Nella carriera e prima ancora nella vita del Mago Jorge Valdivia, l’accezione terminologica di senso come capacità di discernimento tra bene e male, tra giusto e sbagliato, è un concetto semplicemente inadeguato. È proprio quella tipica cognizione discretiva che manca totalmente nelle categorie alterate, e oniriche, dell’Ultimo Diez.

 

 

Persino l’età dell’innocenza non si salva da questo assioma. Non ha senso trovare un cileno nato in Venezuela, a Maracaibo, seconda città del Paese, gravida naturalmente di Oro Nero e proverbialmente riconosciuta come capitale della perdizione nella nostra penisola.

 

 

Eppure, nascere in un avamposto caraibico quasi casualmente – il padre era stato trasferito lì dalla LAN, la compagnia aerea cilena per la quale lavorava – non sarebbe stato privo di senso. I primi anni della gioventù, forgiati dall’andamento irregolare dei venti, bruciati dal riflesso del sole specchiato in una lingua di terra schiacciata tra il Golfo e il Lago, avrebbero consegnato a Jorge quell’indolenza tipica di chi vive scappando dalla luce del giorno quasi come dagli impegni: non per pigrizia, ma per semplice mancanza di senso del dovere.

Un piccolo grande dogma che sarebbe stato il fil rouge di una carriera scandita proprio dall’amore per la Roja.

 

Ma quando il senso si riconcilia con la sua radice latina dove matura il significato di ‘sentire’, ecco che quell’attitudine alla percezione degli elementi si adatta perfettamente alla figura di Valdivia. Un calcio spontaneo dotato non certo di senso, ma imperniato al contrario sui sensi, e quindi votato alla totale imprevedibilità. Attitudini naturali, ma plasmate e accentuate per merito di tre grandi maestri del calcio cileno contemporaneo.

 

Gol mondiale

Valdivia e la Roja, un amore vero. (Photo by Cameron Spencer/Getty Images)

 

 


Claudio Borghi o “Della Spontaneità”


 

 

Il primo, Claudio Borghi, lo ha trasformato da Jorgito a Mago. Al Colo-Colo ne ha forgiato il talento alimentandone il senso della spontaneità. Tolto da un ruolo definito, Valdivia più che essere a servizio della squadra diventa colui che serve alla squadra. Il compito, esplicito, è vivere alimentato delle sue uniche intuizioni. Supportato dalla esuberanza atletica tipica dei ventenni, lo sguardo e la postura di Valdivia sono quelli spensierati della gioventù.

 

«E’ una meraviglia per gli occhi, dopo Maradona è il più forte che abbia mai visto» (C. Borghi)

 

Le corse sono ancora tante e repentine – tutte rigorosamente nella metà campo avversaria – spesso ‘sprecate’ a rincorrere ogni pallone: una missione di vita quella di farli propri e coccolare la sfera tra i piedi eletti il più a lungo possibile. Tutto nella spasmodica attesa del momento. Quello giusto che si materializza nell’istante in cui la palla, una volta entrata nel suo cilindro, uscirà come gioiello decisivo. E con il Bici in panchina quegli attimi di piacere si trasformeranno davvero in una magia dietro l’altra, lanciando la squadra con il Mapuche sul petto verso le vette del calcio cileno e raggiungendo la fama in tutto il Sub-Continente.

 

Colo Colo

L’infanzia addolcita da un sogno in famiglia: il papà, che gli ricordava come la squadra con il simbolo Mapuche sul cuore fosse la più grande del mondo, si rivelò una profezia. (Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

 

 

Sono anche gli anni in cui sboccia per la prima volta l’amore per la Roja, in cui Valdivia è centro tecnico ed emozionale della generación dorada, un titolo che il mondo tributa a quella banda di discoli cileni. Ma come ogni amore intenso, quella con la nazionale è una storia travagliata, o se preferite dissennata.

 

 

È nelle rotazioni dei convocati del D.T. Acosta da diversi mesi quando il suo nome viene stampato sulla maglia numero 10 per la spedizione della Copa America venezuelana del 2007. L’aria di casa spinge il Mago ben oltre qualche scorribanda guascona: quando nel ritiro di Puerto Ordaz volano marmellate, prosciutti e avance nei confronti delle cameriere, l’aria è ebbra di alcol e si capisce subito che il decoro è un lontano miraggio.

 

 

Il giorno dopo lo scandalo, come se non bastasse, la Roja viene asfaltata dal Brasile con un passivo amaro di 6 gol sul groppone. La dirigenza infligge ai colpevoli del Puertordazo 20 turni di squalifica punitiva. Senza saperlo il primo (ma non sarà l’ultimo) acto de indisciplina del Mago è la scossa per il cambiamento della storia della nazionale.

 

Valdivia chile

La 10 Roja ha un solo proprietario. (Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

 

 


Marcelo Bielsa o “Dell’Imprevedibilità”


 

 

Di lì a poco molte cose cambiano a Santiago, in particolare entra in scena il secondo maestro, chiamato a sostituire il dimissionario Acosta. Dopo certe follie solo un pazzo poteva riammettere Valdivia nei suoi piani e, ancor più, renderlo vitale nel proprio progetto calcistico.

 

 

Non a caso quell’uomo viene soprannominato Loco e al di là delle attitudini caratteriali ha una capacità unica di comprendere il calcio; quello, nel mondo variopinto e alterato del Mago, fortunatamente non è mai mancato. Così Marcelo Bielsa incorona l’unica singolarità concepita nel suo personalissimo 3-3-1-3 alla maglia numero 10. Con un Mago e un Loco, quella che sembra l’inizio di una barzelletta diventa una favola di calcio spumeggiante, che porta dritto ai Mondiali africani, dove la Roja lascia il nitido ricordo di squadra rivelazione del torneo.

 

 

Il Mago matura e diventa il respiro del Loco in campo. Nel calcio veloce di Bielsa che sfrutta principalmente le saette Sanchez e Beausejour e le incursioni di Vidal, Valdivia è l’isola dove il pallone riposa e rifiata. Tra i suoi piedi educati c’è il tempo di sfruttare i tagli, armare le verticalizzazioni, spezzare i raddoppi. Il momento giusto arriverà e la sfera riprenderà il suo viaggio sull’erba veloce e precisa come prima. Valdivia è una distorsione nel gioco armonico del Loco, la svisata che rende definitivamente imprevedibile il Cile di quegli anni e ne rappresenta un prodotto inimitabile.

 

Valdivia 2010

Valdivia tiene in scacco nella trequarti iberica l’intera Spagna. La sconfitta di misura è l’ennesima dimostrazione di maturità della squadra di Bielsa. (Photo by Martin Rose/Getty Images)

 

 

Nelle sliding doors sulla panchina della Roja, dopo un Mondiale terminato agli ottavi contro il Brasile (come già accaduto in Francia nel 1998), ecco sedersi in panchina il Bici Borghi in quello che per il Mago è presagio di epifania. Ma quando si pensa di avere sotto controllo gli eventi nella storia di Valdivia, ecco, questi prendono una piega inaspettata e sfuggono al senso.

 

 

A Novembre 2011, prima della partita in programma contro l’Uruguay, il Mago organizza una festa per celebrare l’innocente battesimo delle sue due figlie. Gli amici sono quelli di sempre, gente straordinaria con gli scarpini allacciati, e niente male nemmeno come animatori di feste. Certo, se l’obiettivo è mantenere il decoro, cercare altrove. Rispondono ai nomi di Contreras, Jara, Vidal e Beausejour e, come per magia, una festicciola pomeridiana si trasforma in un trionfo alcolico che prosegue ben oltre i limiti del consentito. In ritiro si presentano direttamente dal baccanale, in condizioni chiaramente rivedibili. In fondo l’ha sempre detto il Mago,

 

«Me gustaba beber, pero me pasaba los límites»

 

Tradotto: quando bevo, lo faccio per davvero.

 

Valdivia Palmeiras

Dopo i mondiali sudafricani Valdivia è richiamato a furor di popolo a vestire la 10 del Palmeiras, è l’acquisto più caro della storia del Verdao. (Photo by Friedemann Vogel/Getty Images)

 

 


Jorge Sampaoli o “Dell’Attesa”


 

 

Il Bici è tradito dall’ennesimo acto de indisciplina del Diez, e questa volta la storia tra il Mago e la Roja sembra veramente ai titoli di coda. Forse la parola fine, però, è sempre un presupposto inadeguato per un amore vero.

 

 

In suo aiuto arriva la terza grande figura del fùtbol cileno contemporaneo, ancora argentino e bielsista convinto. Jorge Sampaoli non ha dubbi: vuole il Mago ancora a vestire la 10 rossa e con lui elevare se possibile ancora di un gradino il calcio del paese. La generación dorada è matura, pronta per la svolta: la cavalcata ai mondiali brasiliani è lì a testimoniarlo. Solo la maledetta traversa di Mauricio Pinilla ferma ancora agli ottavi contro il Brasile la nazionale cilena, in quella che a tutti gli effetti sembra una vera maledizione.

 

 

‘A un centimetro dalla gloria’ si tatuerà l’attaccante cileno ex Inter e Palermo, ma la gloria è là da venire. Valdivia è scosso e la pancia prende il posto mai occupato dalla ragione, come spesso gli accade. Scrive di voler abbandonare la selección, ma stavolta non ci crede nessuno, forse nemmeno lui. C’è la Copa America in casa, e a Santiago i rossi vogliono alzare il trofeo. Il Mago, protagonista del Mondiale brasiliano, nel sistema oliato da Sampaoli è pronto per la consacrazione.

 

Valdivia 2014

A Belo Horizonte sono fatali i rigori contro il Brasile, che però pagherà amaro il conto con la fortuna. Il Minerao qualche settimana più tardi diventerà famoso per ben altra sorte. (Photo by Jeff Gross/Getty Images)

 

 

È una cavalcata vittoriosa, dove Valdivia scala un altro gradino dell’Olimpo calcistico. Da giocatore incendiario veste i panni di santone, venerato dall’allenatore e dai compagni che sviluppano insieme al pubblico l’empatica sensazione del fiato trattenuto. Non è più il brillante funambolo di inizio carriera, le doti atletiche sono state presto sacrificate sull’altare della vita, eppure è baciato da una grazia divina. Sembra che tutto intorno al 10 Mapuche accada nell’attesa che la palla arrivi tra i suoi piedi. È come se si fermasse la frenesia dei cori e delle corse perdifiato, è come sgranare gli occhi per capire dove nasca la magia. È l’attesa prima dello sparo, il bagliore prima del lampo. Vedere giocare Valdivia è la vittoria della potenza sull’atto.

 

 

Lo stesso Sampaoli dirà in tono profetico:

 

«Jorge, non mi interessano le gambe, io voglio i tuoi occhi, nient’altro»

 

E così sarà fino al 75° minuto nella finale contro l’Argentina, poi la sostituzione con un altro figlio del Colo Colo, Mati Fernandez, e gli insulti vomitati nei confronti di Sampaoli. Parte del gioco, parte dei compromessi per poter attingere a piene mani dalla fonte di quel genio. Che poi in fondo ha portato al primo successo, storico, della Roja là dove nemmeno la SaZa degli idoli Salas e Zamorano era riuscita.

 

Jorge Valdivia copa america Mago

Il primo titolo della storia cilena, festeggiato nella capitale con generación dorada al gran completo.

 

 

El Hombrecito ha sempre venerato le capacità impareggiabili del Mago. A Siviglia leggenda vuole che abbia fatto affiggere nello spogliatoio proprio una foto del Diez della generación dorada. Leggende che si fondono alla realtà creando un mito che tuttavia si basa su presupposti solidi: la stima totale e completa di tutti gli allenatori che lo abbiano allenato, universalmente concordi nel riconoscere un talento fuori dal comune e benevoli nell’accettare le bravate di un uomo spontaneo – oltre alle eterne pause durante la partita in attesa della scintilla, quel bagliore che arrivando cambierà il corso della giornata.

 

«Guardarlo giocare è stata un’emozione pura. Guardava tutto, sapeva cosa scegliere, quando scegliere il passaggio. Ha avuto una terribile importanza nella Copa América, era il migliore» (J. Sampaoli)

 

Sampaoli è sempre stato chiaro su di lui. Ma anche Bielsa ne ha più volte elogiato la caratura tecnica sottolineandone il ruolo cardine, la figura attorno al quale far giocare la squadra.

 

 

È stato un viaggio convulso la carriera del Mago, fatto di andate e ritorni violenti, ciclico come solo le storie sudamericane sanno essere. I fallimenti in Europa e il riscatto sfolgorante al Colo Colo, poi la conquista del Brasile con il Palmeiras dove solitamente la rude torcida Mancha Verde ama guerrieri prestati al calcio e in cui il 10 cileno è diventato un vero totem: per le maiuscole prestazioni in campo, ma soprattutto per quel talento dell’imprevedibile che lascia sospeso il fiato, in un misto tra stupore e incredulità.

 

 

E poi le pause. Quelle senza senso a respirare l’aria desertica emiratina, quasi come la necessità di sfuggire ai ritmi del calcio vero e riposare il suo animo tormentato. I ritorni a furor di popolo al Verdao, obbligando quasi il presidente Belluzo a riacquistarlo, e poi al Cacique, dove addirittura lo sponsor tecnico Under Armour ha contribuito economicamente pur di riportare l’idolo a Santiago.

 

Jorge Valdivia, il Mago

Lo sguardo perso del Mago dopo la sconfitta decisiva all’ultima giornata delle qualificazioni mondiali contro il Brasile di Tite. Da essere con un piede in Russia a rimanere in lacrime a centrocampo, nel giro di soli 45 minuti. (Photo by Alexandre Schneider/Getty Images) (Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

 

 

La casacca bianca del Colo Colo gli ha dato anche la possibilità di vestire ancora la ‘sua’ 10 Roja, quella persa, insieme a un altro trionfo continentale, per assecondare le fughe cariche di petroldollari arabi. Una cavalcata verso i Mondiali di Russia fragorosamente interrotta all’ultima giornata del sanguinoso girone di qualificazione sudamericano: a 45 minuti dalla fine il Cile aveva in tasca un biglietto per la Russia come terza del girone, poi tutto è cambiato e in Piazza Rossa sono atterrate Argentina e Perù, com’è noto.

 

 

Neanche a dirlo fatale è stato ancora e sempre il solito maledetto Brasile, ma la coincidenza più incredibile il Fato l’ha riservata proprio al Mago. Quella che sembra – mai dare niente per scontato con Valdivia – sia stata l’ultima apparizione in maglia Roja del Mago è avvenuta a San Paolo, proprio in quel Palestra Italia che è stata la sua casa più cara, e che l’ha visto ricamare i momenti più alti del suo calcio. Chissà se è stata una beffa o un regalo del destino, certo è che ora Valdivia è vagabondo in Messico, aggiungendo l’ennesimo tassello a una carriera senza senso.

In fondo l’unico modo per raccontare il Mago è avvicinarsi alle sue partite con lo spirito fanciullesco che si lascia ancora sorprendere da un tunnel, un passaggio, una giocata illuminante, insomma dal calcio stesso, e abbandonarsi ai sensi. 

 

Se poi quello che avete letto non vi sembra abbia senso, magari avete ragione: potrebbe anche essere solo l’ennesimo – e definitivo – gioco di prestigio di un grande Mago.