Altri Sport
06 Settembre 2021

l'Italvolley e il significato del trionfo a Belgrado

L’Italia della pallavolo femminile è tornata sul tetto d'Europa.

Sconfiggendo la Serbia 3-1 (26-24, 22-25, 19-25, 11-25), l’Italvolley femminile ha messo il sigillo finale a questa irripetibile estate di sport azzurro. Il delitto perfetto si è consumato proprio a Belgrado: le ventimila persone della Stark Arena sono tornate a casa col magone, maledicendo quelle giocatrici straniere con le divise dal colore del cielo.


Più che un avversario, una nemesi


Dopo il pesante tonfo alle Olimpiadi non era scontato che l’Italia rialzasse la testa in poco tempo, anzi: le scorie della deludente trasferta nipponica avrebbero potuto inquinare a lungo l’anima della squadra di Mazzanti. E non solo: ancora più impensabile era che l’Italia del volley si presentasse in finale da imbattuta, dopo aver triturato le rivali del girone, più Belgio, Russia e Olanda nella fase a eliminazione diretta. Ma ciò che fa trascendere a mito l’impresa di queste ragazze vestite d’azzurro è il fatto di aver battuto nell’ultimo atto( e di averlo fatto a casa sua!) la nazionale che ha tormentato i nostri sogni dal 2018: erano l’anno dei Mondiali in Giappone, e la Serbia (campione iridata per la prima volta della sua storia) ci fece piangere in finale. Lo stesso amaro film si sarebbe ripetuto anche agli Europei 2019 (stavolta in semifinale) e – purtroppo è storia recente – ai Giochi di Tokyo lo scorso agosto. Troppo forti le balcaniche, con Tijana Boskovic boia senza cappuccio della nostra selezione.


Da un set perso (per caso) al trionfo


L’unico set che abbiamo perso… avremmo potuto anche vincerlo: la Boskovic – proprio lei – ha rotto l’equilibrio sul 24-24 con una bomba delle sue (era fallo da seconda linea, l’Italia avrebbe potuto chiedere il challenge). I rapporti di forza sono equilibrati anche nel secondo set: Egonu convince in attacco, meno in difesa, Sylla invece splende. Un pezzo importante di questo Europeo arriva col muro di Danesi su Boskovic che ci dà la vittoria del parziale. Il telaio italiano scricchiola un po’ nel set successivo: la Serbia si porta sul 9-5 e già i gufi sono pronti ad ammorbare l’aria con i loro pianti. Però la testa delle nostre ragazze non è più a Tokyo, non è più vuota: l’Italia assorbe l’urto e chiude con sei punti di scarto. Siamo al set decisivo: le balcaniche hanno lo sguardo perso, e improvvisamente giocare in casa diventa una croce e non un’arma in più: Egonu e Sylla – in versione bombardiere – sotterrano le allieve di Ognjenovic.


Egonu la MVP, Orro regista vera


A volte (non sempre) la banalità coincide con la verità, e per quanto banale sia dire che Paola Egonu è stata la miglior giocatrice della finale (e dell’intero torneo), è vero. L’opposto ha fatto parlare i numeri per sé: 47 palloni attaccati, solo cinque sbagliati, un bottino spaventoso di 29 punti. Per dire, la Boskovic ne ha realizzati 20. E le volte in cui anche la Paoletta nazionale doveva tirare il fiato, la 21enne Elena Pietrini non l’ha fatta rimpiangere. Chi scrive ha un debole per la visione di gioco chilometrica di Alessia Orro: la palleggiatrice ha mostrato una solidità mentale da veterana, nonostante la carta d’identità reciti 23 anni. Se nell’ultimo torneo a cinque cerchi non avevamo avuto una regista titolare, ora ce l’abbiamo. La finale di Belgrado è stata l’ennesima conferma di Anna Danesi, colei che alla fine del secondo set ha ucciso mentalmente la Boskovic (passandola liscia) con un punto spaziale.


Miriam, capitana coraggiosa


Applausi anche per la continuità di Monica De Gennaro, mentre per Cristina Chirichella va fatto un appunto: da capitana non aveva mai giocato così bene. Questo ruolo lo ha passato a Miriam Sylla, la quale ha saputo onorarlo che meglio non si poteva: sciorinare le statistiche della schiacciatrice potrebbe sembrare un mero esercizio di stile (20 punti in finale, 28 palloni attaccati, tre muri bla bla bla), ma non lo è. Ciò che ha fatto fare all’azzurra il definitivo salto di qualità è la grande mole di quelli che gli americani chiamano intangibles: un richiamo alle compagne, un applauso d’incoraggiamento, una lettura difensiva. Fasi del gioco che non finiscono sui tabellini ma che fanno la differenza, come il discorso di Miriam alle sue sodali radunate intorno a lei in ginocchio. Non bisogna infine dimenticarsi di due ex titolari che per colpa di due infortuni beffardi hanno perso la chance di essere sul parquet: Sara Fahr e Cristiana Bosetti.


Social sì, social no


Dopo l’eliminazione dalle scorse Olimpiadi, il ct Mazzanti aveva puntato il dito sull’eccessivo (a suo dire) utilizzo dei social network da parte delle ragazze. Nell’impegno europeo, l’attività delle pallavoliste italiane su Instagram e co. non è diminuita, eppure l’esito del torneo è stato dolcissimo. Segno che non sempre il cellulare ruba la concentrazione degli atleti professionisti oppure semplice casualità? Più la prima opzione: l’inopinata caduta olimpica (in un’edizione in cui andavamo almeno per un posto sul podio) deve aver smosso qualcosa nell’orgoglio delle nostre campionesse, che non volendo (e non potendo permettersi) di passare alla storia come ‘quelle dei social’ hanno focalizzato tutte le energie che rimanevano loro dopo una stagione massacrante sulla rassegna continentale. Con il risultato eccezionale che abbiamo visto tutti.

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