Altri Sport
01 Giugno 2018

La maglia nera non esiste

Una noiosa retorica e un occhio strizzato al marketing rischiano di far degenerare in pagliacciata un simbolo di rispetto per la fatica.

Tutta questa enfasi per la “maglia nera” del povero Giuseppe Fonzi ha iniziato a stancare. La maglia nera è un simbolo, l’icona dell’ultimo in classifica del Giro d’Italia, il più attardato dal vincitore che fosse riuscito a finire tutte le tappe entro il tempo massimo, e ha una sua storia. Si è assegnata solo tra il 1946 e il 1951, e i corridori “gareggiavano” per un cospicuo premio in denaro e in natura. L’ultimo a prenderla fu Giovanni Pinarello, il fondatore dell’omonima casa produttrice. A rendere famoso questo trofeo furono soprattutto le sfide tra Sante Carollo e Luigi Malabrocca: il primo dei due, muratore, ciclista non professionista chiamato al Giro del 1949 per sostituire in extremis Fiorenzo Magni alla Wilier-Triestina, era impreparato per poter correre con profitto le dure tappe del Giro, e si attardava sempre di molto dal gruppo principale. Il Malabrocca invece, che aveva vinto l’oscuro trofeo per due anni di fila nel ’46-’47, era un professionista vero e tentò in tutti i modi di guadagnarsi la maglia con ogni stratagemma: nascondendosi lungo il percorso, forando le sue stesse gomme, addirittura perdendo tempo in un’osteria.

 

Luigi Malabrocca ritratto passare tra la folla, mentre tenta di attardarsi il più possibile.

 

Sapete perché nel 1952 la revocarono? Furono i corridori stessi in accordo con l’organizzazione a chiedere di togliere la maglia nera, per evitare gli spettacoli indecorosi dei loro colleghi. Danno d’immagine e comportamenti antisportivi erano all’ordine del giorno pur di vestire quella maglia e vincere il premio. Quella che era nata come forma di riconoscimento del gregario più laborioso, come forma di rispetto verso la caparbietà di chi riusciva a non crollare e portare alla conclusione il Giro d’Italia, divenne una vera e propria pagliacciata, e per questo fu tolta. Esclusa l’apparizione straordinaria e solo finale della maglia nel 1967 e del “numero nero” (senza premi, solo per distinguere l’ultimo in classifica nel gruppo) nel 2008, questo trofeo non fu mai più introdotto, ma la locuzione “maglia nera” è entrata nell’uso corrente della lingua. Tolta la questione storica, ci si presenta davanti il rischio di una nuova pagliacciata, relativa – appunto – alla “maglia nera” del Giro d’Italia, poiché c’è una questione fondamentale alla base dello sport, ed è il rispetto. È il rispetto per la prestazione in sé, sia verso se stessi, che verso la propria squadra, che verso i tifosi. È un rispetto che si declina variamente e sotto diverse forme: dal terminare una corsa anche se sfortunata al contegno fuori dal circuito.

 

Sante Carollo mentre indossa una simbolica maglia nera.

 

Oggi, incitare alla “maglia nera” non ha più senso, perché invece di rimanere una forma di rispetto diventa da un lato fonte di una retorica non solo stucchevole ma pure noiosa, e dall’altro una palese soluzione di marketing che impoverisce di molto il racconto sportivo e la prestazione stessa. Quanto al primo argomento, ci pare ormai assurda la trita esaltazione dell’ultimo in quanto tale, dell’eroe (?) che per il solo fatto di essere ultimo va celebrato. Arriverà ultimo per vari motivi, ma non perché è scarso né tantomeno ignorante. Nel ciclismo arrivare secondo o ultimo importa una differenza relativa, ammesso di poter escludere premi, abbuoni, punti etc, perché così è lo sport: uno solo vince. Partecipare è importante, certo, ma quello che resta dello sport è il primo posto, il vincitore. Parlare degli altri è compito nostro, ma sempre di sport si parla. Non c’entra nulla, ovviamente, la persona fisica che di volta in volta arrivi “ultimo”, anzi: è proprio questo il problema, poiché la questione si collega al secondo punto, ovvero la conseguente deriva mercantilista dell’arrivare ultimi: hashtag, adesivi, magliette, tutto nato per la presunta maglia nera. Si è creato un intero movimento on e off line per incitare il malcapitato (in questo caso un Fonzi un po’ passivo nella situazione) ad arrivare ultimo: ma come si fa ad incitare un corridore ad arrivare ultimo?

 

Una pagina su Facebook addirittura si permette di chiedere al DS Wilier, Luca Scinto, quanto sia contento del risultato della maglia nera, e solo la capacità di dominarsi non lo fa scocciare palesemente.

 

Un conto è dedicare spazio e raccontare le storie di tutti, quelle piccole narrazioni che solo il ciclismo sa dare; un altro è sfruttare questa popolarità (tutt’altro che positiva) per farci magliette, merchandising o carrozzoni di qualsivoglia genere, come è accaduto. C’è una lanterne rouge positiva, che ha un suo perché, arginata nel riconoscimento e nella goliardia. Ma intanto smettiamola con la retorica inutile dell’eroismo ultimista, del “sei bravo perché sei arrivato ultimo”: i ciclisti – e il loro entourage – sono dei professionisti, la fatica è il loro mestiere e arrivare ultimi se il tuo compagno non ha fatto il risultato non è certo bello né da enfatizzare. Se è pesante dal punto di vista della narrazione sportiva, figurarsi quando diventa il pretesto per vendere un misero gadget, tanto misero quanto chi lo compra. Pochezza è forse la parola giusta, sportiva e intellettuale di sicuro: umana, chissà. Come se l’Italia del rugby dovesse essere contenta di “vincere” a ripetizione il cucchiaio di legno, per un paragone trasversale. Ci si appassiona al ciclismo anche per le storie dei gregari, degli operai nascosti che col loro sacrificio permettono al capitano di vincere, quando loro non vinceranno praticamente mai. Riferirsi al loro operato come una corsa alla sconfitta, una corsa all’ultimo posto, snatura il senso goliardico del canzonare l’ultimo del gruppo e finisce con lo svilire il suo operato, portandolo al servizio di un’immagine – contando oggi solo quella – che altri costruiranno sulla sua.

Arrivare ultimi è una sconfitta, non ci sono molte alternative. Poi si può costruire sopra un racconto che forse mantiene un valore per la persona, ma non certo con lo sport professionistico. Esiste, certamente, lo strumento della beffa: come si ride in faccia alla morte, così si può contro la sconfitta, ridimensionarla, razionalizzarla per non restarne schiacciati, raccontarla per trasformarla in letteratura, però non ci sembra che gli strumenti intellettuali messi in campo siano così sofisticati, anzi.

 

In copertina, Nani Pinarello con la sua maglia nera. Con la vincita aprì l’omonima casa di biciclette.

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