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7 Giugno

La telecrazia

La Redazione

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Maestri, Episodio VII: Eduardo Galeano.

Per il settimo episodio di Maestri scendiamo nella vera e propria letteratura sportiva. Per chi si avvicina a questo mondo ci sono delle tappe obbligate, e una di queste è rappresentata certamente dalla figura di Eduardo Galeano: giornalista, scrittore e saggista uruguaiano, Galeano è un intellettuale sudamericano a tutto tondo che finisce per scrivere anche di calcio, criticando tra l’altro quegli scrittori che preferirono non occuparsene perché, sostanzialmente, il pallone era espressione di cultura bassa se non addirittura di incultura.

Ma egli fu molto di più, e ancora oggi occupa un ruolo centrale nella letteratura sudamericana: nei suoi libri, tradotti in oltre venti lingue, egli ricostruì la storia dell’America Latina e denunciò fortemente lo sfruttamento coloniale, nelle sue diverse forme (consigliamo per chi non lo conoscesse Le vene aperte dell’America Latina o, per i coraggiosi, la trilogia di Memoria del fuoco). Finì poi nella “lista nera” del regime militare in Uruguay e di quello di Videla in Argentina, dovendo momentaneamente trovare asilo in Spagna prima di rientrare in patria e lì morire all’eta di 74 anni.

Il capitolo che segue, intitolato La Telecrazia, è dedicato all’avvento della televisione in riferimento al Mondiale dell’86, e ci fa notare come i più profondi intellettuali di popolo, e qui un autentico socialista come Galeano, siano in grado di smascherare il modello seducente del consumo. In un’epoca, la nostra, in cui sembra che il “progresso” possa essere criticato solo in ottica conservatrice, Galeano ci riporta con la mente e con il cuore nel socialismo sudamericano.

La denuncia contro i potenti, contro l’imperialismo, contro le ingiustizie e il mondo post-umano del libero mercato, che crea più disuguaglianze di quante ne sistema: Galeano fu un intellettuale di lotta, che non può essere disinnescato e reso un’icona usufruibile per tutte le stagioni. I suoi scritti restano come testimonianza non solo per noi tutti, ma anche per chi ha preferito tradire battaglie storiche per inseguire il nuovo corso oligarchico del “progresso” (ma di derivazione nordamericana).


LA TELECRAZIA


Oggi come oggi, lo stadio è un gigantesco studio televisivo. Si gioca per la televisione, che ti offre la partita in casa. E la televisione comanda. Nel Mondiale del 1986, Valdano, Maradona e altri giocatori protestarono perché le partite principali si giocavano a mezzogiorno, sotto un sole che friggeva tutto quello che toccava. Il mezzogiorno in Messico, l’imbrunire in Europa: era l’orario che conveniva alla televisione europea. Il portiere tedesco Harald Schumacher raccontò quello che succedeva:

“Sudo. Ho la gola secca. L’erba è come merda secca: dura, strana, ostile. Il sole cade a picco sullo stadio ed esplode sulle nostre teste. Non proiettiamo ombre. Dicono che questo è buono per la televisione”.

La vendita dello spettacolo importava più della qualità del gioco? I giocatori devono solo tirare calci, non scalpitare. E Havelange (il presidente della FIFA, ndr) mise la parola fine a questa imbarazzante questione: «Pensino a giocare e stiano zitti», sentenziò. Chi ha diretto il Mondiale del 1986? La Federazione Messicana di Calcio? No, per favore, basta con gli intermediari. Lo ha diretto Guillermo Cañedo, vicepresidente di Televisa e presidente della catena internazionale dell’azienda.

Questo è stato il Mondiale di Televisa, il monopolio privato che è padrone del tempo libero dei messicani e comanda anche sul calcio del Messico. E niente interessava più del denaro che Televisa poteva ricevere, insieme alla FIFA, per la vendita delle trasmissioni sul mercato europeo. Quando un giornalista messicano si permise l’insolenza di chiedere delle spese e delle entrate del Mondiale, Cañedo tagliò corto:

“Questa è un’impresa privata e non deve rendere conto a nessuno”.

Concluso il Mondiale, Cañedo continuò a essere cortigiano di Havelange in una delle vicepresidenze della FIFA, altra impresa privata che, anch’essa, non rende conto a nessuno. Televisa non solo ha in mano le trasmissioni nazionali e internazionali del calcio messicano, ma possiede anche tre squadre di prima divisione: l’azienda è proprietaria dell’América, la più forte, del Necaxa e dell’Atlante.

Nel 1990 Televisa esibì ferocemente il suo potere sul calcio messicano. In quell’anno il presidente della squadra del Puebla, Emilio Maurer, ebbe un’idea mortale: gli venne in mente che Televisa avrebbe potuto sborsare più denaro per i diritti che le consentivano di trasmettere in esclusiva le partite. L’iniziativa di Maurer trovò una buona eco in alcuni dirigenti della Federazione Messicana di Calcio. In fin dei conti il monopolio pagava poco più di mille dollari a ogni squadra, mentre guadagnava una fortuna vendendo gli spazi pubblicitari.

Televisa allora dimostrò chi era il padrone. Maurer dovette subire un bombardamento implacabile: come prima cosa scopri che i suoi affari e la sua casa erano stati sequestrati a causa dei debiti, fu minacciato, fu aggredito, fu dichiarato fuorilegge e contro di lui venne emesso un ordine di cattura. Oltretutto lo stadio della sua squadra, il Puebla, si svegliò un brutto giorno chiuso senza preavviso. Ma i metodi mafiosi non bastarono a farlo scendere da cavallo, e così non ci fu altro rimedio che incarcerare Maurer e cancellarlo dal club ribelle e dalla Federazione Messicana di Calcio insieme a tutti i suoi alleati.

In tutto il mondo, direttamente o indirettamente, la televisione decide dove, come e quando si gioca. Il calcio si è venduto al piccolo schermo corpo, anima e vestiti. I giocatori sono, adesso, stelle della televisione. Chi può competere con i suoi spettacoli? Il programma che nel 1993 ebbe la maggiore audience in Francia e in Italia fu la finale della Coppa dei Campioni che disputarono l’Olympique di Marsiglia e il Milan. Il Milan, come si sa, appartiene a Silvio Berlusconi, lo zar della televisione italiana. Bernard Tapie non era il padrone della televisione francese, ma la sua squadra, l’Olympique, aveva ricevuto dal piccolo schermo, nel 1993, una cifra trecento volte maggiore rispetto al 1980. Non le mancavano ragioni per volergli bene.

Ora sono milioni le persone che possono vedere le partite, e non solo le migliaia che gli stadi contengono. I tifosi si sono moltiplicati e si sono trasformati in possibili consumatori di qualsiasi cosa vogliano vendere i manipolatori di immagini. Ma, a differenza del baseball e della pallacanestro, il calcio è un gioco continuo, che non offre molte interruzioni utili per mandare in onda la pubblicità. Un solo intervallo non basta. La televisione statunitense ha proposto di correggere questo sgradevole difetto dividendo la partita in quattro tempi di venticinque minuti, e Havelange è d’accordo.


Da “Splendori e miserie del gioco del calcio” di Eduardo Galeano


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