Circa quattro mesi fa, nel pieno della bufera post Cagliari-Juventus, prendevamo una posizione per l’epoca piuttosto impopolare. Sostanzialmente, per quanto potesse valere il nostro umilissimo giudizio, volevamo mettere tutti in guardia dal fare di Kean il messia del nuovo corso azzurro. In quei giorni scontavamo infatti il combinato disposto della narrazione sportiva italiana, che da un lato si incartava nella paranoia razzismo – e chi conosce Cagliari sa che la curva rossoblù ne è totalmente estranea -, dall’altro sfoderava la solita nauseabonda retorica da top player, che per un giovane talento italiano poi valeva doppio.

 

 

Sommessamente a noi, che non dovevamo piegarci a nessun titolone, iniziavano a sorgere dei dubbi puramente empirici sulle prospettive di Kean. E intravedevamo il rischio che la spavalderia del ragazzo – per non dire la sfrontatezza, per non dire l’incoscienza, per non dire la maleducazione – potesse pregiudicare le sue prestazioni sportive. Ecco perché ci schieravamo in difesa di Bonucci, in un dibattito tossico da opposte fazioni in cui ricevemmo anche accuse di para-razzismo: la nostra, al contrario, era semplicemente la preoccupazione che il ragazzo si bruciasse, concentrandosi più sul ruolo da campione/testimonial di battaglie “civili” che la stampa gli aveva cucito addosso piuttosto che sul lavoro quotidiano da svolgere in allenamento.

 

 

D’altronde quando si ha 19 anni, tanti soldi, il proprio volto sulle copertine, endorsement internazionali – per un comportamento sbagliato -, si può pensare di avere già il mondo in mano, di essere già arrivati; un discorso simile può riguardare anche Zaniolo, che a causa di tre-quattro buone prestazioni è stato osannato e paragonato addirittura a Totti, mentre al momento resta un ragazzino capriccioso (scomparso peraltro nel finale di stagione), che la Roma farebbe bene a vendere. In quel senso comunque si dovevano leggere le parole di Bonucci, passato per fascista malgrado stesse provando a proteggere il suo compagno dal calderone mediatico in cui sono affogati i vari Balotelli.

 

Ad oggi possiamo dirlo, smaltito il furore del politicamente corretto: Kean quel giorno non era stato vittima di razzismo, come decretato dal giudice sportivo (Foto di Enrico Locci/Getty Images)

 

Ebbene la Juventus ha fatto benissimo a vendere Kean, altro che futuro del calcio italiano; andasse a farsi le ossa in Premier League, se ne è in grado. D’altronde si sa, la Juve raramente sbaglia: se ha ceduto un così limpido talento nazionale significa che il calciatore è difficile da raddrizzare perfino a Torino e che, ancor prima di essere un top player, rischia di diventare un “caso” difficilmente gestibile (basta vedere i precedenti, con le esclusioni per motivi disciplinari, indisciplina prolungata e recidiva, prima dall’Under 19 di Nicolato, poi dall’Under 21 di Di Biagio). Alla Continassa insomma non tira il vento della retorica, si leggono pochi giornali e vige una lucidità spietata, è questa la loro forza.

 

 

Ma per concludere la cosa che più ci spiace, oggi, è notare come quelle schiere di “giornalisti” calcisticamente corretti per lo più non si siano fatti domande, ma anzi abbiano avanzato dubbi sull’espatrio del giovanissimo talento azzurro; e sembra che dobbiamo essere noi, dei ragazzi estranei al sistema nel male e nel bene, a ricordare a questi vecchi come funzionino certe cose. A sentire alcuni pareri infatti non si può che condividere una famosa massima di Bruno Munari: «complicare è facile, semplificare é difficile». E allora, dal Bar Sport, ci pensiamo noi a rendere il tutto più semplice. Kean ad oggi non è nessuno: in potenza un grande giocatore, in atto nulla più che un ragazzino viziato.