Chiunque sia convinto di poter offrire una spiegazione univoca all’imponderabilità del calcio, abbandoni immediatamente la lettura odierna. Non perda tempo con noi. Lo invitiamo a tenere banco con la sue teorie risolutive in qualche supponente salotto, disposto a prestargli ascolto. Abbandoniamo le penne, o meglio i cursori, davanti alla divinità del pallone. Affidiamo al flusso di coscienza le nostre considerazioni riguardo gli eventi di ieri sera. Non spieghiamo, ammiriamo.

 

 

Pronti via, gli ajacidi impiegano mezz’ora ad esplorare due volte le dimensioni della porta di Lloris. Angolino sinistro centrato con un’incornata, poi destro con una traiettoria da curvatura dello spazio-tempo. Sì, gli Spurs riescono a creare qualche grattacapo alla difesa di casa, ma sembrano rischi controllati, quasi calcolati. Fino al 45esimo si assiste al monologo dei lancieri, che esaltano un’arena tramutatasi in una bolgia infernale per gli inglesi. Le note di “Three Little Birds” accolgono le squadre al rientro dalla pausa, un inno alla spensieratezza della gioventù, manifesto del gioco proposto dai ragazzi di Ten Hag.

 

 

Nel settore ospiti, c’è chi ripassa mentalmente il tragitto per raggiungere l’aeroporto di Schipol, chi si preoccupa dell’ultimo treno per Londra e chi invece mitigherà il dolore sportivo in un’ultima notte al De Wallen. Però, c’è anche chi immagina una rimonta folle ed irrazionale, ma “siccome pensabile, allora realizzabile” (citazione nostra). La manifestazione metafisica di Anfield Road lo ha insegnato. Chissà cosa avrà pensato Pochettino, figlio putativo di un maestro che si è votato all’esaltazione della follia del meraviglioso (ieri sera più che mai) gioco. Esce Wanyama, troppo macchinoso per arginare le sfuriate dei Godenzonen, entra un centravanti, Llorente, già artefice del destino nel drammatico finale di Manchester.

 

 

Colpo perfetto (Immagine via Dan Mullan/Getty Images )

 

 

Ci si gioca il tutto per tutto, “palla lunga e pedalare”, il calcio inglese ritorna agli Anni Settanta. All’improvviso un lampo: Moura! Un granello di polvere si insinua nel meccanismo perfetto dell’Ajax, un dubbio fa vacillare le certezze maturate durante l’arco di un’intera stagione, improvvisamente gravate da una pressione insostenibile. Aiace Telamonio non è Atlante.  Trecentosecondi dopo, ancora quel mago brasiliano, non abbastanza fotogenico per esibirsi sulla palcoscenico del Parco dei Principi, riesce in un’altra magia. A questo punto i manuali delle scuole da allenatori suggerirebbero di chiudersi, abbassare la linea, stringere i reparti e sostenere l’assedio a tutti i costi.

 

 

Peccato che alla foce dell’Amstel quei volumi siano abituati a riscriverli, se non a bruciarli. Si segue la folle visione di un profeta con il 14 sulle spalle, si perpetra l’eresia tattica. Fedeli ad un’essenza, più che ad un modo di giocare. Allora di nuovo attacchi disperati e ripartenze in spazi inconcepibili. Parate, legni e sfere che si perdono di nulla sul fondo. Nel frattempo marcature sbagliate, mancati anticipi, svarioni. Tanti errori da una parte e dall’altra, nella propria aerea ed in quella avversaria, fattori imprescindibili per elevare il tasso di incertezza e spettacolo, sempre più tragico all’avvicinarsi degli ultimi minuti. Sugli spalti c’è chi canta a torso nudo, chi prega disperatamente in uno stato di trance mistica e chi è paralizzato dalla tensione. Tutti soffrono.

 

 

Sogni infranti (Immagine via Dan Mullan/Getty Images )

 

 

Al 95esimo l’inesorabile punizione divina. Forse hanno osato troppo, ancora una volta. Adesso sarebbe ingeneroso e troppo banale rimarcare gli errori di gestione della gara da parte degli olandesi. Puntare il dito contro la loro sfrontatezza, condannare il loro sprezzo del rischio, irridere la loro inesperienza. Anzi, se conoscessimo davvero lo spirito dei ragazzi di Ten Hag, forse avremmo dovuto aspettarcelo. Sul fronte opposto, l’accesso alla finale di Madrid è la realizzazione dell’idea generata quasi due stagioni fa nella mente di un allenatore che non ha alzato alcun trofeo, ma ingurgitato innumerevoli bocconi amari, somministrati dai critici, se non dai suoi stessi tifosi. Pazientemente Pochettino ha seminato gioco e costruito un gruppo coriaceo, elemento di continuità per un ambiente che deve ancora ritrovare identità nel nuovo stadio. Vedremo se il primo giugno sarà il tempo per il suo raccolto.

 

 

Nel frastornante silenzio della notte di Amsterdam, si è manifesta la superiorità del Gioco sull’intelletto di noi, poveri mortali miscredenti. Il calcio risponde a regole che sfuggono alla razionalità, di natura limitata, degli essere umani. Non è misericordioso o sadico, è semplicemente così. Proprio per tale carattere lo si ama ancora, nonostante tutto e tutti.