Papelitos
12 Luglio 2019

L'Algeria nella (dis)integrazione francese

Un morto, diversi feriti, vetrine sfasciate, scontri con la polizia e 74 fermi: ecco il bilancio del modello di integrazione francese.

Come al solito la pratica travolge la teoria, e ne abbiamo avuto una rappresentazione plastica, ieri notte, in Francia: basta osservare ciò che si è verificato in seguito alla vittoria algerina nei quarti di finali della Coppa d’Africa. Da Montpellier a Marsiglia, fino ad arrivare a Lione e Parigi, migliaia di persone sono scese in strada per festeggiare il passaggio contro la Costa d’Avorio. Fino a qui nulla di male, per quanto il fatto che dei “cittadini”, come molti immigrati di terza generazione, debbano tifare così visceralmente una nazionale estera lascia qualche dubbio.

Ma nei festeggiamenti di ieri notte abbiamo visto tutto il fallimento del modello francese di sradicamento mascherato da accoglienza: i “nuovi francesi”, dis-integrati, in molti casi non hanno alcuna intenzione di diventare effettivamente francesi ma preferiscono al contrario ghettizzarsi, sentendosi ancora “ospiti” a tutti gli effetti (come a Barbès, quartiere con alta presenza algerina a Parigi, che è stato letteralmente invaso dai caroselli e chiuso al traffico).

Il punto, ovviamente, non sono tanto i festeggiamenti quanto la forma in cui questi si sono manifestati: 74 fermi, una ventina di agenti feriti, vetrine distrutte e quartieri messi a ferro e fuoco; e per finire una donna uccisa e suo figlio, neonato, in gravi condizioni per essere stati investiti da un algerino, che nell’eccitazione del momento ha falciato una famiglia con la macchina.

Il video di “Le Parisien” descrive bene la situazione

Il fallimento francese sta tutto qui: non solo i nuovi “cittadini” non si sono affezionati alla nuova patria, ma la rifiutano. Non stupisce allora che siano soprattutto gli immigrati di terza generazione gli autori e le vittime di questo processo: alla disperata ricerca di un’identità, essi non la trovano nel modello francese – in cui anzi vedono spesso un esempio di discriminazione e ghettizzazione – ma, vivendo un immaginario scisso, la ricercano con ancora più “violenza” nelle proprie radici.

D’altronde è un processo abbastanza normale, lo viviamo anche noi, molto spesso, da adolescenti: in momenti di difficoltà e di rifiuto del/dal sistema ci diamo all’estremismo, rosso, nero, nichilistico o di qualsiasi altro genere. Si ha bisogno in quei momenti di una narrazione forte, capace di sublimare il rifiuto sociale e individuale, e di sentirsi parte di una tradizione più grande, avversa a quel sistema che ha marginalizzato o tradito.

La Francia, allora, corre il rischio sempre più presente di bruciare sotto le sue contraddizioni: c’è chi afferma che siano solamente i frutti del colonialismo, ma la situazione non è così semplice. Si tratta invece di un modello totalmente fallimentare, e che per di più sta sempre dalla parte dei vincitori: si racconta solo del Benzema che “ce l’ha fatta”, o del Mbappé che grazie al pallone è riuscito ad abbandonare la periferia – per non dire il ghetto. E giù copertine, poster, murales, servizi televisivi e articoli di giornale: il problema è che gli altri 99 non ce la fanno, e quando il sistema non è all’altezza delle loro speranze, quando tradisce tutte le promesse che aveva fatto loro, in questo momento si vive la scissione ed esplode la violenza.

Questi invece i festeggiamenti per la vittoria negli ottavi di finale, a Lione, in cui ancora gli algerini (soprattutto i giovani, nuovi francesi) bloccavano il traffico e creavano disordini – da lyonmag.com

In questo momento i francesi-algerini, o meglio gli algerini in Francia, vivono la vittoria in contrasto con la Nazione che li ospita: non è la prima volta che essi si scagliano contro negozi, simboli e polizia, e non è semplicemente teppismo. È al contrario la consapevolezza ormai introiettata che l’Algeria e la Francia non solo non vanno di pari passo, ma non possono neanche convivere: se la prima vince è perché si prende una rivincita sulla seconda.

Concludendo, comunque, non c’è nulla di nuovo sotto al sole: i giovani francesi che non si sentono tali, quelli di Nique la France (“fotti la Francia”) sono sempre più numerosi e stanno ribollendo dai ghetti in cui sono stati confinati. Non si tratta di musulmani incompatibili con la tradizione europea, ma di scarti del sistema capitalistico occidentale che non ce l’hanno fatta, ma che avrebbero voluto.

Basta vedere la storia di Mohamed Merah, 23 anni e autore degli attentati di Tolosa nel 2013, franco-algerino che faceva il rapper su YouTube mimando il gesto della pistola; o di Chèrif Kouachi, uno degli attentatori di Charlie Hebdo, che sognava anche lui di fare rap, come testimoniato da un vecchio video della televisione francese; lo stesso vale per Omar Ismail Mostefai, stragista del Bataclan, che condivideva anche lui filmati di esercitazioni rap. Non sono soldati di Allah ma scarti di un’Europa senza più identità, pezzi di riserva del capitalismo occidentale che sradica e poi divide tra vincitori e vinti, e quindi tra vincenti e falliti.

“In realtà questi giovani sono il prodotto se non il riflesso di un’Europa priva di cultura e identità: vestono Nike o Adidas, ascoltano rap, hanno il culto delle armi e della prigione, consumano stupefacenti, ostentano beni materiali e macchine di lusso, girano con donne che si credono delle star del cinema, usano un linguaggio violento e apologeta di una cultura ghettizzata, inseguono il mito eroico hollywoodiano. Di sicuro passano più tempo davanti al computer e alla televisione che alla Moschea o sul Corano, che probabilmente non hanno mai aperto”.

La gioia e lo sfogo algerino sotto l’Arco di trionfo (foto da sputniknews.com)

Questo andrebbe spiegato, tanto ai fautori dell’accoglienza a tutti i costi quanto ai crociati di una identità europea che non esiste più, erosa e divorata dall’ideologia occidentale dei diritti individuali. La Francia è uno dei principali modelli europei di (dis)integrazione per storia, e adesso ne paga le conseguenze: così anche nel calcio i giovani cittadini, nati nel territorio nazionale e con passaporto francese, volteranno le spalle ai Bleus per ritornare alle proprie radici e sostenere la squadra dei propri genitori, o nonni.

L’importante è che sia chiara a tutti una cosa: coloro che scendono in piazza per festeggiare le vittorie algerine non faranno lo stesso per la Francia e, al contrario, vivranno il confronto con la nazionale campione del mondo come un vero e proprio derby.

SUPPORTA !

Ormai da anni rappresentiamo un’alternativa nella narrazione sportiva italiana: qualcosa che prima non c’era, e dopo di noi forse non ci sarà. In questo periodo abbiamo offerto contenuti accessibili a tutti non chiedendo nulla a nessuno, tantomeno ai lettori. Adesso però il nostro è diventato un lavoro quotidiano, dalla prima rassegna stampa della mattina all’ultima notizia della sera. Tutto ciò ha un costo. Perché la libertà, prima di tutto, ha un costo.

Se ritenete che Contrasti sia un modello virtuoso, un punto di riferimento o semplicemente un coro necessario nell'arena sportiva (anche quando non siete d’accordo), sosteneteci: una piccola donazione per noi significa molto, innanzitutto il riconoscimento del lavoro di una redazione che di compromessi, nella vita, ne vuole fare il meno possibile. Ora e sempre, il cuore resterà il nostro tamburo.

Sostieni

Gruppo MAGOG

Federico Brasile

72 articoli
Perché guarderemo il Mondiale in Qatar
Editoriali
Federico Brasile
20 Novembre 2022

Perché guarderemo il Mondiale in Qatar

Peggio del Qatar c'è solo l'ipocrisia sul Qatar.
L’Ucraina: “FIFA, escludi l’Iran!” (e magari ripescaci)
Papelitos
Federico Brasile
01 Novembre 2022

L’Ucraina: “FIFA, escludi l’Iran!” (e magari ripescaci)

La richiesta ufficiale per Qatar 2022.
Tra Mihajlovic e il Bologna era giusto che finisse
Papelitos
Federico Brasile
07 Settembre 2022

Tra Mihajlovic e il Bologna era giusto che finisse

La compassione, per uno come Sinisa, sarebbe l'affronto peggiore.

Promozioni

Con almeno due libri acquistati, un manifesto in omaggio

Spedizione gratuita per ordini superiori a 50€

Ti potrebbe interessare

Vivere autenticamente, o chiamarsi Les Herbiers
Papelitos
Alberto Fabbri
09 Maggio 2018

Vivere autenticamente, o chiamarsi Les Herbiers

PSG-Les Herbiers, ricchi contro poveri.
Michel Platini, il re istrione
Ritratti
Francesca Lezzi
21 Giugno 2021

Michel Platini, il re istrione

Lo spirito francese espresso nel campo.
Geopolitica di Francia-Italia: il rugby come metafora della guerra
Altro
Lorenzo Innocenti
30 Agosto 2019

Geopolitica di Francia-Italia: il rugby come metafora della guerra

Il rugby è molto più di un semplice sport.
Francia 98
Calcio
Maurizio Fierro
22 Maggio 2018

Francia 98

Le Monde est à nous.
Il segreto di Christophe Galtier
Calcio
Gianluca Palamidessi
06 Novembre 2021

Il segreto di Christophe Galtier

L'allenatore campione di Francia con il Lille sta facendo miracoli anche a Nizza.