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Calcio
22 Settembre

Joe Tacopina, il primo tifoso

Antonio Torrisi

14 articoli
Il giro d'Italia del Presidente d'America a tempo determinato.

Mancano tre minuti alla mezzanotte di sabato 16 gennaio e Joe prende in mano i manubri con i pesi. Potrebbe sembrare una normale sessione di allenamento notturno, quotidiano: ma non lo è. Tacopina ha da pochissime ore siglato l’accordo preliminare che lo obbliga all’acquisto del 100% delle quote del Calcio Catania: l’apertura privata della palestra di Torre del Grifo basta per una prima ed estemporanea presentazione su chi sia Joe, l’americano uscito da un film di Scorsese o Tarantino che rispolvera i sogni del lato ingiallito del nostro calcio. Le piazze storiche alla fine della decadenza.

Poi lo guardi e pensi che di decadente nel mondo non ci sia più nulla: incrollabile come la certezza che un giorno da questo mondo andremo via tutti, ma lui no. Il suo arrivo è la kermesse del bello accostato al classico: uno sfoggio continuo di charme e slang che in certi ambienti sanno di rinascimento, invecchiati come sono da promesse vetuste e mai mantenute. Persino da proprietari e gestioni old style: quelle del bastone e della carota, della testa sotto la sabbia e della rendita. Catania, assuefatta, umiliata e rinata dopo il quasi fallimento evitato per un soffio è l’ennesima piazza perfetta: ma lui, del Calcio Catania, nonostante un preliminare d’acquisto firmato e tante promesse, non sarà mai il proprietario.

Tacopina Venezia
Big Joe in Laguna. (Alessandro Sabattini/Getty Images)

TUTTI I SOGNI DI PROVINCIA IN UNA TASCA


Ad averceli di presidenti così, direte. A Tacopina vanno, insieme, il merito e il demerito di aver istituito una nuova forma di proprietà calcistica italiana: quella del patron straniero sempre presente, tra il popolo. Il che è un bene. Pur senza fissa dimora. Il che al contrario genera un dubbio indissolubile persino in acqua e bicarbonato: il “come opererà” lascia presto spazio al “quando se ne andrà”. Il presente al futuro. A Catania ha sorvolato su entrambi, tra mille polemiche: da qualche settimana è il nuovo patron della SPAL, proprio mentre in Sicilia chi lo ha atteso fino alla fine dei giorni, incredulo di fronte all’evidenza di un treno perso (che chissà quando ripasserà), ha imboccato la via della rassegnazione.

Fiero come fiero sa essere un cultore della romanità e dell’epoca classica, con orgoglio nettamente scolpito nel marmo dei suoi muscoli messi in vetrina insieme ai sogni da vendere: come sia possibile che un tipo del genere non stia simpatico ad alcuni, se lo chiedono in molti. A Roma nel 2007 voleva portare George Soros, poi si è accodato a Thomas Di Benedetto, diventando vicepresidente: durante un Roma-Catania del 2012, i tifosi giallorossi gli dedicano uno striscione. “Tacopina uno di noi… grazie Joe”. Ma a Bologna e Venezia lo ricordano con meno sorrisi.

Al Dall’Ara corre subito a sincerarsi delle condizioni dello stemma calpestato da un ospite durante la sua presentazione, in Laguna lancia una nuova brand identity, cambiando sin da subito logo e dimensione vitale: possono dire quel che vogliono, i tifosi rossoblù e veneziani, ma al netto dell’epilogo i risultati gli danno ragione. In meno di un anno ha riportato il Bologna in Serie A, lasciando il tutto a Joey Saputo, in due stagioni il Venezia dalla Serie D alla B (ponendo le basi per la promozione in massima serie). Ma deve esserci un qualche modo per alleviare i dolori degli amori perduti: il tempo, tanto per cambiare, dà ragione a Joe. Oggi sia i felsinei che i lagunari sono realtà forti, nelle mani di gruppi solidi.



Si circonda di sorrisi e imprenditori con in mano il passaporto della credibilità: “Money and Cigarettes”, alla Eric Clapton. Con un pizzico di Cigarettes after Sex: “Nothing’s gonna hurt you baby”, di confortante rassicurazione. A Catania si è creduto fin troppo nella sua venuta: nei quattro mesi, eterni, trascorsi tra il preliminare e la scadenza di quest’ultimo, e anche dopo, gli è stato detto di tutto. È passato da “salvatore della patria” a “truffatore” per parte della piazza (stampa compresa) in men che non si dica, pur avendo “donato” (perché, in fin dei conti, questo è stato, una donazione) 800 mila dollari per aiutare il club rossazzurro a pagare gli stipendi. Ci aveva creduto anche lui.

Se Dio gioca a dadi, Tacopina è un ottimo sfidante, tanto che Manzoni lo avrebbe inserito nei Promessi Sposi, risolvendo facilmente la faccenda tra Renzo e Lucia: da avvocato penalista e una carriera scalata con sudore si arma di pazienza e lingua dalla risposta pronta, ma soprattutto ha fiuto per gli affari. Ha da qualche mese festeggiato il ritorno di Chico Forti, velista italiano detenuto da vent’anni negli Stati Uniti per un omicidio che dice di non aver mai commesso, suo assistito, in Italia. Immaginiamo un dialogo paradossale tra Joe e Luigi Di Maio al momento della notizia: pur sforzandoci, non riusciamo. Pazienza. Cura il suo corpo come fosse il tempio dell’anima, alimentata a sua volta da sani principi. Patria, amore e famiglia. Oh, yes.


R-EVOLUTION


La dialettica di Tacopina è più qualitativa che quantitativa, ma questo dipende dalla piazza di riferimento. Uscito da Torre del Grifo, a gennaio, in stile “Il Quarto Stato”, appena finito il discorso dell’avvocato Giovanni Ferraù, presidente di SIGI (proprietaria del Catania), rompe lo schieramento dei giornalisti, debitamente distanziati, dirigendosi verso i tifosi presenti, scorti con un occhio da cecchino. «Prima loro, poi voi», dice ai cronisti. Figuriamoci: ha già vinto. 

Negli anni avrà pur cambiato termini, ma non il modo di presentarsi alla gente: perché “nessun posto è bello come casa mia”, ma nessuna piazza sarà come quella a cui Joe sta promettendo la redenzione calcistica. I tifosi? I veri proprietari del club, rispetto ai “custodi”, gli azionisti. Il sindaco di riferimento? Il più motivato tra quelli già incontrati. Il palcoscenico? Sempre giusto “per fare calcio”, sempre più alto rispetto agli altri, colpevoli di non pagare sufficientemente in emozioni. A Roma c’era la tradizione, a Bologna la storia, a Venezia un’atmosfera unica: a Catania? I tifosi e le origini. L’esempio consegnato dalla malriuscita operazione è chiaro: lui, subito dritto al punto.

In estate lo accostano al Palermo: le radici della madre di Joe, di Montelepre nel palermitano, si vestono presto del presupposto narrativo adatto a far quattro chiacchiere in serenità e romanticismo. Seriamente interessato al Catania, proprio nei giorni del bando per l’acquisizione attraverso udienza del Tribunale, la madre nelle interviste diventa “siciliana”, con riferimenti a Palermo solo quando si discute del derby da vincere in rossazzurro. Da qualche mese si presenta sempre nella stessa maniera: prima la mano, poi la voce.

«Saluto siciliano», dice, mostrando le tre dita. Pure indipendentista. Ma che volete? Joe ci sa fare.

Tramontato incredibilmente il closing all’ombra sapiente, ma spazientita, dell’Etna, Tacopina è volato a Ferrara «per aiutare un gruppo di amici ad acquisire la SPAL». La prenderà lui. «È una delle più belle città che abbia mai visto», ricomincia il giro. «Porterò la SPAL in Serie A in meno di due anni, sogno lo Scudetto»: eccolo.


“Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: «Viva la libertà!». Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci luccicavano.”

G. Verga, “Libertà”, da Novelle Rusticane

Con un po’ di fantasia potremmo anche dire che ha tutto l’occorrente per far parte di un racconto verghiano, ma in salsa estense. A Catania ha rubato il cuore ai tifosi ancor prima di scendere dall’aereo, l’estate scorsa, in uno dei suoi tanti viaggi in Sicilia: nel corso dell’ultimo, ad aprile, in attesa di un closing che non arriverà mai, scende a bordocampo prima di un Catania-Potenza palleggiando con l’ormai ex presidente di SIGI Ferraù. Sorrisi, abbracci che diventano presto coltellate mediatiche: «In SIGI ci sono persone che hanno investito 100 euro e si credono i proprietari del Catania», dirà Joe una volta decaduto il preliminare d’acquisto (le condizioni alla base, ovvero due importanti transazioni fiscali con Agenzia delle Entrate e il piccolo Comune etneo di Mascalucia, in verità sono sempre state abbastanza complesse), la sera prima della conferenza stampa di fine stagione della proprietà rossazzurra. «In SIGI non ci sono né idioti e né stupidi, ed è vergognoso sostenere una cosa del genere», risponde Ferraù la mattina seguente, davanti a una folta platea di giornalisti. 

Nella piazza è il caos: il Catania a giugno chiederà ai tifosi di sostenere economicamente il club, in una settimana, per iscrivere la squadra. Tacopina consiglierà a Ferraù di «vendere la sua Ferrari» per finanziare l’iscrizione, dopo che questo aveva mostrato pubblicamente gli screenshot di conversazioni private. Tra accuse più o meno velate e complotti filtrati e votati al sospetto di un piano prestabilito dall’americano, “lo straniero”, tra tacopiniani e non, e chi ne fa le spese sono gli appassionati, costretti ad assistere “scomodamente” sotto l’ombrellone alla presentazione di Tacopina a Ferrara in un caldo pomeriggio alla vigilia del Ferragosto. La verità, limpida, è che il Catania (attualmente alle prese con i soliti e pesanti problemi economici), al di là di tutto, non è riuscito a salire su un treno che difficilmente passerà un’altra volta.


NUOVO JOE, SOLITO TIFOSO


«Venezia è una città bellissima e anche la tifoseria è una bella tifoseria, ma allo stadio erano sempre in pochi e non c’era quel calore che piace a me. Non è colpa di nessuno, ma un calore del genere non si trova in tutte le città».

Joe Tacopina a Goal.com

Slogan o meno, ci sono piazze e piazze. In netta controtendenza rispetto al passato, Tacopina è appena approdato in un contesto già predisposto al rilancio dalla famiglia Colombarini, tanto da portare l’avvocato statunitense alla chiusura dell’affare in due mesi buoni. Giusto il tempo di presentarsi. Quasi parallelamente a quanto fatto dal suo Venezia, la SPAL ha inanellato promozioni su promozioni: due, consecutive, dalla Serie C alla Serie A (dal 2015 al 2017), rimanendo in quest’ultima per tre stagioni.

«Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà. È questo il grande programma, il quale praticando, tu potrai vivere felice, e fare molto bene all’anima tua»

Don Bosco

Sarà chiaramente il primo presidente straniero del club nato all’interno del “Circolo Ars et Labor”: lui, brillantina e charme, portavoce della contesa a volte al limite dell’eristica e sempre tesa al “tira e molla”, porta allegria studiando i segreti del popolo che gli sarà fedele, contraccambiando con la pietà calcistica della gratitudine, regalando sogni a chi ne è affamato, con un po’ di hip hop. Promesse, rime scomposte e flow da Golden Age: a Brooklyn, d’altra parte, si devono due cose. La nascita di Notorious B. I. G. e quella del nostro Big Joe. Strana coincidenza.


Dello spirito salesiano incarna la modalità d’approccio alla gente, sempre sullo stesso piano: al primo incontro con una nuova realtà veste subito gli abiti di rappresentanza di riferimento. Tuta, cappellino e mascherina: rigorosamente con i loghi del club che sta per acquistare. Si circonda di investitori con cognomi prettamente derivati dall’italiano, tutti parte di un cast più ampio (a Ferrara saranno almeno sei). In tasca e in valigia i sogni di una città intera, rinvigoriti dai “paisà”. Pizza, pasta e mandolino: “ars et labor”, da qualche ora “ora et labora”.

Il fatto che a Bologna e Venezia, al netto delle promozioni, non sia andata come tutti speravano, con un progetto a lungo termine, non vuol dire che a Ferrara non debba filare tutto liscio, pur essendo nato tutto un po’ per caso. E Joe, che il caso lo ha sempre fatto suo, racchiuso nella stretta dei bicipiti, forti come il marmo che tanto sa di classicismo, a questo non vuole lasciare neanche le briciole. Da qualche giorno nella squadra che ha assunto i colori dei salesiani, con rinnovata religiosità calcistica.

«Questa a Venezia sarà la mia ultima esperienza nel calcio, credetemi»

Joe Tacopina

Sebbene scomodare la provvidenza divina sarebbe ingeneroso, non basterebbero dighe per i fiumi di retorica, con correnti a favore della nave di Tacopina, personaggio da Uno, Nessuno e Centomila. Sempre uguale, sempre nuovo. Poche ore dopo essere arrivato a Ferrara, tra la richiesta di esprimersi in inglese per azzeccare i significati di ciascun discorso e non lasciar spazio a fraintendimenti e il sorriso nascosto dallo sguardo serio di chi si presenta al calcio come alla corte, ha promesso lo Scudetto.

Alla prima al Mazza, vinta contro il Pordenone per 5-0, si immerge tra la folla, stringendo mani a sconosciuti, che tra un selfie e l’altro gli chiedono: “Tacopina portaci in Europa”. Se ci arriverà o meno lo sanno solo Dio e i suoi dadi, seduti allo stesso tavolo con Joe, il primo tifoso. Non ha ancora fatto nulla, ma a Joe Tacopina è bastato poco per conquistare anche la SPAL.

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