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27 Novembre

José Mourinho, il ritorno “humble” dello Special One

Matteo Donadoni

4 articoli
Abbiamo tutti bisogno di José Mourinho.

Mentre Antonio Conte spiegava ai propri atleti come si devono comportare a letto in tempo di campionato (sic!) – “in periodo di competizione, il rapporto non deve durare a lungo, bisogna fare il minor sforzo possibile, quindi restando sotto la partner. Preferibilmente le proprie mogli, così non sei costretto a fare una prestazione eccezionale” – e voi avete finalmente capito il motivo per cui è stato cacciato Mauro Icardi, noi vorremmo parlare di cose speciali.

 

Come sarebbe bello parlare di una S&W 38 special inox, con guancette in legno di rosa, ma non è proprio il caso. Quindi basta passare i sabati pomeriggio a tirare revolverate al poligono per ammazzare la noia, José Mourinho è tornato ad allenare. Lo ha fatto in Premier League:

 

«Ho sempre detto che la Premier League è il mio habitat naturale. Qui è dove sono maggiormente amato. Se avessi avuto la possibilità di scegliere campionato e Paese, avrei scelto l’Inghilterra».

 

E, pensate un pochettino, proprio sulla panchina della seconda finalista di Champions League, scivolata quest’anno in 14esima posizione. Il tecnico di Setubal era rimasto lontano dai campi di gioco per 11 mesi, da quando a Manchester, sponda Devils, presero la sciagurata decisione di cacciare lui e non quel piantagrane inconcludente di Pogba. Vedremo nei prossimi 6 a cosa siano serviti questi mesi, oltre che a produrre opinioni televisive. In conferenza stampa ha commentato così:

 

«Ho sempre pensato che questi 11 mesi non fossero una perdita di tempo. Sono stati mesi per pensare, ripensare, analizzare e prepararsi. Non perdi mai il tuo DNA, la tua identità, ciò che sei nel bene e nel male. Ma ho avuto tempo per pensare a molte cose. Ho realizzato che durante la mia carriera ho commesso degli errori; errori che non rifarò. Sono più forte. Più in forma no, lo ero già! Sono più forte dal punto di vista emozionale. Sono rilassato, motivato e pronto e penso che i calciatori lo abbiano capito. Credo che i giocatori sentano che sono pronto a supportarli».

 

José Mourinho Pochettino
José Mourinho e la sfida delle sfide: fare meglio di Mauricio Pochettino sulla panchina degli Spurs (foto Catherine Ivill/Getty Images)

L’ex Special One si è presentato rilassato nella nuova veste di “umile” sulla panchina degli Spurs. E per la cifra motivazionale di sedici milioni di sterline l’anno, ci delizierà di filosofemi, più che di bel calcio, ma che ci frega. Nel tempo in cui i giovani si fanno abbindolare dalla “Grande Sardina” – neanche fosse il “Grande Cocomero” di Linus, quello sì era un’autorità – noi abbiamo bisogno della grande zucca di Josè come i pesci del mare. Perciò lo amiamo e perciò molti lo odiano, per quel che pensa e perché, dopo averlo pensato, si permette pure di dirlo.

 

Dunque, da Special One a Humble One?: «Sono umile. Sono umile abbastanza per analizzare la mia carriera. Non solo l’anno scorso, la mia intera carriera, la sua evoluzione. I problemi e le soluzioni. Sono stato abbastanza umile in questo. Il principio dell’analizzare è di non incolpare nessuno. È stata la prima estate in cui non ho lavorato e non è stato facile. Mi sono sentito un po’ perduto durante il pre-campionato ma prima e dopo è stato un processo di apprendimento. Ho persino imparato a fare l’opinionista!».

 

«Ero al Manchester United con una mente e un cuore libero, amavo i tifosi, le persone che lavoravano nel club e adesso sono al Tottenham e non troveranno tifoso del club più fanatico di me. Nessuno vuole vedere vincere il Tottenham più di me».

 

Nella gara d’esordio il Tottenham ha vinto il derby 2-3 in casa degli Hammers. Roba da scommettitori: è sorprendente venire a sapere che il Tottenham ha vinto la sua seconda trasferta del 2019, dopo il successo sul campo del Fulham non più tardi di… gennaio. Certo, il modo di giocare non può cambiare in una settimana, a parte che la squadra di Pochettino non giocava affatto male lo scorso anno, ma può cambiare l’atteggiamento. In questo il portoghese è il migliore:

 

«Gli ho chiesto se fosse il fratello di Dele o Dele in persona, lui mi ha risposto e ribadito di essere Dele. Gli ho detto “ok, allora gioca come Dele”».

 

Risultato? Lancio per Son di tacco, da sdraiato a terra. Tottenham 2 West Ham zero. In questo modo ha messo a tacere chi gli rinfacciava le passate dichiarazioni contro il Tottenham. Ad ogni modo aveva già precisato: «È stato prima che mi esonerassero (al Chelsea, ndr). Quando mio padre giocava, c’erano gli stessi giocatori per 15-20 anni. Nel calcio di oggi tutto è più veloce, le relazioni più veloci, i giocatori si stufano l’uno dell’altro, dell’allenatore… Ero al Manchester United con una mente e un cuore libero, amavo i tifosi, le persone che lavoravano nel club e adesso sono al Tottenham e non troveranno tifoso del club più fanatico di me. Nessuno vuole vedere vincere il Tottenham più di me».

 

José Mourinho saluta Dele dopo il match di ieri sera contro l’Olympiakos, in cui Alli è andato a segno (foto Justin Setterfield/Getty Images)

 

«Questo è il calcio moderno. Ora ho solo una maglia e una passione e una cosa sola in testa, ossia il mio club, che è il Tottenham. Ho vinto la Champions League col Porto e tre mesi dopo giocavo contro il Porto: questa è la vita. Non sono del Chelsea, del Manchester United, del Real Madrid o dell’Inter. Sono di tutte, ho dato tutto a tutte ed è quello che farò qui: dare tutto». Noi non amiamo il calcio moderno, passione a gettone priva di bandiere, ma queste parole ce lo rendono più dolce. Soprattutto se guarnite così: «Sono della squadra in cui sono. Mi metto il pigiama del club in cui mi trovo e dormo con esso». Non sarà magari vero, ma io lo credo, “I sink so”, come direbbe lui.

 

Poi arriva la Champions League, l’unica competizione che conta, fuori dall’Inghilterra. La competizione che negli ultimi anni ha riportato il football allo stato originale, ovvero “vince chi ha i giocatori più forti” e “vince di più chi ha la furia agonistica, la fame di vittoria”. Non è una competizione per umili. Ecco la risposta alla domanda maliziosa del giornalista sulla finale di Champions persa come inizio della caduta del Tottenham:

 

«Non lo so perché non ho mai perso una finale di Champions, ma posso immaginare che non sia facile. Arrivi quasi a ottenere il punto più alto possibile e non ci riesci».

 

Poca eziologia: Mourinho “L’umile”. Alla faccia dell’umiltà, direbbero a Napoli. Ma quanto abbiamo bisogno di questi bagni di umiltà fatti fare al giornalismo anche in Italia? Arriva la sera della Champions e il Tottenham gioca una gran bella partita, andando sotto per due reti a zero, in casa, con la piccola Olympiakos (che dai nomi sembra più un “El Arabikos”, ma il Pireo è un porto di mare…) per poi ribaltare il risultato nella ripresa. Con Harry Kane a diventare il giocatore più veloce della storia a raggiungere quota 20 gol in Champions League (24 partite).

 

Harry Kane, stella della Champions League (foto Catherine Ivill/Getty Images)

 

Ecco la dichiarazione dopo la rimonta per 4-2: «Cosa ho detto alla squadra tra primo e secondo tempo? Tra qualche mese lo potrete vedere nel docufilm di Amazon. […] È stata una versione “soft” di me stesso». Ha spiegato anche che la squadra aveva bisogno di equilibrio emotivo, poi ha parlato di dettagli tattici, tipo inserire il romanista Eriksen e ribaltare il risultato. Ma il punto è gestire la situazione difficile e starci dentro. Questa è la forza di José Mourinho, prendere dei giocatori di football e farli diventare soldati. Cosa abbia veramente detto a Dele Alli poi nessuno lo sa. Sembra trasformato.

 

Nota show durante la partita: l’abbraccio al bambino raccattapalle. La velocità del giovane raccattapalle nel servire il pallone ad Aurier è stata fondamentale per prendere in controtempo l’Olympiakos: un fatto che Mourinho ha palesemente apprezzato, con tanto di abbracci e baci. Ovviamente prima di fomentare platealmente il pubblico del nuovo White Hart Lane. Per questo amiamo follemente José Mourinho, perché va a ringraziare il raccattapalle, con flemma inglese e affetto latino, come un padre in pigiama. E perché fomenta il pubblico, come se nel pigiama avesse gli speroni.

 

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