dovrà scontrare contro il radicato razzismo israeliano che, diciamocelo chiaramente, non è solo insito in 3.000 esagitati che seguono una squadra di calcio, ma in buona parte della popolazione. Un razzismo che si specchia nelle agghiaccianti parole pronunciate nel corso della storia dai vari presidenti:

 


 

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba» – David Ben-Gurion, Padre fondatore d’Israele, agli ufficiali dello Stato Maggiore, maggio 1948

 

«Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è che noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non esistono» – (Golda Meir, Primo Ministro d’Israele dal 1969 al 1974, al The Sunday Times, giugno 1969)

 


 

«La nostra razza è la razza padrona. Noi siamo gli unici semi-dei con qualità divine di questo pianeta. Noi siamo tanto diversi da tutte le altre razze inferiori quanto loro lo sono dagli insetti, di fatto, quando comparate alla nostra Razza, tutte le altre razze sono composte da bestie, nel migliore dei casi loro sono i nostri ovini e bovini.

 

Noi possiamo considerare le altre razze come i nostri escrementi umani. […] Il nostro destino naturale è il dominio delle razze inferiori, il nostro Regno qui, in terra, dovrà essere comandato con l’uso del bastone di ferro. Le masse di razze inferiori dovranno sempre leccare i nostri piedi e servirci come schiavi» –  (Menachem Begin, sei volte Primo Ministro d’Israele dal 1977 al 1983 e premio Nobel per la pace 1978)

 


 

 

La vicenda ha smosso importanti personalità del mondo politico come lo stesso Primo Ministro Benjamin Netanyahu che ha dichiarato: «Questo affare racconta come le cose stiano cambiando molto rapidamente»; sulla stessa linea il co-presidente Moshe Hogeg che ha spiegato: «E’ un momento storico per il club e per i due Paesi, Israele e gli Emirati. E’ il primo vero frutto dell’accordo di pace. Molte persone pensano che arabi e israeliani non possono lavorare insieme: dimostreremo il contrario».

 

Nascere e crescere a West Bank in uno scatto (Photo by Chris McGrath/Getty Images)

 

 

La società ne avrebbe sicuramente bisogno se vuole uscire dal suo isolamento ideologico in cui essa stessa si è posta e se vuole tornare a vincere il titolo di campione d’Israele che manca dal 2007/2008, il sesto ed ultimo in 84 anni di storia; inoltre anche le finanze del club non sembrano mostrare segnali di floridezza, ma le dichiarazioni del nuovo socio di voler investire ben 75 milioni (si presume di dollari) nei prossimi dieci anni fanno ben sperare i sostenitori dei “Menorah” (soprannome della squadra che si riferisce alla lampada ad olio a sette bracci che veniva accesa all’interno del Tempio di Gerusalemme), la cui parte più moderata sembra ben felice di poter pensare ai propri beniamini di nuovo al vertice del calcio israeliano e competitivo in Europa.

 

 

Contrasti seguirà attentamente l’evolversi delle vicende del Beitar Jerusalem FC. Lo sceicco Hamad riuscirà a far giocare qualche atleta arabo? Proverà a mettere in pratica la (discutibile) soluzione adottata dal Real Madrid contro gli Ultras Sur nei confronti dei La Familia? Forse tra qualche mese si pentirà di aver sfidato la peggior tifoseria del mondo, venderà e tornerà sui suoi passi, segnando l’ennesima sconfitta del mondo del calcio di fronte al cieco razzismo di cui è intrisa la Terra Promessa. D’altronde anche Menachem Begin disse che «[I palestinesi] sono bestie che camminano su due gambe». In teoria, già bastano per giocare a pallone.

 

 

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