Se, come scritto recentemente, il capitano dello United Harry Maguire con l’arresto a Mykonos rappresenta l’ultimo baluardo di Britannia nel suo aver “riallacciato il rapporto di immedesimazione tra calciatore e tifoso”, Jack Grealish rappresenta, invece, l’anello di congiunzione tra il grigiore del tachterismo – con la conseguente creazione dello stereotipo di un etnocentrismo inglese post-coloniale laburista solo di facciata – e il capitalismo globale inarrestabile che ha decostruito molte di quelle categorie che lo stesso tatcherismo aveva creato, tra cui proprio il concetto di identità inglese.

Capitano dell’Aston Villa, artefice prima della promozione, poi della salvezza all’ultima giornata in Premier, Grealish a 25 anni (compiuti oggi) è diventato un simbolo del calcio inglese, e finalmente è stato anche convocato in nazionale dal tecnico Gareth Southgate per la Nations League.

Jack è un giocatore glocal fortemente legato alle sue origini ma con aspirazioni universalistiche, inserito com’è nel calcio del XXI secolo (quello che, come la pandemia ci ha mostrato, arriva ovunque e sopravvive a chiunque). La sua figura potrebbe assurgere quasi ad un nuovo archetipo rileggendo, così, in una nuova luce il provincialismo inglese senza deplorarne gli eccessi o trasformarli in folk nostalgia. Tutto sta nel trovare l’equilibrio tra due mondi e modi. In ogni simbolo vive, infatti, un contrasto tra una pars destruens e una construens, ovvero tra una tensione autodistruttiva e il superamento costante.

 

 

In molte icone del calcio inglese la pars destruens ha prevalso: questo in parte è derivato dalla narrazione esterna costruita sulle loro gesta, facendoli così soccombere calcisticamente e riducendoli spesso ad un localismo isolano – e isolante – quasi a volerne preservare l’integrità di nume tutelare domestico. È il caso di Paul “Gazza” Gascoigne, di Tony Adams ma anche del meno noto Gary Charles, difensore del Forrest di inizio anni 90. Giocatori diversi ma con il comune destino di non essere stati in grado di gestire la loro stessa narrazione, sprofondando così nelle pinte di sue Maestà. In questo Grealish sembra differire grazie ad un’ironia e una leggerezza che non dà peso alla ripetute cadute, facendolo sembrare in pieno possesso della sua stessa tensione britannicamente distruttiva.

 

 

Questa autogestione narrativa crea una differenza non da poco. Per chi è affascinato dalle ricorrenze astrologiche, una simile differenza potrebbe anche ascriversi a quella metodicità tipica del segno della Vergine, che le mappe astrali descrivono proprio come il segno della dedizione. Nel settembre del 2019 l’allenatore dei Villans, Dean Smith, aveva infatti rivelato l’indiscrezione secondo la quale Grealish dormisse al centro di allenamento per potersi allenare tutto il giorno definendolo un “Football Nut” (un maniaco del calcio) e stupendosi, date queste premesse, del fatto che Grealish fosse fidanzato. Del resto la Vergine è anche il segno della seduzione, e il simbolo deve saper affascinare.

 

Jack Grealish festeggia con Dean Smith, a Wembley, la promozione in Premier League dopo la vittoria sul Derby County (Photo by Catherine Ivill/Getty Images, 27 May 2019)

 

 

Jack Grealish nasce a Solihull, sobborgo di Birmingham nella contea delle West Midlands, nota soprattutto per la sede della Land Rover (che tra l’altro è stato sponsor dei Villans dal 2002 al 2004). Grealish è un centrocampista offensivo/mezz’ala ed è il capitano e leader dell’Aston Villa, la squadra che il principe William ha scelto di tifare per distaccarsi dai suoi amici facoltosi e darsi un tono da working class. La squadra del quartiere di Aston dove è nato Ozzy Osbourne, dio supremo dell’heavy metal, fondatore dei Black Sabbath.

 

 

La squadra che nel 1982, alla sua prima apparizione, vinse la Coppa Campioni in finale contro il Bayern Monaco arrivando poi undicesima in campionato, dopo che il tecnico dello “scudetto” Ron Saunders aveva dato le dimissioni lasciando il posto al suo vice Tony Barton. Nessuno, però, fece caso a questo dettaglio. In una squadra così del resto, la tradizione, come per il Nottingham di Brian Clough, va oltre il presente altalenante. Forse questo è uno dei portati più affascinanti del calcio inglese, essere così legato ad un concetto come quello di tradizione e pensarsi in chiave assolutistica come fosse quasi un’investitura. Questa rappresenta una prima pars costruens, anche se esterna, con la quale il nostro Jack ha dovuto fin da subito fare i conti.

Grealish, prodotto del vivaio, ha sempre militato nei Villans – escludendo un anno in prestito al Notts County – e nella stagione 2018/2019 è stato l’artefice principale della promozione in Premier con 6 goal e 8 assist in 36 presenze.

Grealish indossa il numero 10 ma è un 8½. Un Gascoigne che preferisce portare palla e accentrarsi anziché lavorare sugli inserimenti. È un giocatore estremamente fisico dotato di un tiro tanto potente quanto preciso – il suo goal contro lo United (1/12/2019) è stato votato come uno dei più belli della Premier. Tocca poi un quantitativo industriale di palloni e spesso si trova in fase di recupero.

 

 

Fin da questa sua posizione in campo Jack rappresenta un punto di contatto e sutura tra due mondi, è il raccordo tra la vecchia e la nuova scuola. Tra un Gascoigne e un Phil Foden, per intenderci. È il primo di una generazione d’oro del calcio inglese non solo per le doti calcistiche, ma soprattutto perché è riuscito a riportare iconicità ad un calcio slavato e apatico.

 

 

Il gol contro lo United, dimostrazione di un piede a dir poco educato 

 

 

E qui inizia una pars construens estremante personale. Grealish è abbronzato in ogni stagione dell’anno, si stira e piastra i capelli all’indietro con una dedizione maniacale e ha un culo così basso che sembra indossi i pantaloncini di un dodicenne da quanto gli stanno stretti. Gioca con i calzettoni sempre bassi, e questa cosa è magnifica perché ci porta dritti ai tempi di Omar Sivori. Oltre al look c’è il carattere, quello che ciclicamente molti giocatori inglesi sfoderano nei momenti di massima tensione o di estrema libertà (nessuno studio finora ha dato un chiaro esito sulle cause scatenanti dello spirito di Britannia). Nel 2015 le sue foto da ubriaco, svenuto in vacanza a Tenerife, fecero il giro di ogni tabloid. Nelle immagini Grealish è infatti steso in mezzo ad una strada, completamente privo di sensi.

 

 

Poi ci fu la questione dell’hippy crack e quindi quella delle foto postate ad una festa dopo aver perso pesantemente 4-0 contro l’Everton. Infine – senza che questo significhi realmente la fine dei colpi alla Grealish – c’è stato l’incidente e la multa per stato di ebrezza. Era il 29 marzo in pieno periodo lockdown e Jack, dopo aver postato un video sul suo account ufficiale Instagram nel quale diceva “Stay Home. Protect the NHS. Save Lives”, decise di partecipare di nascosto ad una festa. Come conseguenza, la mattina seguente centrò con il suo SUV un auto parcheggiata facendosi immortale dai giornali palesemente confuso.

 

 

La mitologia inglese prevede a tal punto che il suo eroe abbia un lato oscuro di alcolismo che quest’anno, a salvezza raggiunta (all’ultima giornata grazie ad un goal dello stesso Grealish), il tecnico dei Villans Dean Smith ha detto:

“I expect Grealish will get drunk with me tonight!”

E proprio in questo Grealish sembra essere unico. La sua drunkness, elemento distruttivo di molti giocatori inglesi, è normalità. Non è né momento di rivalsa – tipica dell’incompreso schiacciato sotto il peso del giudizio altrui – né di ostentazione, tipica dell’arricchito privo di contenuti. È un momento come gli altri e come tale va vissuto. Attraverso questa autoironia Grealish allontana ogni pressione ritagliandosi uno spazio di libertà, in cui il giudizio degli altri crea sorrisi imbarazzati ma non lacera l’abisso oscuro.

 

Jack Grealish, a suo agio nella contemporaneità (Photo by Clive Mason/Getty Images)

 

 

Oltre al carattere e al look, c’è però la vera essenza. Grealish è un giocatore che a soli venticinque anni rappresenta una parte della città e la sua icona non poteva, del resto, che nascere in un derby contro gli odiati rivali del Birmingham. Come ogni mitologia che si rispetti c’è un punto di origine. Per l’esattezza il 10 marzo 2019.

 

 

Sia i Villans che i Blues militavano allora in Championship, e quel derby di ritorno si giocava al St.Andrew’s in un pomeriggio quasi estivo. All’andata l’Aston Villa si era imposto in casa per 4-2, pertanto il Birmingham voleva rifarsi e dare un senso ad una stagione altrimenti piatta e da metà classifica. La partita era iniziata da soli 9 minuti, e i giocatori dell’Aston Villa avevano guadagnato un calcio d’angolo sotto il settore dei padroni di casa. Ognuno stava prendendo posizione. Jack si stava incamminando verso il centro dell’area quando un corpulento tifoso del Birmingham, Paul Mitchell, decise di superare il cordone degli steward e dirigersi verso l’area di rigore.

La sua corsa è veloce, Jack è girato di spalle. Tutto avviene in un secondo ed ecco Mitchell sferrare un destro alla mascella di Grealish e mandarlo a terra.

Si scatena un parapiglia e stavolta gli steward riescono a fare il loro dovere difendendo Mitchell, soprattutto, dalla furia di Tammy Abraham. Jack, però, è uno che sa come incassare e come svenire. La sua ordinary drunkness gli ha conferito questo potere. Va giù solo per la sorpresa del tutto, ma non si rantola, dimena o porta le mani al volto. Si siede a gambe larghe, sorride e si rialza. Mitchell viene portato fuori a forza – in un delirio estatico da This is England – e Jack riprende la sua posizione dicendo a tutti che non c’è problema. Per la cronaca e per la statistica, Jack in quella stagione subirà 161 falli, più di ogni altro giocatore. Non sarà quindi Mitchell a rovinargli il derby…anzi.

 

Jack dopo aver incassato il destro di Mitchell, aiutato dai rivali del Birmingham a rialzarsi. (Photo by Alex Davidson/Getty Images)

 

 

La partita continua spigolosa e cattiva come ogni stracittadina che si rispetti. I Villans esercitano la loro pressione e il maggiore carisma su avversari comunque rognosi e compatti. Poi, al minuto ’67, ecco esplodere definitivamente l’icona Grealish. Ogni storia per essere significativamente archetipica deve aver la sua collocazione spazio-temporale fondante, ed ogni simbolo deve saperne ripercorrere e attualizzare le gesta. Per la storia dei Villans il minuto ’67 non è come gli altri. Infatti il 26 maggio 1982 a Rotterdam, al 67esimo, Peter Withe decise la finale di Coppa Campioni contro il Bayern Monaco. È il minuto che ha collegato migliaia di storie personali, soggettive e particolari con la storia oggettivamente tramandabile.

 

 

Siamo ancora sullo 0-0, limite dell’area Birmingham. Anwar El Ghazi, esterno destro ex Ajax, scarica per Grealish quasi all’altezza della lunetta dell’area: Jack, è libero, troppo libero per essere vero e per non approfittarne. Stoppa con il destro e si sposta la palla sul sinistro, fa una finta, il marcatore non accorcia, poi due passi in area e, quando vede la traiettoria giusta, lascia partire un sinistro sporco all’angolino. Imparabile. Tutto questo sotto lo spicchio dei tifosi Villans verso i quali corre e si tuffa. Tutto scritto come da classico copione epico dove l’eroe cade, si rialza e porta alla vittoria il suo popolo. La classica storia di redenzione che ha reso Rocky un cult.

 

 

Al minuto ’84 Jack viene richiamato in panchina tra gli applausi. Lascia la fascia al gigante Tyron Mings ma è solo per una sostituzione. Quella fascia, dopo un giorno così, è marchiata a pelle. Nell’intervista a fine partita Jack dirà: «è stato il giorno più bello della mia vita» ed è proprio questo che lo rende così speciale. Il calcio in fondo non è altro che una parentesi della vita.

 

 

L’epopea di Jack Grealish, tutta in un singolo derby 

 

 

Chiusura finale da sottofondo musicale per il festeggiato. Ad ogni compleanno che si rispetti serve un sottofondo musicale e quello per Jack, proprio in virtù di questo suo essere a metà tra due anime, è abbastanza variegato. Dentro Jack, a dispetto dei suoi 25 anni, scorrono infatti gli ultimi 40 anni di musica inglese.

 

 

Dall’inno dei Cock Sparrer, England Belong to Me (1982) bandiera ironica – non iconica – del movimento skinhead, all’attivismo sui generis di Rock the Casbah dei Clash, passando poi all’industrial post techno dei Prodigy e dei Faithless con l’immancabile tocco del brit pop di anni ’90 estetizzato dal confronto anche calcistico tra Oasis e Blur, ovvero Manchester City e Chelsea, le squadre che maggiormente hanno beneficiato degli investimenti di magnati arabi e russi in faccia al protezionismo tatcheriano. Mixando tutto questo si potrebbe quasi dire che il risultato è la musica degli scozzesi Young Fathers, e del resto Jack è il giovane padre di un’altrettanta giovane generazione di giocatori.