Nel 1536 Pedro de Mendoza, nell’utopico tentativo di assicurare all’imperatore Carlo V quelle ricchezze che si favoleggiava fossero copiose sulle rive del Rio de La Plata, risalì il fiume Riauchelo per stanziare un piccolo accampamento fortificato. Fu così che i prodromi dell’agglomerato urbano dedicato alla Vergine de Buen Ayre sorsero nel barrio merdionale de La Boca.

 

È peraltro del tutto evidente come la portata storica de La Boca non si esaurisca nel racconto mitico della fondazione di Buenos Aires, ma ricopra un ruolo fondamentale anche per comprendere le sfaccettature sociali e culturali della capitale argentina. Bocca di porto della città (da cui ne deriva il nome), La Boca è stata per lungo tempo la porta d’ingresso dell’Argentina per milioni di marinai, immigrati, profughi e delinquenti, è stata il nido di quel melting pot culturale talmente variegato da rendere impossibile un’identificazione etnica del tipico nativo di Buenos Aires, così da dover inventare un termine ad hoc che potesse identificarne questa peculiare stirpe, i porteños.

 

Crescere a La Boca (foto di Stu Forster/Getty Images)

 

Popolata per lungo tempo da marinai italiani, in particolare genovesi, La Boca è sempre stata unica anche nella sua diversità. Differente per conformazione architettonica da qualsiasi altro barrio di Baires, è un posto così peculiare che Borges disse «qui i turisti sono gli abitanti degli altri barrios»; e così, mentre in città dominano i quadras, spazi abitativi circondati da strade perpendicolari che assumono una rigidità geometrica tipica dello schema ippodameo proprio delle città di epoca coloniale, a La Boca il rigore geometrico si spezza lasciando che le strade assumano un respiro più pacato e con il loro ritmo possano trovare, ormai sfinite dai dedali della capitale, la via migliore per riposare finalmente nell’Oceano.

 

A inizio secolo anche il popolo boquense era decisamente lontano dall’essere specchio dell’edulcorato Caminito odierno, riqualificato negli anni ’50 a tal punto da diventare primo e unico museo a cielo aperto di tutto il Paese; a inizio secolo invece, quando ancora la ferrovia percorreva la più famosa strada di Baires, per collegare il porto al resto del Paese, gli edifici, oggi splendidamente dipinti sulla loro superficie lignea, erano formati dagli scarti dei cantieri navali così come le macchie di colori variopinti, caratteristici del quartiere, erano ottenute dai fondi delle vernici utilizzate per pitturare le imbarcazioni. La gente de La Boca, in larga misura marinai e portuali, vivevano costantemente esposti all’aria insalubre del Riauchelo e la criminalità e il malessere erano penetrati a tal punto nelle viscere del quartiere che quando Albert Londres, nella sua Tratta delle bianche, tentò di affrescarla, il giudizio lapidario e illuminato fu: «La Boca è come una coscienza che, appesantita di tutti i peccati mortali e trascinata a riva, sopravvive alle maledizioni del mondo».

 

I colori de La Boca

 

In questo contesto sociale, tutt’altro che semplice, il 3 Aprile del 1905, un gruppo di immigrati di origine prevalentemente italiana fondò una squadra di calcio per potersi svagare dopo le lunghe ed estenuanti ore di lavoro nel porto, in piena tradizione europea, alla quale venne dato il nome del quartiere affiancato da una parola anglofona che all’epoca conferiva un carattere esotico e professionale alle squadre di calcio: era nato il Club Atletico Boca Juniors.

 

Nel fisiologico dramma dei flussi migratori, nei quali l’abbandono del focolaio domestico rappresenta la più evidente forma di disorientamento per le genti in cerca di fortuna fuori dal proprio paese natale, non deve stupire che sin dalla sua fondazione, la corposa matrice immigrata che aveva fondato il Boca, vide sempre nella costruzione di uno stadio di proprietà un sogno, quasi una vera ossessione, dove poter giocare le partite casalinghe senza dubbio, ma più di ogni altra cosa erigere un luogo di condivisione che potesse fungere da elemento di aggregazione per l’intero barrio, dove poter diffondere e alimentare la passione sempre crescente nei confronti del Boca; una casa che conferisse l’illusione di un riscatto sociale migliorativo rispetto alla condizione ereditata dal paese di origine. Tuttavia, fu travagliato il percorso che condusse gli Xeneizes a realizzare il proprio sogno e per circa un ventennio soci e giocatori del neonato club furono costretti a vagare senza dimora.

 

La storia del Boca Juniors inizia il 3 aprile del 1905

 

Prima si accontentarono di un terreno libero de La Boca, poi, una volta assunta una parvenza di professionalità, un piccolo terreno vicino al carbonile Wilson, con tanto di tribunetta di legno e porte, la cui fisionomia era completata dalle reti donate dai pescatori del barrio, fu il primo vero campo di gioco del Boca. In seguito, una serie di sfratti portarono addirittura gli Xeneizes a emigrare per qualche tempo fuori dal quartiere di origine, nella zona di Wilde: rischiò davvero di capitolare la breve storia del Boca poiché gli affiliati non condivisero la scelta e ben 1200 dei 1500 soci non pagarono la quota societaria dismettendo qualsiasi impegno con il Boca Juniors. Intanto anche i risultati sul campo furono impietosi e le stagioni dal 1914 al 1916 ricche solo di delusioni. Fu in questo periodo che iniziò a serpeggiare il motto che non avrebbe mai più abbandonato gli Xeneizes: Boca Juniors sería de La Boca o no sería.

 

Fu solo nel 1937 che il sogno degli Xeneizes iniziò a diventare realtà. Il presidente di allora, il Dr. Cichero, bandì una gara tra studi di architettura per la presentazione di un progetto per la costruzione di un nuovo stadio in grado di accogliere la sempre più numerosa tifoseria del Boca e che potesse ricoprire il ruolo di quella casa da sfoggiare con orgoglio. La casa che quella squadra del barrio aveva sempre agognato. Fu scelta la proposta dello studio di architettura di Viktor Sulčič, uno sloveno nato in Italia e naturalizzato argentino (un meltin’ pot perfettamente calato nella matrice porteña del quartiere) che, insieme ai colleghi, l’ingegner Delpini e il geometra Bes, aveva già plasmato con il cemento armato, materiale d’avanguardia per l’epoca, il celebratissimo Mercado del Abasto di Buenos Aires.

 

El Mercado del Abasto oggi

 

La sfida progettuale era quella però di soddisfare il committente nella parte più complessa della sua richiesta, ovverosia l’idea di stipare ben 50.000 persone all’interno della struttura che sarebbe sorta però su un terreno troppo piccolo per poter ospitare un impianto in grado di assicurare una tale capienza. Tuttavia Sulčič, nel suo bozzetto, aveva sfruttato la stessa struttura del barrio riuscendo in questo modo non solo a soddisfare le richieste di Cichero, ma anche ad integrare perfettamente lo stadio nel contesto urbano. Simulando, infatti, la struttura architettonica delle case de La Boca, sviluppatesi in verticale per evitare che le esondazioni del Riauchelo potessero causare danni ingenti agli immobili e ai beni ivi riposti, donò allo stadio una verticalità senza precedenti, riuscendo in questo modo a ottimizzare i 21.000 metri quadrati di terreno disponibile per la costruzione dello stadio.

 

La morfologia del terreno, poi, indusse Sulčič e i suoi collaboratori a progettare una peculiare forma dell’impianto, quasi a ricordare una D, unico esempio di questo tipo per uno stadio di calcio ancora oggi; la forma inconsueta, sebbene dettata probabilmente da una serie di scelte obbligate, assunse involontariamente la forma di un antico teatro greco: le tribune ordinatamente disposte quasi a semicerchio ricordano una cavea gialloblu, mentre la struttura perpendicolare che serra con una decisa linea retta l’intero impianto, ricalca la fisionomia di un enorme proscenio destinato ai palchi d’onore dello stadio.

 

Un’immagine aerea della Bombonera (Foto di Sebastian Rodeiro/Getty Images)

 

Pare che il curioso disegno del progetto di Sulčič fosse stato ispirato da un regalo che l’architetto sloveno ricevette qualche mese prima da una sua amica: una scatola di cioccolatini. Per assonanza e somiglianza con la scatola di bombones, Sulčič e i suoi collaboratori, nei tre anni di realizzazione dell’opera, presero l’abitudine di presentare lo studio appellandolo con il nomignolo che lo identificava nelle loro conversazioni. Il nome piacque a tal punto ai soci e sostenitori che da allora, sebbene al secolo lo stadio rechi il nome dello storico presidente Alberto J. Armando, per tutti è noto solo e semplicemente come La Bombonera.

 

Oltre che suggestivo, il progetto consentì allo stadio di assumere l’incredibile peculiarità, in virtù del combinato disposto della sua unica forma e delle sua imponente verticalità, di ampliare a dismisura qualsiasi suono all’interno dello stadio come una vera cassa di risonanza perfetta, così da regalare al Boca Juniors e consegnare alla storia la magia impareggiabile che si anima nei giorni in cui gli Xeneizes scendono in campo. Si dice che nelle partite particolarmente sentite, quando il volume degli oltre 50.000 che riempiono La Bombonera si alza di tono a livello assordante qualcosa d’incredibile accada; il campo di gioco, il terreno tutto, inizia a tremare come in preda a uno sciame sismico.

 

Un canto al Fùtbol!

 

Hernán Crespo dichiarò che la prima volta che mise piede nello stadio per giocare naturalmente un Superclásico, lui giovane attaccante Millionario, guardò Ortega e gli disse «Ariel mi tremano le gambe». Perso, anche il compagno sembrava condividere l’opinione finché un calciatore più esperto guardandolo con un pizzico di tenerezza gli disse: «Hernán esta es La Bombonera». Sarebbe inutile cercare una spiegazione fisica del fenomeno, si potrebbe sostenere che le vibrazioni scaturite dal canto facciano tremare l’intera struttura e con lei il campo di gioco, ma non è quello che vi risponderà il popolo de La Boca.

 

Vi guarderanno seri e vi diranno che quelle sono semplicemente le pulsazioni del cuore Xeneizes che riverberano sul campo migliaia di cuori battenti all’unisono per una sola passione. Il cemento prende vita in quel trionfo di cori e colori che ne restituiscono l’immagine più tipica del calcio argentino. Dal 1969, anno della comparsa di un tifo organizzato sulle gradinate de La Bombonera, il cuore pulsante dello stadio risiede nel secondo ordine di posti, dove, nella parte Nord dello stadio, risuona con voce tonante il canto della Doce.

 

“Y la doce que siempre esta donde jugues te va a alentar, y dale Booo vamo a ganar que la vuelta queremos dar. Cuando vos vas a la cancha vas con el patrullero vos no tenes aguante gallina vigilante. Siempre hiciste amistades con el Rojo…”

 

Nuda, spoglia e vuota La Bombonera splende sotto i raggi del sole, mal celata dalle poche coperture superiori della struttura che aprono al cielo le sue tribune, con le poltroncine colorate di giallo e blu rivolte verso il campo. Quando non è abitato lo stadio mostra tutta la sua equilibrata proporzione, bilanciata da una struttura di cemento possente e imponente addolcita dalle sinuose curve di Sulčič che ne restituiscono un oggetto architettonico di perfette geometrie. L’immensa scritta BOCA avvolge lo spettatore e le stelle che riempiono le tribune sembrano essere state posate nello stadio da una volontà suprema e dall’alto intimoriscono gli avversari, simbolo quale sono di eterne vittorie.

 

Sebbene la vicenda sia ammantata di mistero, in accordo con la versione maggiormente autorevole, pare che nel 1882, a seguito di un vibrante sciopero sfociato in una vera e propria contestazione sociale, alcuni rivoluzionari separatisti issarono una bandiera dalle fattezze genovesi autoproclamando la Boca indipendente, sotto il nome di Republica De La Boca. Il gesto durò pochi giorni, poiché il presidente Julio Roca in persona si adoperò per negoziare un rapido ritorno alla normalità, consegnando l’episodio a metà strada tra la leggenda e il folclore della città.

 

Alberto J. Armando con Juan C. Lorenzo nel 1976

 

Oggi, i colori sgargianti e violenti di quello splendido palcoscenico, le urla assordanti e coinvolgenti del suo popolo uniti nella contemplazione di uno spettacolo etereo, fanno sì che La Bombonera sia in qualche modo la conseguenza naturale di quella rivoluzione; sfociata evidentemente in una più pacifica espressione di tale indipendenza. Non v’è dubbio che i cancelli di questo stadio rappresentino un valico con il resto della città; araldo testimone di una differenza radicata ne La Boca rispetto a qualsiasi altra cosa Boca non sia; orgogliosa manifestazione di autodeterminazione di un popolo che ha trovato dentro le sue mura gialle e blu quel focolare domestico, quella fratellanza e comunione di intenti ed esperienze che migliaia di chilometri di Oceano avevano negato alla sua popolazione. La Bombonera è un posto unico e mistico, dove la magia rimbomba nel suono sprigionato dalla Doce, perché in fondo La Bombonera non è uno stadio, ma la realizzazione di un sogno.


Illustrazione di Matteo Viotto