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Gianluca Palamidessi

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Campioni d'Europa, ma dove sono i campioni?

La domanda non è che cosa sta accadendo all’Italia, ma cosa è accaduto all’Italia dall’11 giugno all’11 luglio del 2021. Ovvero: non perché siamo ai dannati spareggi per Qatar 2022, ma come è stato possibile vincere l’Europeo. Travolti e inebriati da un gruppo unito e bramoso di rivincita, mix perfetto di gioventù ed esperienza, ci è sfuggito un dettaglio: esclusi forse due, tre giocatori, l’Italia campione d’Europa di campioni non ne ha proprio. Non ha giocatori che, nei momenti di vera difficoltà, sono in grado di decidere.

Il portiere non conta, perché quello al massimo può parare. E ieri sera, quando servivano non uno ma due gol (alla fine della partita addirittura tre), l’Italia è andata in enorme confusione, incapace di pescare il jolly puro talento, la giocata improvvisa e fulminea che ha sempre caratterizzato il nostro DNA calcistico. Chiesa qualcosa ha provato, ma era sempre raddoppiato. Quando si arriva sulla trequarti, questa squadra non sa davvero che pesci pigliare. Gira palla all’infinito tra i due centrali di difesa e non è in grado mai di fraseggiare tra le linee, di spezzare un raddoppio o di smuovere un avversario che – con buona pace di chi parlava contro l’Irlanda del Nord – non ha mai preso gol in casa nelle qualificazioni.


L’Italia poi ha un problema enorme nella punta. Neanche nei nomi – per quanto l’assenza di Immobile, forse, è stata sottovalutata – ma proprio nel sistema di gioco. Che ruolo ha, in questa Italia, la punta? Ieri Mancini, forse troppo tardi, ne ha addirittura fatte entrare due insieme – Belotti e Scamacca – ma la loro bocciatura dal 1’ dice tanto. Il gioco della nostra nazionale è basato sul fraseggio dei piccoli, ma poi la palla chi la butta dentro? Comunque, visto che parlare a posteriori è sempre troppo facile, torniamo al problema posto in apertura. Questa Italia, che appunto non ha campioni (a differenza di Portogallo e Polonia, per esempio, due avversarie che potremmo incontrare a marzo negli spareggi), può vincere le partite unicamente dominandole dal punto di vista del gioco. Ma se la condizione fisica manca, il castello – più fragile di quanto si pensi – cade rovinosamente al suolo.

Prendete il centrocampo. All’Europeo Barella, Jorginho, Verratti, Pessina e Locatelli erano tutti in grande condizione fisica. L’Italia andava ad un altro ritmo e si vedeva. Sembrava una macchina perfetta perché i suoi ingranaggi si muovevano tutti alla stessa velocità, lo spartito suonava fluido perché senza stonature. D’altronde quando una squadra fonda i suoi successi sul gioco corale, ma la condizione atletica non riesce più a supportarlo, è inevitabile che venga giù tutto in un effetto domino inarrestabile: i movimenti senza palla latitano, gli smarcamenti sono sempre in ritardo, la manovra diventa più lenta e prevedibile, gli spazi non si aprono, i centrocampisti non si inseriscono. Il pallone gira stanco, all’infinito, senza sbocchi. E non stupisce che in questo copione Jorginho e Barella, su tutti, non siano stati atleticamente – e quindi tecnicamente – proprio della partita.

Ma il discorso è anche mentale. E qui subentra l’ultimo, inquietante spettro, in vista di marzo.

Quando andranno a giocarsi questi terrificanti spareggi – tre squadre su dodici passano, ma con una formula demoniaca ben spiegata qui – i ragazzi di Mancini si ritroveranno in un momento cruciale della stagione calcistica (a livello di club). Visto lo spirito con cui l’Italia ha affrontato le ultime due partite del girone di qualificazione, c’è poco da stare sereni. Per non parlare delle squadre che potremmo incontrare nel mini-torneo primaverile. Roba che in confronto la Svezia nel 2017 è stata una passeggiata di salute.

Certamente, che solo tredici squadre europee vadano al mondiale è paradossale. E qualcuno, con spirito superleghista, ha anche puntato il dito in queste ore contro la Fifa e la sua “scelta” sulle qualificate dirette e indirette a Qatar 2022. Bene, tutto giusto, ma se non vinci contro Bulgaria, Svizzera (due volte) e Irlanda del Nord ti meriti di soffrire fino all’ultimo. Perché soffriremo, italiani. Di nuovo e come sempre. Per favore però, non rivalutiamo Ventura. Piuttosto, valutiamo questa Italia per quella che è realmente.

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