L’anno era il 2015, novembre il mese, 29 il giorno: la storia del calcio inglese stava per essere riscritta da un ragazzo di Sheffield di 28 anni, approdato solo un anno prima nella massima serie d’oltremanica con la maglia del Leicester. Undici partite consecutive in gol in Premier League, mai nessuno come questo giovanotto neanche trentenne; a dieci, nel 2004, si era fermato l’olandese Ruud van Nistelrooy, un fenomeno del calcio moderno.

 

Il nuovo recordman non era uno sportivo qualunque: faccia da schiaffi, cuore da romantico bohemien e un cammino partito da lontano, dalle fabbriche della sua città. Da ragazzino è una promessa del calcio locale, (non a caso a 15 anni figura nella rosa delle giovanili dello Sheffield Wednesday); l’anno successivo, però, viene malamente escluso dalla squadra per colpa della sua bassa statura. Confiderà anni dopo:

 

“It was the lowest point of my career. Real heartache”

 

Un verdetto, quello dei Gufi, che per il piccolo Vardy segna un grande dolore. Decide così di lasciare il calcio, buttandosi nello studio e nel lavoro: si iscrive al college e si rimbocca le maniche, venendo assunto come operaio in una piccola impresa locale di protesi in fibra di carbonio. Una scelta tutt’altro che semplice: in fabbrica, ricorderà lui stesso anni dopo, era massacrante, tra pesi sollevati in continuazione e il calore dei forni a bruciare la pelle. Nel mentre il tempo libero era sempre meno.

 

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Jamie Vardy esulta dopo la rete segnata contro lo Sheffield United. La cenerentola di questa stagione di Premier non si è potuta sottrarre alle provocazioni del bomber tifoso, cresciuto nella parte bianco-azzurra della città: lo Sheffield Wednesday (Photo by Ross Kinnaird/Getty Images)

 

Addio calcio? Non proprio. Certi amori – come quello per il football – non finiscono e, sempre abusando dei versi di Antonello Venditti, fanno dei giri immensi e poi ritornano. È così che nel 2007, a 20 anni, Vardy esordisce in una prima squadra di Conference South, il sesto livello del calcio inglese (la nostra Promozione) diventando l’attaccante della rappresentativa dei dipendenti British Steel, lo Stocksbridge Park Steels. Nessun palcoscenico importante, ma solo tanta voglia di respirare l’aria di spogliatoio e campo. Salario £ 30 a settimana. Passione, solo ed esclusivamente passione, quella che muove miliardi di innamorati di calcio nel mondo: Vardy è veramente uno di noi.

 

In tre anni segna 66 reti e la strada per “il successo” sembra spianata. Questa volta però è il suo grande cuore che pare tradirlo: non ci pensa un attimo quando, fuori da un pub, un amico con l’apparecchio acustico viene preso in giro da un gruppo di facinorosi. Vardy si infila nella scazzottata e viene condannato per sei mesi al coprifuoco notturno, costretto a rimanere in casa – con tanto di controllo elettronico alla caviglia – dalle 18 alle 6 del mattino. Addio calcio, nuovamente? Nemmeno per sogno. Il ricordo di Jamie di quel periodo è da libro cuore:

 

“Riuscivo a giocare lo stesso, ma in alcune gare dovevo scappare letteralmente dal campo per correre a casa e non trasgredire agli orari. Le difficoltà maggiori, però, erano in trasferta: quando giocavamo lontano, potevo stare in campo solo un’ora. Speravo con tutto me stesso che fossimo in vantaggio, per non lasciare in difficoltà i compagni.”

 

Nel 2010 Vardy passa all’Halifax Town e con i suoi gol trascina gli Shaymen in Conference Premier. Nel 2011 sfonda quota 30 gol in stagione con la maglia del Fleetwood Town e si fa notare dai vertici del Leicester che, l’estate successiva, decidono di acquistarlo per una cifra “astronomica”: 1 milione di sterline. Mai nessun giocatore dilettante inglese era stato valutato così tanto fino a quel momento, un record che dura ancora oggi.

 

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Jamie Vardy, con la maglia del Fleetwood Town. Con i Fishermen segnerà 34 reti in 42 partite stagionali, è il pass per il calcio che conta. (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

 

La prima stagione, quella del 2012-13 agli ordini del generale Nigel Pearson in Championship, non è da capogiro. Tutt’altro: 5 reti in 29 partite, mentre in molti iniziano già a puntare il dito e ad inondarlo di critiche. Le più memorabili erano tutte dello stesso tono: tentare un dribbling contro un difensore elettricista, calciare un rigore contro un portiere postino o sfidare in velocità un terzino idraulico richiedevano capacità ben diverse rispetto a quelle necessarie per avere successo nella serie B inglese. Insomma, dilettante incapace, tornatene in periferia, o al massimo negli inferi delle serie minori.

 

Il calcio però è strano e il bomber dalle sette vite, con la testa alta e la schiena diritta, nei momenti complicati si esalta, si accende: la stagione successiva ripaga Pearson – che si era opposto all’idea del club e del Presidente Vichai Srivaddhanaprabha di mandarlo a giocare in prestito – con 16 gol, trascinando le Foxes alla promozione in Premier League. Due anni dopo Vardy conoscerà Ranieri e la gloria eterna compiendo, insieme ai compagni, un’impresa sportiva (quotata 5000:1) degna del miglior capitolo sezione underdogs nella storia calcistica recente. È proprio in quella stagione gloriosa, con il titolo da mille e una notte del Leicester, che Jamie scrive per sempre il suo nome nella storia della Premier

 

“scoring in 11 consecutive games”.

 

L’ennesima prodezza, quella definitiva, che tramuta Vardy nell’idolo indiscusso dell’Inghilterra profonda, l’eroe dei tanti calciatori dilettanti e amatoriali che tra campi polverosi e pesanti sognano di giocare, anche un solo minuto, in uno dei magnifici templi del calcio britannico. Vardy è all’apice, è al punto più alto della carriera, e ce l’ha fatta solo perché non ha mai smesso di dannarsi l’anima in ogni match e in ogni categoria.

 

Al termine di una gara contro il Chelsea, l’allora mister dei blues Josè Mourinho gli chiese perché continuasse a correre su ogni pallone. La risposta era semplice: in ciascuno di quegli incessanti scatti perentori, con picchi a 35 km/h, c’era la voglia di rivalsa dei più deboli, dei dimenticati, dei talenti scartati che però non avevano mai perso la speranza, aggrappati alla loro grande e sconfinata passione. Vardy ce l’ha fatta e, con lui, tutti noi.

 

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Jamie Vardy bacia la Premier League dei miracoli. Il titolo più sorprendente della storia del calcio inglese conquistato soprattutto grazie ai gol del numero 9 delle Foxes (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

 

Ma se arrivare al successo è difficile, confermarsi ad alto livello lo è ancora di più. E dalla vetta si può solo scendere: e così, dalla stagione 2016-17, il fenomeno Vardy sembra imboccare una strada in discesa, per un lento ma inesorabile declino. L’esonero di Ranieri, l’eliminazione dalla Champions League, una classifica di Premier da guardare sempre e solo nella parte destra; e ancora il difficile rapporto con mister Puel, gli spezzoni di partita, la porta che si fa sempre più stretta, gli anni che passano.

 

Sconosciuto ai più fino alla stagione del Leicester dei miracoli, sotto le luci della ribalta internazionale con Ranieri e nuovamente nel dimenticatoio nella parabola discendente del Leicester. L’addio alla nazionale nell’estate del 2018, raggiunta solo qualche anno prima, pareva il segno definitivo della resa. Il tutto, senza mai aver scritto il proprio nome tra i vincitori della classifica cannonieri di Premier League.

 

Nella storia di Vardy però, ormai possiamo dirlo, nulla è scontato. Oggi Jamie ha 33 anni, un’età in cui – la mistica ci insegna – si possono fare grandi cose. Si può risorgere, e il bomber di Sheffield lo sta facendo a suon di gol trascinando le foxes alla seconda storica qualificazione in Champions League; e si possono fare prodigi come vincere, per la prima volta, quel titolo cannonieri di Premier solo sfiorato dal Vardy 1.0. Un piccolo, grande neo nella carriera omerica dell’inglese ma anche una nuova sfida, un altro muro da abbattere, l’ennesima barriera da superare. E che proprio in questo 2020, iniziato e proseguito davanti a tutti nella classifica marcatori, potrebbe concretizzarsi (dati aggiornati a ieri sera, dopo la doppietta da subentrato contro i Villans).

 

25 Ottobre 2019: Jamie Vardy festeggia la tripletta al St Mary’s Stadium nell’incredibile vittoria esterna per 0-9 contro il Southampton. (Photo by Bryn Lennon/Getty Images)

 

Ma il vero miracolo compiuto da Vardy 33 è già avvenuto, e va oltre i risultati del campo. Arriva dalla V9 Academy, da lui stesso fondata nel 2016. L’accademia del calcio pensata per dare la possibilità ai giocatori dilettanti di allenarsi con preparatori di alto livello, con l’obiettivo di diventare professionisti, ha infatti sfornato il primo grande talento partito dal basso.

 

Si tratta del gioiello Sam McCallum, classe 2000, difensore del Coventry e appena acquistato da un club di Premier, il Norwich, per 3,5 milioni di sterline: fino al termine della stagione resterà in League One con gli Sky Blues, ma dal prossimo anno sarà tra i punti di riferimento della difesa dei canarini. La storia di Jamie Vardy allora sta anche nel suo lascito, che si ricollega alla giovinezza e alle sue radici profonde.

 

La working class non come semplice punto di partenza, un po’ fiabesco, di una storia a lieto fine, bensì come memoria e orgoglio, benzina di una carriera fondata sulla rivincita e sull’estremo sacrificio (sportivo). Per uno come Vardy, non baciato dal talento e arrivato dalla periferia, vicende umane e sportive si legano in un insieme inseparabile: senza il ricordo, l’umiltà, la consapevolezza, viene inevitabilmente meno il cannoniere. Ecco cosa vuol dire “ricordarsi sempre da dove si è partiti”, anche a 33 anni.