Saremo piuttosto chiari sull’argomento, senza tanti giri di parole: l’As Roma dovrebbe punire Cengiz Under. La foto postata sui propri canali social, e che lo ritrae con indosso la maglietta giallorossa mentre compie il saluto militare, non è piaciuta e non solo a noi. Il messaggio che il turco voleva far passare, infatti, era la vicinanza al proprio paese dopo l’avvio dell’operazione Peace Spring nel Nord della Siria contro il popolo curdo. E badate bene: non si tratta di un processo agli ideali, poiché lo stato democratico nel quale viviamo fortunatamente ce lo vieta, ma semplicemente di una questione etica e se volete professionale.

 

La politica è parte integrante dello sport, lungi da noi affermare il contrario e anzi ribadiamo la convinzione anche quest’oggi; ma allo stesso tempo non è corretto condurre le proprie battaglie politiche sfruttando l’immagine della società per la quale si è tesserati. Se Under infatti avesse pescato nel suo archivio uno fotografia mentre era impegnato con la nazionale, nessuno avrebbe potuto metter bocca se non per criticarne la fede politica.

 

Ma farlo con la maglia della squadra di club è una mancanza di rispetto verso tutti coloro che si rispecchiano in quei colori, e che si dissociano apertamente dall’azione militare del governo di Ankara. Come qualche giorno fa l’As Roma ha deciso di punire, lodevolmente, con il daspo quel tifoso che si è sentito in dovere di insultare Juan Jesus, allo stesso modo dovrebbe essere dura con il proprio calciatore: d’altronde è facile mettere alla berlina l’ultimo idiota del web, più difficile è prendere una posizione forte “contro” un proprio top player.

 

Roma Under saluto militare

Il tweet di Cengiz Under che non lascia spazio a interpretazioni

 

Under tuttavia non è stato l’unico a dimostrarsi fedele al suo governo, seppure il più esplicito e sguaiato. Le stesse opinioni sono state espresse dal difensore juventino Demiral e dal rossonero Calhanoglu, che si è detto fiero del suo paese. Anche i calciatori della nazionale turca hanno voluto celebrare la vittoria di misura contro l’Albania sotto il settore dei propri tifosi, facendo il solito saluto militare: un gesto che onestamente a noi, che in realtà neanche riusciamo a comprenderlo fino in fondo, trasmette un po’ di timore.

 

Nel momento della condanna, a parole, della comunità internazionale verso la Turchia, è impressionante vedere come si confonda il sostegno ad un leader autoritario con la parola patriottismo. Ma essere fieri del proprio paese in un momento come questo significa essere consci della violazione dei diritti umani attuata nei confronti del popolo curdo, nuovamente umiliato e massacrato.

 

Appoggiare Erdogan oggigiorno vuol dire essere a conoscenza che il suo governo, per attuare questo massacro indifferenziato di civili e militari, ha infranto nuovamente le regole del diritto internazionale invadendo senza autorizzazione uno stato sovrano come la Siria, che ha ingaggiato una guerra quasi decennale contro i terroristi (da notare che diversi “ribelli moderati”, una volta incensati dai turchi e dalla stampa occidentale in chiave anti-siriana, oggi fanno parte di gruppi jihadisti che operano la pulizia etnica del sultano).

 

Saluto

Un gesto che noi europei, che abbiamo rinunciato al tema della identità, non riusciamo nemmeno a comprendere: in realtà le grandi potenze emergenti fanno tutte leva su sentimenti forti di identità, e questo non è certo un caso

 

La Uefa attraverso il capo ufficio stampa, Philip Townsend, ha dichiarato che porrà al vaglio la questione – il regolamento vieta riferimenti alla politica o al credo religioso. La società Roma non ha ancora preso posizione a riguardo, forse complice anche il fatto che a breve l’aspetta la trasferta in Turchia; e questo, sinceramente, ci dispiace.

 

Perché non possiamo fare un processo agli ideali, ma se la libertà di espressione è sacrosanta, alla stessa maniera e anzi di più lo sono da un lato i diritti umani, dall’altro il diritto di integrità territoriale degli Stati sovrani. E noi, almeno questo, ci sentivamo in dovere di dirlo.