Il campionato italiano è tra i più prolifici al mondo (quest’anno la media è stata di 3.04 gol a partita) ma la nostra Nazionale vive – ormai da qualche anno – all’ombra delle grandi squadre europee. All’indomani delle convocazioni stilate dal ct azzurro Roberto Mancini, è lecito chiedersi se il grande aumento di reti in Serie A nell’ultimo anno sia pura casualità o se, invece, non sia che il preludio allo spettacolo che la nostra Nazionale offrirà nella Nations League (4 settembre vs Bosnia, 7 settembre vs Olanda: queste le prime partite del girone).

 

 

Si sente spesso dire in televisione che “il calcio è cambiato”, che “il nuovo calcio è proposta”, che “inizia dai portieri, primi registi in campo”. E in effetti, nell’ultima edizione della Champions abbiamo visto risultati e partite a dir poco votate all’attacco (spesso ai limiti del ridicolo). Viene però da chiedersi, guardando alla nostra Nazionale, se il nostro calcio, tradizionalmente attento a un certo modo di giocare (che non significa necessariamente catenaccio, ma neanche tiki-taka), non possa risentire del nuovo linguaggio calcistico.

 

 

Roberto Mancini, questo bisogna dirlo, ha provato – e con successo, almeno fino ad ora – a cambiare qualcosa. Il calcio proposto dagli Azzurri è divertente, spregiudicato, bello da vedere, prolifico: solo nel girone di qualificazione agli Europei, l’Italia ha messo a segno la cifra record di 37 reti realizzate (con una media di 3.7 gol a partita). Non solo. Nell’ultima partita contro l’Armenia finita 9-1 (novembre 2019), la Nazionale ha timbrato il cartellino con ben sette giocatori differenti: tracce di calcio totale (certo, contro l’Armenia…).

 

Dove sarebbe allora il problema? Diamo un’occhiata al reparto attaccanti che prenderà parte alle prossime due partite di Nations League: Andrea Belotti (Torino), Federico Bernardeschi (Juventus), Francesco Caputo (Sassuolo), Federico Chiesa (Fiorentina), Stephan El Shaarawy (Shanghai Shenua), Ciro Immobile (Lazio), Lorenzo Insigne (Napoli), Moise Kean (Everton), Kevin Lasagna (Udinese), Riccardo Orsolini (Bologna).

 

Al di là della quasi totale inesperienza in ambito internazionale per la stragrande maggioranza dei nostri attaccanti, quello che colpisce è il numero di reti segnate da ciascuno in nazionale. Escludiamo Moise Kean (classe 2000), Riccardo Orsolini (classe ’97) e Federico Chiesa (classe ’97) perché di strada ne hanno ancora da fare (in tutti i sensi).

 

 

Ma cosa dire dei nostri bomber (più o meno ufficiali)? Immobile, solita ma vera solfa, ha segnato 10 gol in 39 partite con la nostra nazionale (medie decisamente inferiori a quelle con i vari club di cui ha vestito la maglia). Belotti (che inizia ad avere la sua età: 27 anni a dicembre) ha segnato 9 reti in 27 partite (una media superiore a quella di Immobile ma non di molto). Insigne? Un esterno, è vero, come Bernardeschi. Ma in due fanno 11 reti in 58 partite. Lasagna, infine, ha esordito a 26 anni nell’ottobre del 2018 (senza segnare).

 

 

Discorso diverso per Caputo, certo, che esordirà in nazionale a 33 anni coronando il sogno di una vita. Uscendo per un momento dalla favola, però, la verità nuda e cruda dice che l’Italia, da Caputo, farebbe bene ad aspettarsi qualcosa di grande anche in Nazionale. Un giocatore che segna 21 reti in un solo campionato, è un attaccante vero. A meno che il nostro campionato sia più patetico di quello che pensiamo. La riprova l’avremo tra pochi giorni. Intanto, un paio di dati per chiudere in bellezza (o bruttezza, che dir si voglia). L’Atalanta, squadra con l’attacco più prolifico del campionato, ha portato in gol ben zero giocatori italiani. Il Lecce, squadra con la peggior difesa del campionato, è anche la retrocessa più prolifica di sempre (52 gol fatti). I dati non sono tutto. Ma dicono già molto. Forse anche troppo.