Carrello vuoto
Ritratti
10 Settembre

Jack Grealish unisce l’Inghilterra

Emanuele Meschini

13 articoli
Il capitano dell'Aston Villa e la nuova vecchia identità britannica.

Se, come scritto recentemente, il capitano dello United Harry Maguire con l’arresto a Mykonos rappresenta l’ultimo baluardo di Britannia nel suo aver “riallacciato il rapporto di immedesimazione tra calciatore e tifoso”, Jack Grealish rappresenta, invece, l’anello di congiunzione tra il grigiore del tachterismo – con la conseguente creazione dello stereotipo di un etnocentrismo inglese post-coloniale laburista solo di facciata – e il capitalismo globale inarrestabile che ha decostruito molte di quelle categorie che lo stesso tatcherismo aveva creato, tra cui proprio il concetto di identità inglese.

Capitano dell’Aston Villa, artefice prima della promozione, poi della salvezza all’ultima giornata in Premier, Grealish a 25 anni (compiuti oggi) è diventato un simbolo del calcio inglese, e finalmente è stato anche convocato in nazionale dal tecnico Gareth Southgate per la Nations League.

Jack è un giocatore glocal fortemente legato alle sue origini ma con aspirazioni universalistiche, inserito com’è nel calcio del XXI secolo (quello che, come la pandemia ci ha mostrato, arriva ovunque e sopravvive a chiunque). La sua figura potrebbe assurgere quasi ad un nuovo archetipo rileggendo, così, in una nuova luce il provincialismo inglese senza deplorarne gli eccessi o trasformarli in folk nostalgia. Tutto sta nel trovare l’equilibrio tra due mondi e modi. In ogni simbolo vive, infatti, un contrasto tra una pars destruens e una construens, ovvero tra una tensione autodistruttiva e il superamento costante.

 

 

In molte icone del calcio inglese la pars destruens ha prevalso: questo in parte è derivato dalla narrazione esterna costruita sulle loro gesta, facendoli così soccombere calcisticamente e riducendoli spesso ad un localismo isolano – e isolante – quasi a volerne preservare l’integrità di nume tutelare domestico. È il caso di Paul “Gazza” Gascoigne, di Tony Adams ma anche del meno noto Gary Charles, difensore del Forrest di inizio anni 90. Giocatori diversi ma con il comune destino di non essere stati in grado di gestire la loro stessa narrazione, sprofondando così nelle pinte di sue Maestà. In questo Grealish sembra differire grazie ad un’ironia e una leggerezza che non dà peso alla ripetute cadute, facendolo sembrare in pieno possesso della sua stessa tensione britannicamente distruttiva.

 

 

Questa autogestione narrativa crea una differenza non da poco. Per chi è affascinato dalle ricorrenze astrologiche, una simile differenza potrebbe anche ascriversi a quella metodicità tipica del segno della Vergine, che le mappe astrali descrivono proprio come il segno della dedizione. Nel settembre del 2019 l’allenatore dei Villans, Dean Smith, aveva infatti rivelato l’indiscrezione secondo la quale Grealish dormisse al centro di allenamento per potersi allenare tutto il giorno definendolo un “Football Nut” (un maniaco del calcio) e stupendosi, date queste premesse, del fatto che Grealish fosse fidanzato. Del resto la Vergine è anche il segno della seduzione, e il simbolo deve saper affascinare.

 

Jack Grealish festeggia con Dean Smith, a Wembley, la promozione in Premier League dopo la vittoria sul Derby County (Photo by Catherine Ivill/Getty Images, 27 May 2019)

 

 

Jack Grealish nasce a Solihull, sobborgo di Birmingham nella contea delle West Midlands, nota soprattutto per la sede della Land Rover (che tra l’altro è stato sponsor dei Villans dal 2002 al 2004). Grealish è un centrocampista offensivo/mezz’ala ed è il capitano e leader dell’Aston Villa, la squadra che il principe William ha scelto di tifare per distaccarsi dai suoi amici facoltosi e darsi un tono da working class. La squadra del quartiere di Aston dove è nato Ozzy Osbourne, dio supremo dell’heavy metal, fondatore dei Black Sabbath.

 

 

La squadra che nel 1982, alla sua prima apparizione, vinse la Coppa Campioni in finale contro il Bayern Monaco arrivando poi undicesima in campionato, dopo che il tecnico dello “scudetto” Ron Saunders aveva dato le dimissioni lasciando il posto al suo vice Tony Barton. Nessuno, però, fece caso a questo dettaglio. In una squadra così del resto, la tradizione, come per il Nottingham di Brian Clough, va oltre il presente altalenante. Forse questo è uno dei portati più affascinanti del calcio inglese, essere così legato ad un concetto come quello di tradizione e pensarsi in chiave assolutistica come fosse quasi un’investitura. Questa rappresenta una prima pars costruens, anche se esterna, con la quale il nostro Jack ha dovuto fin da subito fare i conti.

Grealish, prodotto del vivaio, ha sempre militato nei Villans – escludendo un anno in prestito al Notts County – e nella stagione 2018/2019 è stato l’artefice principale della promozione in Premier con 6 goal e 8 assist in 36 presenze.

Grealish indossa il numero 10 ma è un 8½. Un Gascoigne che preferisce portare palla e accentrarsi anziché lavorare sugli inserimenti. È un giocatore estremamente fisico dotato di un tiro tanto potente quanto preciso – il suo goal contro lo United (1/12/2019) è stato votato come uno dei più belli della Premier. Tocca poi un quantitativo industriale di palloni e spesso si trova in fase di recupero.

 

 

Fin da questa sua posizione in campo Jack rappresenta un punto di contatto e sutura tra due mondi, è il raccordo tra la vecchia e la nuova scuola. Tra un Gascoigne e un Phil Foden, per intenderci. È il primo di una generazione d’oro del calcio inglese non solo per le doti calcistiche, ma soprattutto perché è riuscito a riportare iconicità ad un calcio slavato e apatico.

 

 

Il gol contro lo United, dimostrazione di un piede a dir poco educato 

 

 

E qui inizia una pars construens estremante personale. Grealish è abbronzato in ogni stagione dell’anno, si stira e piastra i capelli all’indietro con una dedizione maniacale e ha un culo così basso che sembra indossi i pantaloncini di un dodicenne da quanto gli stanno stretti. Gioca con i calzettoni sempre bassi, e questa cosa è magnifica perché ci porta dritti ai tempi di Omar Sivori. Oltre al look c’è il carattere, quello che ciclicamente molti giocatori inglesi sfoderano nei momenti di massima tensione o di estrema libertà (nessuno studio finora ha dato un chiaro esito sulle cause scatenanti dello spirito di Britannia). Nel 2015 le sue foto da ubriaco, svenuto in vacanza a Tenerife, fecero il giro di ogni tabloid. Nelle immagini Grealish è infatti steso in mezzo ad una strada, completamente privo di sensi.

 

 

Poi ci fu la questione dell’hippy crack e quindi quella delle foto postate ad una festa dopo aver perso pesantemente 4-0 contro l’Everton. Infine – senza che questo significhi realmente la fine dei colpi alla Grealish – c’è stato l’incidente e la multa per stato di ebrezza. Era il 29 marzo in pieno periodo lockdown e Jack, dopo aver postato un video sul suo account ufficiale Instagram nel quale diceva “Stay Home. Protect the NHS. Save Lives”, decise di partecipare di nascosto ad una festa. Come conseguenza, la mattina seguente centrò con il suo SUV un auto parcheggiata facendosi immortale dai giornali palesemente confuso.

 

 

La mitologia inglese prevede a tal punto che il suo eroe abbia un lato oscuro di alcolismo che quest’anno, a salvezza raggiunta (all’ultima giornata grazie ad un goal dello stesso Grealish), il tecnico dei Villans Dean Smith ha detto:

“I expect Grealish will get drunk with me tonight!”

E proprio in questo Grealish sembra essere unico. La sua drunkness, elemento distruttivo di molti giocatori inglesi, è normalità. Non è né momento di rivalsa – tipica dell’incompreso schiacciato sotto il peso del giudizio altrui – né di ostentazione, tipica dell’arricchito privo di contenuti. È un momento come gli altri e come tale va vissuto. Attraverso questa autoironia Grealish allontana ogni pressione ritagliandosi uno spazio di libertà, in cui il giudizio degli altri crea sorrisi imbarazzati ma non lacera l’abisso oscuro.

 

Jack Grealish, a suo agio nella contemporaneità (Photo by Clive Mason/Getty Images)

 

 

Oltre al carattere e al look, c’è però la vera essenza. Grealish è un giocatore che a soli venticinque anni rappresenta una parte della città e la sua icona non poteva, del resto, che nascere in un derby contro gli odiati rivali del Birmingham. Come ogni mitologia che si rispetti c’è un punto di origine. Per l’esattezza il 10 marzo 2019.

 

 

Sia i Villans che i Blues militavano allora in Championship, e quel derby di ritorno si giocava al St.Andrew’s in un pomeriggio quasi estivo. All’andata l’Aston Villa si era imposto in casa per 4-2, pertanto il Birmingham voleva rifarsi e dare un senso ad una stagione altrimenti piatta e da metà classifica. La partita era iniziata da soli 9 minuti, e i giocatori dell’Aston Villa avevano guadagnato un calcio d’angolo sotto il settore dei padroni di casa. Ognuno stava prendendo posizione. Jack si stava incamminando verso il centro dell’area quando un corpulento tifoso del Birmingham, Paul Mitchell, decise di superare il cordone degli steward e dirigersi verso l’area di rigore.

La sua corsa è veloce, Jack è girato di spalle. Tutto avviene in un secondo ed ecco Mitchell sferrare un destro alla mascella di Grealish e mandarlo a terra.

Si scatena un parapiglia e stavolta gli steward riescono a fare il loro dovere difendendo Mitchell, soprattutto, dalla furia di Tammy Abraham. Jack, però, è uno che sa come incassare e come svenire. La sua ordinary drunkness gli ha conferito questo potere. Va giù solo per la sorpresa del tutto, ma non si rantola, dimena o porta le mani al volto. Si siede a gambe larghe, sorride e si rialza. Mitchell viene portato fuori a forza – in un delirio estatico da This is England – e Jack riprende la sua posizione dicendo a tutti che non c’è problema. Per la cronaca e per la statistica, Jack in quella stagione subirà 161 falli, più di ogni altro giocatore. Non sarà quindi Mitchell a rovinargli il derby…anzi.

 

Jack dopo aver incassato il destro di Mitchell, aiutato dai rivali del Birmingham a rialzarsi. (Photo by Alex Davidson/Getty Images)

 

 

La partita continua spigolosa e cattiva come ogni stracittadina che si rispetti. I Villans esercitano la loro pressione e il maggiore carisma su avversari comunque rognosi e compatti. Poi, al minuto ’67, ecco esplodere definitivamente l’icona Grealish. Ogni storia per essere significativamente archetipica deve aver la sua collocazione spazio-temporale fondante, ed ogni simbolo deve saperne ripercorrere e attualizzare le gesta. Per la storia dei Villans il minuto ’67 non è come gli altri. Infatti il 26 maggio 1982 a Rotterdam, al 67esimo, Peter Withe decise la finale di Coppa Campioni contro il Bayern Monaco. È il minuto che ha collegato migliaia di storie personali, soggettive e particolari con la storia oggettivamente tramandabile.

 

 

Siamo ancora sullo 0-0, limite dell’area Birmingham. Anwar El Ghazi, esterno destro ex Ajax, scarica per Grealish quasi all’altezza della lunetta dell’area: Jack, è libero, troppo libero per essere vero e per non approfittarne. Stoppa con il destro e si sposta la palla sul sinistro, fa una finta, il marcatore non accorcia, poi due passi in area e, quando vede la traiettoria giusta, lascia partire un sinistro sporco all’angolino. Imparabile. Tutto questo sotto lo spicchio dei tifosi Villans verso i quali corre e si tuffa. Tutto scritto come da classico copione epico dove l’eroe cade, si rialza e porta alla vittoria il suo popolo. La classica storia di redenzione che ha reso Rocky un cult.

 

 

Al minuto ’84 Jack viene richiamato in panchina tra gli applausi. Lascia la fascia al gigante Tyron Mings ma è solo per una sostituzione. Quella fascia, dopo un giorno così, è marchiata a pelle. Nell’intervista a fine partita Jack dirà: «è stato il giorno più bello della mia vita» ed è proprio questo che lo rende così speciale. Il calcio in fondo non è altro che una parentesi della vita.

 

 

L’epopea di Jack Grealish, tutta in un singolo derby 

 

 

Chiusura finale da sottofondo musicale per il festeggiato. Ad ogni compleanno che si rispetti serve un sottofondo musicale e quello per Jack, proprio in virtù di questo suo essere a metà tra due anime, è abbastanza variegato. Dentro Jack, a dispetto dei suoi 25 anni, scorrono infatti gli ultimi 40 anni di musica inglese.

 

 

Dall’inno dei Cock Sparrer, England Belong to Me (1982) bandiera ironica – non iconica – del movimento skinhead, all’attivismo sui generis di Rock the Casbah dei Clash, passando poi all’industrial post techno dei Prodigy e dei Faithless con l’immancabile tocco del brit pop di anni ’90 estetizzato dal confronto anche calcistico tra Oasis e Blur, ovvero Manchester City e Chelsea, le squadre che maggiormente hanno beneficiato degli investimenti di magnati arabi e russi in faccia al protezionismo tatcheriano. Mixando tutto questo si potrebbe quasi dire che il risultato è la musica degli scozzesi Young Fathers, e del resto Jack è il giovane padre di un’altrettanta giovane generazione di giocatori.

 

 

Promozioni

Con almeno due libri acquistati, un manifesto in omaggio

Spedizione gratuita per ordini superiori a 50€

Ti potrebbe interessare

Cultura
Leonardo Arigone
28 Maggio 2022

El fútbol vuelve a casa

Il calcio è argentino, non inglese.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
26 Febbraio 2022

La carne è forte, ma lo spirito è debole

Antonio Conte è sempre lo stesso, non i risultati della sua squadra.
Estero
Eduardo Accorroni
3 Febbraio 2022

Mikel Arteta è un maniaco del controllo

È lui il vero erede di Pep Guardiola?
Tennis
Diego Mariottini
2 Febbraio 2022

Fred Perry non è solo un marchio

Il più grande tennista britannico, allergico all'etichetta.
Ritratti
Marco Armocida
3 Gennaio 2022

Momo Salah è un’icona vivente

Di sicuro in Egitto, probabilmente anche nel mondo.
Tifo
Alessandro Imperiali
15 Dicembre 2021

Andy Capp tra denuncia sociale e post-modernità

Icona Ultras, il fumetto ha radici storiche e politiche ben definite.
Cultura
Niccolò Maria de Vincenti
9 Dicembre 2021

L’Inno della Champions

Storia della melica più celebre del Calcio.
Estero
Emanuele Iorio
21 Novembre 2021

Manchester United, una crisi lunga otto anni

Da Ferguson a Solskjaer, i colpevoli sono sempre gli stessi: Ed Woodward e i Glazer.
Estero
Eduardo Accorroni
20 Novembre 2021

Aaron Ramsdale, ovunque proteggimi

Il portiere dell'Arsenal è matto come un cavallo e forte come un leader.
Cultura
Emanuele Iorio
11 Novembre 2021

Joe Strummer, blue is the color

Frontman dei The Clash, ultras del Chelsea.
Tifo
Emanuele Meschini
2 Novembre 2021

Avete mai giocato a PES con Andy Warhol?

Chi non salta, una mostra artistica tra calcio, cultura e identità.
Calcio
Gianluigi Sottile
1 Ottobre 2021

I campionati non valgono più nulla

Ormai, per le grandi squadre, è solo la Champions il metro della stagione.
Altri Sport
Antonio Aloi
26 Settembre 2021

Joshua vs Usyk, il ritorno della grande Boxe

L'incontro nella contea del Middlesex è stato tutto ciò che il Pugilato con la P maiuscola esige.
Tifo
Alessandro Imperiali
25 Settembre 2021

Tutti in piedi, in Inghilterra si torna a tifare

Sono tornate le standing areas.
Cultura
Emanuele Meschini
14 Settembre 2021

Non escludo il ritorno

La storia d'amore tra Franco Califano e l'Inter.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
12 Settembre 2021

Ronaldo è un sogno

E insieme un incubo.
Estero
Lorenzo Solombrino
12 Settembre 2021

A beautiful mind (and club)

Costruito sugli algoritmi, il Brentford sta scrivendo la storia del calcio.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
30 Agosto 2021

C’era una volta il calcio inglese

Secondo Klopp e Solskjaer alcuni club giocano un calcio troppo duro.
Tennis
Carolina Germini
25 Agosto 2021

Rino Gaetano, il figlio unico dello sport

A mano a mano con il suo universo sportivo.
Estero
Eduardo Accorroni
21 Agosto 2021

In Inghilterra c’è un razzismo di serie b

Quello nei confronti dei British Asian.
Estero
Diego Mariottini
30 Luglio 2021

La regina d’Inghilterra era Geoff Hurst

55 anni fa, l'unica tripletta in una finale mondiale.
Italia
Lorenzo Ottone
18 Luglio 2021

Il (difficile) Rinascimento italiano

La patria del tifo non ha un tifo nazionale.
Editoriali
Andrea Antonioli
11 Luglio 2021

Gareth Southgate, l’inglese

Unire il Paese attraverso il football.
Estero
Emanuele Meschini
7 Luglio 2021

It’s (not) coming home

Storia controculturale dell'inno calcistico inglese per eccellenza.
Estero
Luca Pulsoni
30 Giugno 2021

L’Inghilterra non convince, ma vince

E può sfruttare un tabellone favorevolissimo.
Editoriali
Lorenzo Ottone
29 Giugno 2021

Che fine ha fatto l’Inghilterra

Una nazionale che sembra aver perso la sua anima.
Ritratti
Emanuele Meschini
27 Maggio 2021

L’isola di Gazza

Compie 54 anni uno degli oggetti più misteriosi nella storia calcio d'Oltremanica.
Tifo
Massimiliano Vino
18 Maggio 2021

Cosa significa essere di Newcastle

Il tifo come cultura di popolo.
Cultura
Massimiliano Vino
18 Maggio 2021

Battiato e il calcio, spirito e materia

La meno conosciuta tra le passioni del cantautore siciliano.
Podcast
La Redazione
15 Maggio 2021

Albione tradita

Insieme ad uno dei massimi esperti del calcio inglese in Italia e non solo, abbiamo parlato della crisi d'identità della Premier League, sempre meno inglese e sempre più americana (spettacolarizzata, patinata, in una parola tradita).
Cultura
Vito Alberto Amendolara
28 Aprile 2021

Il Manchester City è quello dei Gallagher

Noel e Liam: fratelli divisi da tutto, ma uniti dal City.
Estero
Luca Pulsoni
23 Aprile 2021

La Brexit nel calcio di Boris Johnson

Il primo ministro britannico ha deciso la partita.
Papelitos
Guglielmo Russo Walti
14 Aprile 2021

Le follie dell’imperatore

Le spese del City e l'obbligo di vincere la Champions.
Estero
Gianluca Palamidessi
13 Aprile 2021

La difesa è il miglior attacco

Il Chelsea di Tuchel lo dimostra.
Ritratti
Gianluigi Sottile
10 Aprile 2021

David Beckham, il professionista

La persona prima del personaggio.
Editoriali
Andrea Antonioli
30 Marzo 2021

Psicopatologia del tifo

L'ultima grande narrazione collettiva rimasta.
Storie
Massimiliano Vino
27 Marzo 2021

L’impero britannico si è forgiato nello sport

444 milioni di sudditi uniti da football, rugby e cricket.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
10 Marzo 2021

L’identità non è un’opzione

Cosa ci ha detto l'eliminazione della Juventus.
Estero
Marco Marino
5 Marzo 2021

Beatles, football & legends

In una Liverpool divisa tra rossi e blu, esporsi era troppo rischioso.
Altro
Gennaro Chiappinelli
23 Febbraio 2021

Il Tiro con l’arco ha radici profonde

Una disciplina in cui riecheggiano millenni di storia.
Tifo
Emanuele Meschini
13 Febbraio 2021

L’Hajduk Spalato è uno stile di vita

Una squadra che non si “appartiene”, ma si vive.
Ritratti
Gianluca Palamidessi
30 Gennaio 2021

Dimitar Berbatov, il più elegante svogliato di sempre

Compie oggi 40 anni un gentiluomo del pallone.
Editoriali
Roberto Gotta
10 Gennaio 2021

Non è più la nostra FA Cup

Il (fu) torneo più bello del mondo.
Calcio
Annibale Gagliani
8 Gennaio 2021

David Bowie e Andres Iniesta, gli illusionisti

Riflessioni oniriche in onore di David Bowie, che avrebbe compiuto 74 anni.
Tifo
Alessandro Imperiali
8 Gennaio 2021

I tifosi del West Ham United tra storia e mitologia

Congratulations, you have just met the Inter City Firm.
Recensioni
Emanuele Meschini
30 Dicembre 2020

La solitudine di Paul Gascoigne

Il documentario su Gazza è differente, come lui.
Calcio
Lorenzo Solombrino
27 Dicembre 2020

Ancelotti ha stravolto l’Everton

Una squadra che si era rassegnata a galleggiare.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
24 Dicembre 2020

Più si gioca, meno si gioca

Un calendario sanguinoso che sta alterando il paradigma.
Editoriali
Lorenzo Ottone
18 Dicembre 2020

Il calcio liquido e la scomparsa del fattore identitario

Abituiamoci a tifare tutti la stessa squadra: magari una All Star europea.
Ritratti
Andrea Mainente
14 Dicembre 2020

L’insostenibile leggerezza di Michael Owen

Bruciare le tappe per poi infine bruciarsi.