Il grande poeta Friedrich Hölderlin è il regista senza tempo della nostra storia: «Per via di cose da poco / stonata come da neve era / la campana con cui / si chiama / a cena» (abbozzo per Colombo). Su quel “da poco” si gioca forse l’intero progetto poetico del folle-geniale pensatore tedesco; sul “da poco” scivola la storia di Kevin De Bruyne. Questo non è un ritratto del giocatore De Bruyne. O meglio, lo è ma solo indirettamente.

 

Un viaggio, quello a Bordeaux, sposta Hölderlin nel cono di luce riservato ai folli; un altro viaggio, quello a Genk, situa De Bruyne nell’angolo degli eletti del calcio. In entrambi i casi, un forte shock cambia il destino dell’uomo. Di De Bruyne, Pep Guardiola dirà: «He sees absolutely everything». Anche Hölderlin vedeva tutto. Quando De Bruyne riceve il pallone, non è mai piegato su sé stesso con lo sguardo sulla sfera; la ricezione è già rivolta in avanti con lo sguardo e il portamento.

 

Un giovanissimo De Bruyne: tre tocchi e destro secco all’angolino

 

Capitolo I. Un’ombra al Chelsea, una stella in Germania

 

La conduzione del pallone è quella del trequartista tradizionale: così Rui Costa, così (in parte) Kakà, così Riquelme. Nomi pesanti, senza dubbio. Ma De Bruyne merita di posarvi a fianco. Questo belga tutta timidezza che in campo si trasforma in un leader silenzioso ha bisogno delle attenzioni – e delle cure – di chi gli sta intorno. Pep Guardiola, la cui psicologia è spesso oscurata dall’acume tattico, conosceva il passato di KDB e non ha commesso gli stessi errori di José Mourinho – questo è un capitolo che aggiungiamo al bel libro di Condò. Più di tante pagine d’inchiostro, approfondimenti di vario genere e pettegolezzi, è forse dalla vicenda De Bruyne che si evince la vera differenza tra i duellanti allenatori.

 

Nel 2013 il Chelsea acquista Kevin De Bruyne per 7 milioni di Sterline. Nelle prime quattro uscite in maglia Blues De Bruyne gioca, su sua stessa ammissione, «non un ottimo calcio, ma un buon calcio». Poi la panchina. Nessuna spiegazione. Mourinho convoca De Bruyne nel suo ufficio, verso dicembre, mettendo a confronto le sue statistiche con quelle di Mata, Hazard, Willian, Oscar e Schürrle. De Bruyne, dopo qualche istante di silenzio sbalordito, fa notare al portoghese come tutti questi giocatori abbiano giocato almeno il doppio delle sue partite. Niente da fare. De Bruyne viene venduto dopo aver totalizzato tre presenze in un’intera stagione di Premier League: il belga fa fruttare 18 milioni al Chelsea; bottino proveniente dalle gentili ma avveniristiche casse del Wolfsburg.

 

De Bruyne in maglia Wolfsburg (foto di Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

 

In Germania De Bruyne aveva già giocato, e discretamente, nella stagione 2012/2013, con la maglia del Werder Brema – in prestito dal Genk. Se al Werder De Bruyne aveva fatto presagire un futuro da ottimo giocatore, al Wolfsburg obbliga gli occhi di tutta Europa ad ammirarne le gesta. Al Werder, De Bruyne era stato eletto miglior giovane dell’anno. Alla sua seconda stagione in Germania, KDB è miglior giocatore dell’anno. Ragionando coi freddi numeri, gli stessi che Mourinho gli aveva sbattuto in faccia l’anno prima, De Bruyne realizza 16 gol e 27 assist complessivi, 21 solo in Bundesliga. La matematica nel calcio è un’opinione, ma qui è quantomeno indicativa.

 

“Die Wölfe” si piazzano al secondo posto del massimo campionato tedesco, alle spalle del Bayern Monaco di Pep Guardiola. Il Wolfsburg vince la DFB Pokal, chiudendo al meglio un’annata d’oro. Il tecnico catalano osserva da vicino quello straordinario talento belga, ma è Klopp a fargli la corte. La sfida tra i due migliori tecnici del pianeta ha dunque radici lontane, e un nome in comune.

 

Isolati, spostati su un’altra dimensione calcistica (foto di Gareth Copley/Getty Images)

 

 

Capitolo II. Blue Moon

 

Quando De Bruyne si trasferisce al City, Guardiola non è ancora il tecnico della parte blu di Manchester. KDB sposa il progetto su consiglio dell’amico e compagno di nazionale Vincent Kompany, capitano dei Citizens. Kevin vive un momento molto delicato dal punto di vista personale. La compagna sta per partorire, e lui non sa se restare al Wolfsburg o accettare la sfida del City. La (futura) moglie, però, non può proprio aspettare.

«People throw around this label of “WAGs,” and I think it’s really a shame. Because my wife, she’s the most important person in my life. She sacrificed everything to move away with me when she was 19 years old, to help me follow my dream. Everything good that’s ever happened to me in football, it’s nothing compared to my wife and my kids».

 

«Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva», si legge sempre in Hölderlin. De Bruyne ha 14 anni quando dalla città natale si trasferisce – da solo – al Genk, che provvede alle spese di una famiglia della zona che lo ospita insieme ad un compagno di squadra. De Bruyne non è solo silenzioso, o timido. Il suo pensiero è come intrappolato sul terreno di gioco; quando il suo corpo esce dal rettangolo verde, il cervello si spegne. Dopo un primo anno difficile, in cui Kevin non fa amicizie, consolida i detriti di un carattere introverso ed è già ansioso di tornare a giocare, arriva una notizia che lo fulmina.

 

Fin da piccolo al centro dei riflettori

 

Kevin torna a casa e vede la madre, sul divano, in lacrime. La famiglia che lo aveva ospitato e salutato augurandogli una buona estate, ma soprattutto promettendogli l’ospitalità anche per la stagione successiva, aveva mentito. «Loro non vogliono che torni», spiega la madre. «Di che cosa stai parlando?», chiede Kevin. «Loro non ti vogliono (They don’t want you anymore. Because of who you are)». Il vero problema è che il Genk non era disposto, a quel punto, ad offrire a Kevin un’altra famiglia ospitante. Il ragazzo belga ha come una rivelazione – così racconta lui stesso in una splendida confessione su The Players’ Tribune. Promette a sé stesso di entrare in prima squadra alla fine della stagione successiva. Serve una sola partita per esplodere. Quella partita arriva un venerdì sera. De Bruyne entra dalla panchina, nel corso di un’amichevole, all’inizio del secondo tempo.

 

«One goal. They don’t want you anymore. Two goals. Too quiet. Three goals. Too difficult. Four goals. They don’t want you anymore. Five goals. Because of who you are. I scored five goals in one half».

 

Tutti gli occhi sono su di lui. La vecchia famiglia gli si fa incontro dietro l’ipocrita velo dell’accoglienza ritrovata, ma ovviamente De Bruyne rifiuta il gentile invito. Più tardi De Bruyne ringrazierà quella famiglia: in assenza di quelle parole – they don’t want you anymore, because of who you are – Kevin sarebbe rimasto un buon giocatore, niente di più. Il settore giovanile del Genk ha prodotto giocatori fenomenali – Courtois, Milinkovic-Savic, Koulibaly – ma ha partorito una sola stella: Kevin De Bruyne. Tolti i due extraterrestri, c’è lui. Senza alcun dubbio. Pep Guardiola non fatica ad ammetterlo:

 

«Messi is on a table on his own. No-one else is allowed. But the table beside, Kevin can sit there».

 

Dopo il gol ai quarti di finale contro il PSG, dove De Bruyne si prese la scena (foto di Alex Livesey/Getty Images)

 

Capitolo III. Andeken. L’inizio non è mai all’inizio

 

Il suo trasferimento al Manchester City costa 55 milioni alle casse del club inglese. Anche poco, visti i prezzi che si leggono in giro. Molti gli imputano – come per una sorta di metonimia kafkiana – di esser specchio fedele del Manchester City e della nazionale belga, entrambe possibilità mancate a livello internazionale. La sensazione, però, è che questo possa essere l’anno giusto. De Bruyne rientra da un infortunio – per inciso: gli infortuni, per sommo stupore della moglie, sono l’unica cosa che abbia mai fatto piangere Kevin, che alla nascita dei figli e al matrimonio non ha versato neanche una lacrima –, De Bruyne rientra dunque da un problema fisico ed è più che mai motivato. Il City di Guardiola se la deve vedere con un Liverpool agguerrito in Premier e sazio (almeno teoricamente) in Europa. Il Liverpool se la vede – bene – con un City molle in terra inglese e affamato in terra europea.

 

Gli sforzi di un uomo non servono, da soli, ad una causa così grande come la vittoria della Champions League. Ma ci sono giocatori che, da soli, guidano l’intero collettivo. De Bruyne lo fa – ed è questo a renderlo unico – con un’eleganza e semplicità calcistiche che, dal detto del grande Johann Cruyff, abbiamo appreso essere la cosa più difficile per chi gioca a pallone. Che sia con un passaggio filtrante, un tiro dai 25 metri o un cross luminoso come una lama tagliente, riconoscerete De Bruyne da questo dettaglio: la semplicità. La classe del belga è un segno dei Celesti. Molto è cambiato il calcio, da quando la tattica ha coperto i raggi della fantasia: «ma ciò che resta, lo istituiscono i poeti» (F. Hölderlin, Andeken).