Il ruolo del portiere è sicuramente uno dei più affascinanti nel mondo del calcio, ma anche uno dei meno premiati. Spesso e volentieri l’estremo difensore deve “accontentarsi” dei premi che ottiene con l’intera squadra, oppure di ricevere premi individuali ma sempre meno importanti e noti rispetto, per esempio, al Pallone d’oro, il quale decreta il calciatore più forte dell’anno solare. In questa competizione infatti i portieri non hanno una gran tradizione, basti pensare che solo uno ce l’ha fatta. Zoff ha vinto sei scudetti, una coppa UEFA, un campionato europeo e un mondiale, quello a noi caro del 1982. Il nostro attuale portiere, Buffon, ha vinto ben sette scudetti, una coppa UEFA e l’ultimo mondiale vinto dall’Italia. Casillas, sebbene abbia vinto “solo” cinque volte la Liga spagnola, è invece arrivato due volte sul tetto del mondo calcistico, una volta con il Real Madrid, con la quale vinse anche per ben tre volte la Champions, e una volta con la Spagna, con la quale vinse inoltre due volte l’europeo. Indubbiamente stiamo parlando di tre portieri fenomenali, vincenti. Forse i più forti in ogni epoca. Eppure a tutti e tre manca un trofeo degno di nota: il Pallone d’oro. Passavano gli anni, loro vincevano trofei – e risultavano decisivi con parate fondamentali – ma a salire sul più alto gradino del podio c’erano quasi sempre gli altri, i goleador e i fantasisti; mentre loro, i portieri, dovevano sempre e solo raccogliere solo gli applausi e i complimenti. O meglio, quasi sempre.

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Un riconoscimento ben più importante del Pallone d’oro

Sì, perché nell’intera storia di questo premio, solo una volta è stato assegnato ad un estremo difensore: correva l’anno 1963 e Lev Jašin si conquistava un record destinato a perdurare nel tempo, sino ai giorni nostri. Perché proprio lui? Ha forse vinto più di chiunque altro? No, in tutta la sua carriera vinse cinque scudetti e un europeo, non vinse mai un mondiale o una Champions League. Forse allora perché nel 1963 non c’erano altri validi giocatori cui dare il premio? Sbagliato: Rivera, Eusébio, Mazzola, Di Stéfano, Puskás, erano solo alcuni dei campioni attivi nei primi anni ’60. Dunque perché? In realtà i motivi possono essere tanti. Uno dei più importanti motivi è il fatto che sia stato una bandiera: ha infatti indossato due sole maglie in tutta la sua lunga carriera calcistica (durata più di 20 anni), quella della Dinamo Mosca, con cui collezionò centinaia e centinaia di presenze, e quella della sua nazionale, l’URSS. Ovviamente è stato un grande portiere: non solo era fenomenale nei fondamentali che servono per ricoprire al meglio quel ruolo così difficoltoso, ma evidentemente era proprio il ruolo cucito per lui; non per nulla vinse anche una coppa sovietica di hockey su ghiaccio, sempre per difendere una porta. Qui finisce l’uomo e inizia la leggenda.

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Non solo calcio, Lev Jašin in tenuta da hockey

Leggenda che vuole che abbia parato più di cento rigori – anche se di almeno uno ne abbiamo riscontro proprio per merito del nostro Sandro Mazzola, il quale si vide parare proprio dal portierone un rigore e, a tal proposito, dichiarò:

«Per me è stato l’unico portiere in grado di far sbagliare i tiri degli avversari. Con la sue enorme statura e le sue lunghissime braccia, sembrava coprire tutta la porta, una massa nera sempre incombente. Quando arrivavo sotto porta, restava lì immobile e mi costringeva affannosamente a chiedermi: ma se quello non si muove, adesso io da che parte tiro? Metteva soggezione. Un gol sicuro contro Yashin poteva nascere soltanto da un tiro sbagliato»

Leggende invece raccontano che abbia tenuto inviolata la porta per ben 270 volte, e che abbia addirittura giocato parte di un quarto di finale dei mondiali con una benda su un occhio. Il suo viso fu su una moneta, il suo nome fu dato ad un asteroide, non c’era campo dove non arrivasse la fama di Jašin. Eppure, tralasciando le leggende, qualcosa sul campo di vero deve esserci se circa centomila spettatori, durante un Inghilterra-Resto del mondo (l’Inghilterra celebrava i 100 anni dalla sua fondazione), rivolsero verso il portiere sovietico una standing ovation ad ogni sua parata. La verità è che il ragno nero fu molto più di un portiere. Fu un rivoluzionario, del suo ruolo ovviamente: scoprì che la difesa poteva essere organizzata e gestita anche da quel giocatore più arretrato, che pensava sempre e solo a non fare entrare una palla nella sua porta; fu il primo ad esplorare il campo, ad uscire fuori la sua area di rigore, a partecipare attivamente alla manovra della squadra, proprio come un difensore aggiunto. L’estremo difensore per antonomasia. Forse non c’è un motivo se è stato proprio lui, unico tra tanti portieri nella storia del calcio, a vincere questo trofeo. Forse ce ne sono centinaia. Come le sue parate.