Per chi respira l’aria di Roma, e ivi tifa Lazio, questa è stata e sarà per sempre una settimana da ricordare. Più in generale, forse paradossalmente, una stagione da ricordare. Dal trionfo nel derby (3-0) alla vittoria della settima Coppa Italia, passando per l’addio di quello che, molto più di un innocuo Francesco Totti, ha rappresentato per decenni l’invidia (almeno onirica) di ogni tifoso laziale: Daniele De Rossi, tifoso-ultras-calciatore, romanista. E giù con l’odio, il vero odio, da parte dei laziali: un odio tanto intenso da rivelare una nostalgia profonda.

 

Fuor di poesia, ma il calcio quest’è, occorre una riflessione più lucida sull’attuale situazione della SS Lazio. La vittoria di ieri sera, sofferta e meritata, in piena linea col vissuto standard dell’essere laziali, ha fatto emergere in chi scrive un sentimento insieme gioioso, per il successo, e appunto nostalgico, per l’aver rivelato, nell’esteriorità di un trofeo comunque importante, la mancanza di un traguardo ormai quasi impronunciabile: l’ingresso in Champions League.

 

Una splendida e struggente immagine di ieri sera (foto Giuseppe Bellini/Getty Images)

 

 

Qui non si vuole affatto scrivere un articolo tipicamente laziale, furente e antitetico, contraddittorio e insieme coerente fino al dogmatismo. Chi scrive si ritrova a vestire i panni dell’Edipo tragico: parricida e inconsapevolmente tale. La verità è che ogni laziale sente questa nostalgia, ma non ha il coraggio di ammetterlo. O meglio, ne avrebbe anche il coraggio – ed è capitato, vedasi Lazio v Sassuolo del 2014, quando un intero popolo marciava contro un solo uomo -, ma è questo meraviglioso e inebriante profumo di vittoria, morfina potentissima, a non permettergli di aprire gli occhi.

 

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il sogno è l’infinita ombra del Vero.

(Pascoli, Alexandros)

 

Svegliarsi da cosa? Ma come, non ha appena vinto, la Lazio, la settima Coppa Italia della sua storia, il quinto titolo, comprese due Supercoppe d’Italia, negli ultimi dieci anni – proprio mentre i cugini, al contrario, continuano a vivere nella maledizione mourinhana già nota come zeru tituli? E’ così difficile vivere la contraddizione fino in fondo. E’ così difficile vivere questa tensione, ma il laziale è chiamato a farlo, oggi più di ieri, per poter finalmente tornare a sognare. Miracoli e colpi di fortuna ranieriani permettendo, anche i lupacchiotti, quest’anno, rimarranno fuori dal giro delle grandi italiane destinate all’Europa grande. E allora? Trionfo Lazio. Titolo vinto, Europa League “ottenuta”, e padronanza cittadina. Vero. La Roma, lo scorso anno, aveva l’occasione di fare il grande salto. Sprecata, per demeriti di una gestione tecnica folle, la Roma di oggi è lo specchio rotto della Roma di ieri. E anzi, con le milanesi in risalita e un Napoli stabile, il cammino, adesso, si preannuncia assai tortuoso. Ma chi, davvero, tra Lazio e Roma, può ancora provare a sognare? Non è forse il sogno l’infinita ombra del vero?