Atto sesto di Maestri, dedicato per l’occasione a Massimo Fini, intellettuale profondo e controcorrente. Ultimo nietzscheano rimasto, analista implacabile, lucido e profondo del “migliore dei mondi possibili” e, proprio per questo, incoerente e impossibile da incasellare, Fini ha alle spalle una grande carriera di giornalista, scrittore e soprattutto polemista: oggi prendiamo un estratto del suo ultimo libro “Storia reazionaria del calcio. I cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone”, scritto in collaborazione con Giancarlo Padovan, in cui il calcio viene descritto probabilmente come il più efficace specchio sociale che esista. Dal dominio della tecnica e dell’economia ai mutamenti antropologici nelle curve, nei tifosi e soprattutto nei protagonisti stessi del pallone, gli autori ripercorrono la storia del calcio italiano, e più in generale europeo, perché questo segna le tappe dell’Occidente degli ultimi decenni. Ciò che più emerge anche in questo capitolo, intitolato La gallina dalle uova d’oro, è il ruolo dell’uomo: non è la solita critica al calcio moderno in sé ma la spietata consapevolezza che, ormai, l’elemento propriamente umano è pressoché scomparso dal gioco più bello del mondo.

 


 

LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO

 

L’economia sta, anno dopo anno, svuotando il calcio di quei contenuti identitari, rituali, simbolici, mitici che per più di un secolo hanno fatto la fortuna di questo gioco. Fra tutti questi motivi quello identitario è forse il più cruciale: il riconoscersi in una squadra, nella sua storia, nella sua tradizione, nei suoi colori, nelle sue maglie, nel suo carattere la cui continuità era assicurata dal passaggio di testimone, di generazione in generazione, fra gli “anziani” e i giovani del vivaio e della Primavera. C’erano inoltre, a cementare questa identità, alcuni giocatori-simbolo, inamovibili, intoccabili, come Rivera, Mazzola, Bulgarelli, Antognoni, Riva e il cui ultimo esponente è stato Francesco Totti, forse il più grande giocatore italiano del dopoguerra insieme allo stesso Rivera a Giampiero Boniperti a Roberto Baggio, che “romano de Roma” non ha mai voluto lasciare la squadra della Capitale, ha rinunciato a trofei e ingaggi tenendo alta, anche se sempre più affievolita, la fiaccola del calcio d’antan.

 

[…] Nel frattempo la politica degli abbonamenti (denaro che si incassa in anticipo) e dei prezzi ha tolto al calcio da stadio il suo connotato interclassista: la suburra va dietro le porte e nelle curve, gli altri, a seconda del loro status, nelle diverse tribune. Questo ha eliminato dal calcio l’elemento comunitario, di festa di tutti. Funzione che ha perso ogni senso anche perché le partite non si giocano più ritualmente la domenica, alla stessa ora, ma anche nei due anticipi del sabato, nel posticipo del lunedì, mentre nella stessa domenica si gioca in orari diversi: a mezzogiorno c’è una partita di cartello, il pomeriggio giocano le squadre più scadenti, la sera c’è la partita clou. Non solo: gli orari dei più importanti campionati continentali sono congegnati in modo da non confliggere tra di loro, la Premier League inglese si gioca in genere in tarda mattinata, la Liga spagnola di sera, tutto ciò per favorire la pay tv e la pay per view.

Non si esagera se si afferma che in un mondo completamente desacralizzato e materialista il calcio fosse rimasto l’ultimo luogo dedicato al sacro sostituendo altri riti caduti in disuso. Visto dalla parte del tifoso il calcio è una passione totalmente gratuita. Esulta come un bambino se la sua squadra vince, piange come un bambino se perde. Ma a lui personalmente non viene in tasca nulla.

Se si costringono dietro le porte tutti i ragazzotti che prima si diluivano anche in altre parti dello stadio è ipocrita scandalizzarsi se questi poi a ogni buona o cattiva occasione fanno casino. Peraltro qualche tafferuglio è utile. Tutte le culture che hanno preceduto la nostra, illuminista, astratta, che pensa l’uomo come dovrebbe essere e non come concretamente è, non hanno mai cercato di eliminare del tutto l’aggressività. Al contrario, ritenendola una parte essenziale della vitalità, si sono accontentate di canalizzarla in modalità che la mantenessero a livelli accettabili. I neri africani sono stati maestri in questo: con la guerra finta, rotana presso i Bambara, con la guerra vera e propria ma togliendo le alette alle frecce per cui difficilmente andavano a segno, con la festa orgiastica. Ma si potrebbero fare mille esempi tratti da popoli che noi chiamiamo sprezzantemente “primitivi” ma che in lingua tedesca vengono definiti più correttamente Naturvölker, popoli della natura.

 

Fino a un recente passato, scomparsa ogni possibilità di una qualche lecita zuffa (il duello, una innocente, virile, liberatoria scazzottata), il calcio ha avuto anche questa funzione: di sfogo legittimo dell’aggressività. Invece nella testa bacata di chi lo dirige o comunque se ne occupa, come opinionista o uomo politico, lo stadio dovrebbe diventare una sorta di club di gentlemen londinesi che nella vita privata si danno al bridge ( “una bomboniera”, come ha scritto l’insopportabile Mario Sconcerti) o, visto che ora ci vanno anche le donne (orrore solo a pensarci), un educandato per signorine bene.

Alla già dubbia “discriminazione razziale” per cui non si può fischiare un nero (nero non negro, per carità) o urlargli degli onesti buuh nemmeno quando fa qualche cazzata (non mi riferisco, ovviamente, al famoso caso di Koulibaly in cui il senegalese, che peraltro stava giocando benissimo, è stato preso di mira fin dall’inizio dall’intera tifoseria interista) si è aggiunta anche la “discriminazione territoriale”.

Cioè gli ultras, poniamo, del Verona se gioca il Napoli non possono inalberare, senza incorrere nel rischio Daspo, degli striscioni con un «Forza Vesuvio» e quelli del Napoli, a campi invertiti, ripagarli con un «Giulietta era una troia». Con la televisione poi si va a scrutare, dopo la partita, il labiale dei giocatori. Se uno che ha preso un pestone tremendo si è lasciato andare a una sacrosanta bestemmia, che l’arbitro non ha udito, si becca una squalifica. La tv ha cercato anche di entrare nel sacrario dei sacrari, nel tabernacolo,negli spogliatoi. Per ora, per buona sorte, con scarsa fortuna. Se la si reprime troppo, l’aggressività sfocia poi nelle liti al coltello fuori le discoteche o, quando si tratta di gente adulta, nelle forme mostruose dei «delitti delle villette alla schiera» come li ha chiamati Guido Ceronetti.

 

[…] Destituito dei suoi contenuti fondamentali il calcio da stadio ha perso terreno (dal 1982 circa il 40% degli spettatori) a favore di quello televisivo e chiunque mastichi calcio sa che differenza ci sia, tecnica ma soprattutto emotiva, fra il vedere una partita sul campo oppure in televisione. Come ogni rito il calcio vuole una concentrazione assoluta, è blasfemo vederlo andando a prendersi qualcosa in frigo o parlando con la moglie o chi per lei (il calcio è un gioco omosessuale) o rispondendo alla telefonata di qualche scocciatore. Io mi barrico in casa, stacco il telefono, non rispondo al citofono e a parte il fido Matteo, che segue la partita in silenzio, non voglio intorno nessuno che mi rompa le palle (Così faceva anche Arnaldo Forlani, che non a caso il calcio lo ha giocato in serie C nella Vis Pesaro, nel ruolo di regista naturalmente, quando la Rai trasmetteva in serata il secondo tempo di una partita, per non conoscerne prima il risultato. Per questo, nonostante tutto, ho avuto sempre per lui una certa simpatia e gli ho dedicato uno dei miei pochissimi ritratti favorevoli).

Così conciato il calcio va a ridursi a un qualunque spettacolo televisivo, a una Domenica in, da fruirsi solipsisticamente a casa.

Perdendo tutti i suoi connotati specifici susciterà un interesse sempre più generico, vago, intercambiabile che, come tale, prima o poi svanirà. In questo modo gli apprendisti stregoni avranno ucciso la “gallina dalle uova d’oro” e il razionalismo nella forma del denaro avrà realizzato, è il caso di dirlo, l’ennesima autorete.

 


 

Da “Storia reazionaria del calcio” (Marsilio Cartabianca), di Massimo Fini e Giancarlo Padovan.