Calcio
14 Aprile 2020

Mitrovica, il Kosovo è (anche) Serbia

In Kosovo nemmeno lo sport riesce ad unire, soprattutto a Kosovska Mitrovica.

“Nel mezzo della piana, la più ampia ampiezza. Nel mezzo del mare, il fondo più profondo. Nel mezzo del cielo, l’altezza più alta. Nel Kosovo, il campo di battaglia più alto” (poema epico popolare serbo). Correva l’anno 1389, precisamente il 28 giugno, quando nella radura di Kosovo Polje, il Campo dei Merli, si affrontavano gli eserciti del Sultano Ottomano Murad I e del principe serbo Lazar Hrebeljanović (morti entrambi durante gli scontri); parliamo di una delle battaglie più famose d’Europa, certo non così cruciale come altre per gli equilibri continentali, ma estremamente rilevante e densa di significato.

Parte da lì, da oltre 600 anni fa, la questione del Kosovo: uno Stato riconosciuto solamente da 115 dei 193 membri dell’ONU (15 dei quali hanno però in seguito ritirato il riconoscimento) e nato grazie all’intercessione statunitense – il “51° stato americano”, come lo definisce anche il Guardian, non perde occasione di ricordare il ruolo del padre a stelle e strisce intitolando ai simboli USA statue, strade, scuole, negozi. Qui ci interessa però approfondire l’aspetto calcistico, non quello nazionale bensì la specifica vicenda di una singola città kosovara.

Qui campeggia la statua di tre metri di Bill Clinton. Washington? No Pristina, capitale del Kosovo (a Bill è dedicato anche un importante boulevard)

Si tratta della curiosa ed unica città di Kosovska Mitrovica, nel distretto di Mitrovica, nel nord del Paese, confinante con la Serbia. Qui c’è la più grossa enclave di cittadini serbi (presenti unicamente in questo distretto), costantemente vigilati dalle forze di pace internazionali (missione Kosovo Force – KFOR), soprattutto dopo il pogrom anti-serbo del 17–19 marzo 2004. Allora le zone a maggioranza serba vennero messe a ferro a fuoco da migliaia di miliziani albanesi, case e chiese ortodosse furono distrutte, nei paesi più piccoli fu attuata una vera e propria pulizia etnica e numerosi civili serbi furono trucidati.

A Kosovska Mitrovica hanno sede ben tre squadre di calcio professionistiche che hanno molto in comune, a partire dal nome, dall’origine e dai colori sociali. Ma andiamo con ordine.

Nel 1932, durante il periodo del Regno di Jugoslavia, venne fondata dai lavoratori della Trepča Mines – complesso minerario a pochi km dalla città – la FK Rudar Kosovska Mitrovica, a cui fu subito affibbiato il nomignolo “Rudari”, Minatori. Dopo alcuni anni, dal 1938, iniziò a giocare al Trepča Stadium (all’epoca con una capacità di 30.000 spettatori) situato nella zona sud della città di Kosovska Mitrovica, dall’altra parte del fiume che la divide in due, l’Ibar. Ma perché è importante sottolineare questa divisione? Perché attualmente la città è separata sia dal punto di vista etnico che politico: nella zona nord vivono i serbi ed i non-albanesi, a sud gli albanesi. Divisione che si è acuita dopo i citati misfatti del 2004, creando de facto due zone separate.

Kosovska Mitrovica
Qui, tra bandiere russe, siamo nella zona nord serba (la Federazione Russa non a caso non ha mai riconosciuto il Kosovo): sullo sfondo si vede il ponte nuovo sull’Ibar, che divide in due Kosovska Mitrovica

Nel corso degli anni la società cambiò nome, diventando l’attuale Fudbalski Klub Trepča (Фудбалски клуб Трепча) ma rimanendo sempre ai margini del calcio jugoslavo che conta, fatta eccezione per gli anni ’70 durante i quali raggiunse la massima serie (per un solo anno) e la finale della Coppa di Jugoslavia persa 0-1 ai supplementari contro il NK Rijeka. Fu sempre in quel periodo che alcuni suoi giocatori riuscirono a raggiungere addirittura la nazionale.

Con i tragici avvenimenti degli anni ’90, la storia del FK Trepča iniziò a prendere la via delle scissioni, come un qualsiasi partito della cosiddetta sinistra italiana. Infatti nel 1992 nacque, per volontà della comunità albanese, la “Minatori ’89” (sì, in italiano…), in ricordo degli scioperi avvenuti nel 1989 da parte dei lavoratori della miniera. Anche a questa nuova società venne dato il soprannome “Minatori” (Minatorët), i colori sociali sono il verde, il bianco ed il nero e nel 2000 cambiò nome nell’attuale Klubi Futbollistik Trepça ’89 (KF Trepça ’89).

Recentemente, nella stagione 2016/2017, è riuscito a vincere il titolo di campione nazionale del Kosovo per la prima volta. E proprio nel 2016 la federcalcio kosovara è stata riconosciuta ed annessa a UEFA e FIFA, per cui la stagione seguente ha potuto partecipare alla Champions League, passando alla storia come la prima kosovara a raggiungere tale traguardo. Il risultato è stato molto modesto malgrado l’entusiasmo generale: eliminazione al primo turno per mano del Víkingur Gøta, squadra delle Isole Faroe, con il pesante passivo totale di 2-6.

Qui, tra il verde, bianco e nero dei colori sociali, i tifosi kosovari del FK Trepca

L’ultima squadra di Mitrovica, anzi Mitrovicë secondo la declinazione albanese, in ordine di nascita è il Klubi Futbollistik Trepça Mitrovicë (KF Trepça), sorto da una scissione della originaria società serba nel 1999, proprio nel bel mezzo della guerra. Anche loro si fanno chiamare “I Minatori” (Xehetarët) ed i colori sociali sono, indovinate un po’? Il verde ed il nero! Attualmente milita nella seconda serie della piramide calcistica kosovara e gioca, chiaramente, nella zona sud della città.

È particolare anche la questione relativa agli impianti in cui giocano le tre squadre.

Se inizialmente l’originaria FK Trepča disputava i propri incontri casalinghi al Trepča Stadium, essendo situato nella zona sud riservata agli albanesi, dal 1999 in poi fu costretta ad andarsene ed oggi è “alloggiata” allo stadio di Zvečan (3.500 posti), una cittadina vicina a Mitrovica. Invece gli altri due club? Il KF Trepça ’89 gioca al Riza Lushta Stadium (capienza varia a seconda delle fonti, dai 5.000 di Wikipedia ai 12.000 di Transfermarkt), dedicato ad un ex-calciatore locale che vestì anche le maglie di Bari, Juventus (!), Napoli ed Alessandria; mentre il KF Trepça ha come propria “casa” l’originario Trepča Stadium, ora mutuato in Adem Jashari Olympic Stadium (18.000 posti).

Intitolazione sinistra o perlomeno ambigua dato che Adem Jashari fu tra i fondatori dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), l’Armata di Liberazione del Kosovo, che per i serbi è un’organizzazione terroristica – e lo stesso Jashari, ucciso in uno scontro a fuoco nel 1998, è considerato un terrorista –, mentre per gli albanesi è un’organizzazione di difesa e liberazione, quindi Jashari è considerato un eroe. Una situazione che accomuna molti personaggi diventati famigerati in quegli anni, da Ante Gotovina a Ratko Mladić, da Naser Orić a Ramush Haradinaj.

Non si può aspirare a una verità oggettiva per certe cose: Adem Jashari (qui in marmo, con la sua famigerata barba) è considerato in Kosovo un eroe nazionale, ma basta attraversare un ponte perché sia catalogato come terrorista

Le tensioni, in questa regione, sono sempre pronte ad esplodere e lo sport non ne è assolutamente immune. Recenti fatti di cronaca calcistica riportano con i piedi per terra tutti coloro che pensano che con le bombe all’uranio impoverito si sia risolto il problema: ricordiamo l’incredibile vicenda del drone con la bandiera albanese atterrato in campo durante il match tra Serbia ed Albania (valido per le qualificazioni agli Europei 2016) nel 2014, giocato a Belgrado.

Ricordiamo anche, ed interessa da vicino una squadra di questo articolo, che la Stella Rossa di Belgrado, l’ottobre scorso, è stata fermata dalla polizia alla frontiera con il Kosovo nel tragitto per la trasferta di Coppa di Serbia contro il FK Trepča. L’incontro si è dovuto poi disputare vicino a Belgrado, visto che Pristina non ha acconsentito all’ingresso della squadra belgradese nel proprio territorio.

Ma, un momento…perché una squadra kosovara dovrebbe giocare una partita di Coppa di Serbia?

Perché il FK Trepča non disputa un campionato della federcalcio kosovara ma fa parte, per ovvie ragioni di sicurezza, di quella serba (militando nelle serie minori della piramide categoriale). Sarebbe infatti inconcepibile mobilitare, ad ogni partita, parte del corposo contingente KFOR – peraltro composto nella quasi totalità da militari italiani – per garantire la sicurezza di giocatori, staff e tifosi della società serba.Quindi mai, nella loro storia, si sono scontrate la squadra di Mitrovicë sud (in albanese) e quella di Митровица nord (in cirillico serbo, è diversa anche la lingua). Lo sport d’altronde unisce, ma ci sono casi in cui proprio non è possibile. Come a Kosovska Mitrovica, una città con due popoli e tre squadre. La Berlino balcanica, che di abbattere muri e barriere non ne vuole proprio sapere.

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