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25 Marzo

È giusto così

Andrea Antonioli

79 articoli
Il male oscuro dell'Italia è tornato.

È difficile, se non impossibile, trovare le parole per esprimere il più grande shock sportivo della nostra Nazione. Italia-Macedonia 0-1 è l’abisso, molto peggio di Italia-Svezia 0-0 . È complesso anche a distanza di ore elaborare pensieri nel vuoto, in un trauma talmente profondo da non riuscire a realizzarne la portata, essendoci dentro. «È complicato anche per noi fare le domande», come ha ammesso Francesco Repice in conferenza stampa a Mancini, farfugliando poi qualcosa sui prossimi impegni e non riuscendo a porre un quesito di senso compiuto. Come dargli torto.

Bisogna parlare e quindi si parla, frastornati, anche se sarebbe senz’altro preferibile il silenzio, la riflessione. E si cercano responsabili, nei celebri processi del giorno dopo. Si parla dell’allenatore, dei dirigenti, del movimento. È una reazione naturale che pretende un colpevole, un capro espiatorio che possa almeno offrirci una spiegazione, un perché; qualcuno o qualcosa su cui sfogare e riversare tutta la nostra rabbia, delusione, incredulità.

E però ci sarà tempo per tirare in ballo il movimento, fallimentare da almeno dieci anni.

Per le riforme solo annunciate e mai realizzate, oppure inaugurate ma mai sostenute (come le squadre b, tanto per citare quella che sarebbe dovuta essere la risposta del movimento all’eliminazione con la Svezia); per i settori giovanili, per gli investimenti, per la formazione del talento, per il limite di stranieri. Con il solo problema che quando partiranno questi processi dovremmo costituirci, presentarci alla sbarra anche noi tutti che ci eravamo illusi un europeo potesse sanare problemi cronici e strutturali. Oggi però onestamente non abbiamo la forza per i maxi-processi. E non abbiamo la forza neanche per i due rigori falliti da Jorginho, per quella “sfortuna” a cui si è appellato Mancini, per le recriminazioni sul format pensato dalla FIFA.

Perché oggi, nella sua essenza, resta solo il campo. Resta Italia-Macedonia 0-1, e una partita persa contro una squadra francamente imbarazzante, impresentabile a certi livelli. Resta un’Italia che ha fatto pena nella sua convinzione (che pure ha avuto, è questo il problema), ridicola nel suo pressing offensivo, patetica nel suo giro palla veloce, imbarazzante nella sua sincera volontà di andare a conquistarsi questa partita; una squadra nuda nei suoi limiti, mascherati meravigliosamente durante il trionfo europeo, composta da un solo giocatore di livello, Verratti, e da altre 10 comparse: chi non all’altezza fisicamente, chi tecnicamente, chi caratterialmente. Resta una Nazionale di perdenti che ha strameritato di perdere, e il suo popolo immerso in un dramma di assenza mondiale che durerà (almeno) dodici anni.


Come nel gioco dell’oca, siamo tornati al punto di partenza


Infine, restano i limiti di un gioco talmente perfetto da averci fatto dimenticare che il calcio è una cosa semplice, in cui il pallone deve entrare nella porta avversaria, in qualsiasi modo; e che quindi deve essere tirato verso la porta avversaria, non passato infinitamente sulla trequarti. Ma al di là di questa constatazione di base, oggi sarebbe ingeneroso anche aprire i processi a quello stesso stile di gioco che ci ha fatto conquistare un europeo, basta che sia chiaro che le panacee non esistono, che le idee tattiche da sole non bastano e che un po’ di peso fisico davanti, almeno come alternativa, serve sempre – che si chiami Scamacca, Zaniolo o in qualunque altro modo.

Ciò detto più passavano i minuti, più aumentavano i passaggi, più non si segnava, più qualche nube oscura iniziava ad affacciarsi sul Renzo Barbera.

Si accendevano spie, si avvertivano scricchiolii, si intravedevano segnali sinistri. L’Italia era come quel convalescente guarito da una brutta malattia che lo aveva segnato nel profondo, apparentemente in salute ma tremendamente fragile, terrorizzato all’idea di poter sprofondare di nuovo nel male oscuro – e così è stato. Chi ha una certa sensibilità poteva percepire passando il tempo che qualcosa di esiziale sarebbe potuto accadere, quasi fosse un copione già scritto di una tragedia collettiva, una ricaduta inevitabile e inesorabile.

Lo si poteva comprendere anche dalla frenesia di Mancini sul finale, da una sicurezza che – sotto forma dei cambi –iniziava a cedere e declinare verso il caos. Il volto sicuro ed ottimista dell’Italia che lasciava spazio a quello spaurito ed impotente. Fino alla metafora definitiva, l’entrata in campo di Joao Pedro: senza nulla togliere al capitano del Cagliari, la necessità di rivolgersi a un trentenne brasiliano per avere la meglio della Macedonia del Nord, in casa, era già una manifesta ammissione di resa. Una confessione di impotenza ad opera di un’Italia di retroguardia, senza talento e senza idee, grottesca nei suoi vizi.

Ma tutto questo, oggi, lascia il tempo che trova. Si parla, si scrive, per coprire il vuoto di una tragedia sportiva senza precedenti nella nostra storia. E dopo la notte ricomincia il rumore, si aprono i processi: i social contro Mancini, i bar contro i giocatori, gli esperti contro il movimento, Gravina contro i club. Tutti contro tutti per non cambiare mai nulla. È questa la nostra Italia: quella in cui, come diceva Prezzolini, non c’è nulla di più definitivo del provvisorio, allergica a qualsiasi tipo di programmazione, aggrappata a un’arte dell’arrangiarsi che già da tempo – a parte qualche colpo di scena – non basta più. L’Italietta nostra: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte.

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