Italia
07 Novembre 2022

Una nuova vecchia Juventus

E una vittoria dal sapore antico.

Il più grande vizio analitico del calcio contemporaneo è senza dubbio quello tattico: un’ossessione che vorrebbe spiegare tutto con i numeri, con gli espedenti tattici degli allenatori, espressione della mania di controllo di un’epoca ultra cerebrale come la nostra. La stessa ossessione che spiega la vittoria per 2-0 della Juventus sull’Inter con il cambio di modulo dei bianconeri, passati al 3-5-2. Così a fine partita, allo studio di DAZN, domandano ad Allegri se sia stata questa la svolta, ovvero il diverso assetto tattico, e Max inevitabilmente risponde:

«Il modulo ha dato più certezze, ma quelle sono arrivate soprattutto dall’aiuto reciproco, da una squadra che corre insieme, si aiuta, dal capire i momenti giusti della partita».

Quindi Allegri ha parlato di “spirito giusto” e “vittoria del gruppo”, rimarcando valori umani e ‘psicologici’ prima che tattici. D’altronde, come tenere insieme una squadra che fino a un paio di settimane fa, con avversari dal valore tecnico mediocre, non riusciva a mettere insieme tre passaggi con quella determinata, concentrata, a tratti veloce e famelica che ieri sera ha sconfitto l’Inter per 2-0? Anche qui, i titoloni e le semplificazioni non aiutano, come quelle per cui Allegri fosse ormai un ferro vecchio, un bisbetico suonato, non solo inadatto ad allenare della Juventus ma a sedere su una qualsiasi panchina.

Le cose sono naturalmente più complesse, non che oggi basti una vittoria per cancellare le responsabilità del tecnico (che pure ha, quest’anno, e ci torneremo) o per riscattare la stagione bianconera. Eppure oggi la squadra mostra uno “spirito” diverso, con il quale ieri sera ha vinto una partita da Vecchia Signora e vecchia Juventus. Non è un caso che questo spirito sia emerso nel momento di maggiore difficoltà, anzi dopo se possibile, dopo la tempesta e le spalle al muro; è un paradosso apparente ma i bianconeri si sono ripresi quando non avevano più niente da perdere, quando le pressioni che dovevano subire le avevano già subite, quando potevano giocare più sciolti, con i giovani a dare una ventata d’aria fresca e una spinta – tecnica e psicologica – nuova.



Per questo non si può ragionare a posteriori sul singolo valore dei giovani, su quando Allegri avrebbe dovuto inserirli (già nelle prime partite, secondo molti); perché prima probabilmente si sarebbero bruciati anch’essi, sarebbero stati schiacciati dal peso delle pressioni e da una squadra bloccata psicologicamente, fisicamente e tecnicamente. Oggi è cambiato il contesto, e così anche gli interpreti: così Fagioli può sfoderare una prova da veterano, condita dal secondo gol consecutivo, e così in generale può emergere il valore dei singoli, tanto caro a Max. Possono venire fuori le qualità difensive di Bremer, autore di una prestazione maiuscola, e quelle di Danilo.

Può esplodere ancora il talento di Kostic, protagonista della serata, che serve due assist, colpisce un palo con una meraviglia balistica (e solo per la grande parata di Onana) e nell’azione del primo gol fa una giocata impressionante – tutti si sono concentrati sul velo e sull’assist a Rabiot, ma vogliamo parlare della progressione palla al piede, grazie alla quale riesce a tenere dietro Barella nonostante sia in possesso del pallone? Può farsi valere infine il valore di Rabiot che, piaccia o meno come giocatore, è il centrocampista più completo che abbia la Juventus, l’unico di caratura internazionale e dal peso specifico differente (escludendo l’enigma Paredes).

Insomma, così può iniziare a girare una squadra. Poi però ci sono anche gli avversari, che hanno fin troppe responsabilità.

Se Simone Inzaghi si fosse chiamato Massimiliano Allegri, sarebbe già stato congedato con disonore, sottoposto alla gogna in pubblica piazza e poi fucilato alla schiena. Per carità, dobbiamo smetterla di credere che siano gli allenatori a scendere in campo, ma il tecnico piacentino si ritrova al via con la migliore rosa della Serie A tra le mani (anche qui, questione di peso specifico dei giocatori) e oggi con la peggiore difesa in trasferta di tutto il campionato. 16 gol subiti in 7 partite fuori casa, SEDICI, e soli 9 punti raccolti; ancora più grave, le sconfitte in pressoché tutti gli scontri diretti: Roma, Milan, Lazio, Juve. Per non parlare di un undici che, in questa stagione, non ha mai recuperato un singolo punto da situazioni di svantaggio. Così la squadra sembra rispecchiarlo, il suo allenatore, soprattutto nei limiti caratteriali.

Ieri l’Inter avrebbe far dovuto sentire alla Juventus (rimaneggiata) che era la squadra più forte in campo: avrebbe dovuto essere più consapevole, sfrontata e soprattutto più cinica – un nome su tutti, Lautaro Martinez, perché non bastano la prestazione al Camp Nou e altre due partite dopo in gol per gridare al finalmente campione, servono la continuità e il cinismo dei grandi. Ma in generale non è accettabile che i nerazzurri abbiano, ripetiamo, la peggiore difesa della Serie A in trasferta e un bottino negli scontri diretti da horror. Non bastano gli alti per giustificare i bassi, e non basta la qualificazione agli ottavi di Champions per legittimare il settimo posto e il -11 dal Napoli (anch’esso qualificatosi tra l’altro in Europa, e come primo).



Ma sull’Inter ci torneremo presto, anche perché il tempo sta scadendo. Fateci chiudere invece sulla Juventus e sulle sue prospettive, al momento difficilmente pronosticabili, se non del tutto insondabili. La Juve è come un malato ancora in convalescenza, e che forse alle condizioni attuali non ha proprio il fisico per riprendersi del tutto; eppure, qualcosa si sta muovendo nel verso giusto. A proposito di difese, può contare sulla migliore del campionato (con soli 7 gol subiti) e in generale lascia ben sperare la ripresa, di prestazioni e di risultati, e soprattutto il modo in cui è arrivata. Con i giovani, con la predisposizione dei giocatori (che prima facevano una corsa in meno, ora ne fanno una in più), con «uno spogliatoio unito e determinato», per citare Rabiot, animato dalla «voglia di fare di tutto per il compagno e non mollare fino al 90′».

E anche con un allenatore che ha capito di aver commesso alcuni errori, primo fra tutti la costruzione della rosa.

Allegri quest’anno ha almeno tre responsabilità: la prima è aver costruito un instant team per vincere subito, sia per l’obbligo imposto dalla Juventus, sia (forse) per prendersi una rivincita immediata sui suoi detrattori. Una responsabilità oggettiva, che si è manifestata con i rischi di un simile modello: l’assenza prolungata di Pogba, la presenza intermittente di Di Maria e aggiungiamoci il rientro slittato di Chiesa. Così gli equivoci tattici della rosa sono in buona parte rimasti lì, a partire dai terzini e dai centrali. La seconda, ma parziale, riguarda la preparazione atletica – lo staff è ormai dipendente dai grandi allenatori, come ripetono Klopp e Guardiola, Ancelotti e Simeone – e la Juventus ha avuto troppi infortuni, oltre ad una condizione atletica rivedibile (su questo faremo presto un approfondimento, ma non considerare l’importanza dei “corpi” è l’ennesima deriva cerebrale dei maniaci della tattica).

E infine il fatto che il tecnico livornese si sia arroccato, chiuso in se stesso, che da anarchico conservatore fosse diventato solo conservatore, impantanandosi in una guerra santa che non poteva vincere e smarrendo il lato creativo e avanguardista che aveva contraddistinto la sua carriera di allenatore. Un qualcosa a cui Max sta provando a rimediare nelle ultime partite, tornando a sperimentare, a cambiare uomini e moduli, a reinventare e ricostruire una Juventus immaginata in estate come somma di figurine. Vedremo se basterà, magari insieme ai rientri a pieno regime di Chiesa e Di Maria, per far girare la stagione. In ogni caso i discorsi sull’ideologia tattica, su quali stili di gioco siano “superati” e quali no, li lasciamo volentieri ad altri: a chi crede che siano le cause, e non invece le conseguenze, del problema. Però anche qui, si è parlato troppo di Allegri.

Un allenatore deve essere bravo a mettere i giocatori migliori nelle condizioni migliori, ma poi in campo, fino a che non li telecomanderemo, scenderanno sempre questi ultimi. Con i loro corpi e le loro teste, che si suppone debbano funzionare entrambi: per due mesi alla Juventus non andavano né gli uni né le altre, e i giocatori migliori neppure c’erano, molto spesso. Risolti questi tre aspetti, si potrà poi parlare di tattiche, di stili di gioco, si potrà davvero capire se un certo “tipo di calcio” appartiene al passato o meno. Per adesso, discorsi simili non possiamo che rimandarli. A meno che, si intende, non siate convinti che la vittoria di ieri sera dipenda esclusivamente dal 3-5-2. O dalla fortuna.

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