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Interviste
3 Settembre

L’allenatore in viaggio

Luigi Fattore

46 articoli
Se in Italia non trovi terreno fertile per coltivare le tue passioni non c'è problema: basta andare all'estero.

In uno dei rari momenti in cui è presente in Italia, abbiamo avuto il piacere di intervistare Fabio Lopez, un allenatore la cui carriera si sta sviluppando prevalentemente all’estero. La sua traiettoria ha infatti toccato paesi come Lituania (Banga Gargzadai e Siauliai), Malesia (Sabah), Maldive (B.G. Sports Club), Indonesia (PSMS Medan), passando anche per Oman (Al-Orouba) e Arabia Saudita (Al-Ahli). Senza dimenticare l’esperienza come CT del Bangladesh con cui ha preso parte alle qualificazioni ai Mondiali in Russia.

Quella di allenare all’estero è stata una scelta o una necessità?

Non è stata una necessità, bensì una scelta per poter realizzare il mio sogno. Scelta in base a quello che ho sempre voluto fare. Poi è ovvio che un allenatore sceglie i posti dove è possibile migliorare, soprattutto se le proposte che arrivano dall’Italia ti fanno regredire. All’estero ho fatto quasi sempre la serie A…

Fabio Lopez durante una conferenza stampa nel periodo in cui era alla guida della Nazionale del Bangladesh (2015)

Qual è la tua prossima sfida?

Al momento ci sono 2/3 cose ma niente ancora di concreto. Sicuramente si parla ancora di estero. Mi auguro di tornare in Nazionale, esperienza allettante e bella. È un lavoro particolare. L’esperienza come CT del Bangladesh mi ha dato tanto. Giocare per qualificarsi ai campionati del mondo non capita a tutti. Ne conservo un ottimo ricordo.

In genere gli allenatori preferiscono allenare le squadre di club in quanto possono stare a contatto con i giocatori per periodi più lunghi…

Sì, è vero. Personalmente dal punto di vista della metodologia di allenamento non preferisco né l’una né l’altra. Per me la Nazionale è più affascinante proprio concettualmente. Richiede una metodologia di lavoro più intensa e più breve, questo sì. Però si può programmare in tanti modi. La Nazionale ha una dimensione internazionale rispetto al club e, ripeto, mi affascina di più per questo aspetto.

A proposito di nazionali, agli ultimi mondiali un po’ il tifo per l’Arabia Saudita l’hai fatto?

Quello per forza. C’erano tanti giocatori che conosco bene. Sono rimasto un po’ deluso dall’aspetto tattico, ma va anche detto che il ct Pizzi è arrivato poco tempo prima del mondiale, quindi non ha avuto la possibilità di preparare al meglio i giocatori. Più che altro mi sarei aspettato la convocazione di qualche giocatore tecnico in più, mentre lui ha preferito puntare su calciatori più prestanti da un punto di vista fisico: questo mi ha stupito.

Ti chiedo un giudizio sui mondiali. Ha vinto la squadra migliore (la Francia)?

Beh, ha vinto la squadra che non gioca il tiqui-taqa. Il mio non amato tiqui taqua. Tutte le squadre che provano a fare questo tipo di calcio sono andate fuori: Argentina, Brasile, Spagna, Portogallo. Mentre sono andate avanti le squadre che praticano un gioco più simile a quello che pratico io.

Un caffè con Gigi Di Biagio, il CT dell’Under 21 (2018)

Qual è la tua idea di calcio, allora?

La mia idea di calcio è molto semplice. Parte dal presupposto che Real Madrid e Barcellona sono soltanto due. Il resto sono squadre che devono fare un altro tipo di calcio. Risulta chiaro che l’allenatore deve adeguarsi ai giocatori che ha a disposizione e ragionare su aspetti tecnico-tattici, ma in definitiva, per come la vedo io, la prima regola è quella di non subire gol. È una legge non scritta che io amo rispettare. La mia attenzione alla fase difensiva è l’aspetto principale della mia visione del gioco. Perché se stai 0-0 per vincere ti serve un gol, mentre se sei sotto 1-0 te ne servono due. Se per caso o per sfortuna chi pratica un calcio offensivo non riesce a segnare, quella partita la perde, come abbiamo visto ai recenti mondiali nella partita tra Russia e Spagna.

La tua predilezione per l’approccio difensivo è suffragata anche dai numeri, visto che spesso e volentieri le tue squadre sono state quelle che hanno subito meno reti, come ad esempio in Lituania al Banga Gargzdai nel 2008.

È vero, le mie squadre hanno totalizzato diversi record da questo punto di vista. Anche perché cerco di prepararle al meglio anche sotto l’aspetto mentale e abituarle ad effettuare le giocate decisive negli ultimi venti minuti sfruttando anche il calo psico-fisico degli avversari. Lavoro molto su questi aspetti, ecco. Il mio è un calcio verticale che prevede il possesso palla orizzontale solo in casi eccezionali, ma che comunque è finalizzato alla verticalizzazione. Il mero tiqui taqua, ribadisco, non serve a nulla.

A proposito di stili di gioco, volevo un tuo parere su Sarri.

Quello per me sarebbe una grande aspirazione. Ma, attenzione, il gioco di Sarri non è tiqui taqua. La famosa palla avanti- palla dietro che poi si traduce in una verticalizzazione. Ci sono anche transizioni positive ben organizzate e studiate: quello per me è il calcio. È ovvio che abbia espresso il calcio più bello, è la verità. E già al Chelsea, sin dalle prime partite, si sta vedendo la sua impronta. Perché i concetti dell’allenatore non devono essere duecentocinquanta. Perché duecentocinquanta concetti i giocatori non li apprendono: sono umani, non robot. L’allenatore deve insegnare pochi concetti chiari da inculcare durante gli allenamenti per poi vederli replicati in partita. Così si vince, con cinque-sei concetti di gioco.

È più facile allenare un giocatore forte tecnicamente oppure uno meno dotato ma con maggiore cattiveria e voglia di imparare?

Io mi sono trovato molto bene con i giocatori forti tecnicamente, soprattutto in Oman (Al-Orouba) e Arabia Saudita (Al Alhi). E lì onestamente ho capito che quando chiedi “A” a quel tipo di giocatori loro ti fanno anche B, C, D ed E senza che tu aggiunga altro. Quindi da questo punto di vista il lavoro dell’allenatore diventa molto facile. Certo è che in una squadra devono esserci anche i giocatori di quantità, che tra l’altro in certi momenti possono essere più decisivi dei giocatori di qualità. Deve esserci il giusto mix tra i due aspetti. Quello che posso dirti è che non amo i giocatori in grado di giocare in una sola posizione. Oggi il calcio si è evoluto in modo tale che ogni calciatore deve essere capace di adattarsi a due-tre posizioni.

Hai detto più volte che non ami il tiqui taqua. Volevo chiederti: tu che sei stato portiere, che idea ti sei fatto dell’attuale interpretazione del ruolo? Dal momento che sempre più squadre iniziano l’azione da dietro, non si rischia un po’ di esagerare, come certi errori macroscopici visti anche al mondiale dimostrano?

Stiamo sempre lì. Dipende dai giocatori che hai: in caso contrario va bene anche un lancio di 50 metri. Secondo me però oggi è effettivamente importante il ruolo del portiere in fase di possesso palla. Consente ai difensori centrali di giocare sempre in superiorità numerica contro le punte avversarie eludendo sistematicamente il loro pressing e, cosa non secondaria, sfiancandole. Però, appunto, va fatto con dei limiti.

 

A bordo campo a incoraggiare i suoi giocatori

 

Tu hai viaggiato tanto e spesso e volentieri sei andato ad allenare in posti in cui la tradizione calcistica non è esattamente paragonabile a quella italiana e/o europea. Volevo chiederti se, da questo punto di vista, sei stato – in quanto allenatore italiano – più tu a trasmettere o più tu a ricevere.

Mah, io credo che la scuola italiana sia tuttora la migliore. Poi è chiaro che quando vai all’estero c’è sempre uno scambio, per cui puoi imparare qualcosa anche in paesi che non hanno la stessa tradizione, quantomeno da un punto di vista culturale. Diciamo che personalmente ho imparato più dagli altri allenatori stranieri. Tra l’altro è difficile imparare in un posto in cui sei tu italiano ad essere imitato.

In quanto allenatore italiano e dunque garanzia di competenza calcistica hai sempre trovato il campo libero oppure ti è capitato di scontrarti con qualche dirigente?

Gli scontri ci sono sempre. Ma all’estero ci sono meno commenti, sicuramente. E devo dire che non ho mai subito alcun tipo di ingerenza nella mia gestione tecnica. E da quei pochi che c’hanno provato ho preteso senza mezzi termini il rispetto dei ruoli.

La scuola calcistica italiana è nota in tutto il mondo, e però la Nazionale non si è qualificata per i mondiali. Come è stata percepita all’estero – segnatamente in Arabia Saudita – questa clamorosa disfatta?

Per me è stata un po’ pesante. Anche perché loro si sono qualificati e noi no: non sono mancati gli sfottò. Onestamente non è stato bello, ma soprattutto come italiano.

Tu che spiegazione dai a questo fallimento?

Io credo che la nazionale funzioni a cicli. Hai visto cosa è successo alla Germania, no? Quello è un ciclo finito. Adesso devono ricominciare da zero. Perché quello che succede ai club capita anche alle nazionali. Poi è chiaro che anche una discutibile “politica calcistica” ha contribuito a rovinare il nostro calcio. È ovvio che non condivido l’idea della colpa all’allenatore, non esiste. Altrimenti giochiamo a tennis. Il calcio non è uno sport individuale, la responsabilità non è mai solo da una parte. Nel calcio servono nuove generazioni. Si investe poco nelle qualità individuali, soprattutto sotto l’aspetto tecnico. Ma è un problema che riguarda la nazione Italia più che la nazionale.

E questo vale anche per gli allenatori, giusto?

Certo. Negli altri Paesi ci sono diverse formule per arrivare a fare l’allenatore professionista, senza avere alle spalle un passato di calciatore con 300 presenze in serie A. Questo è un sistema che chiude le porte a quegli allenatori emergenti che possono magari essere più preparati di un ex calciatore di livello.

Da questo punto di vista, le eccezioni non mancano: Sacchi, Mourinho e lo stesso Sarri…

Certo, come no. Infatti sono questi gli esempi da seguire per provare ad emergere. Però è anche vero che non tutti sono come Sarri. Ci vuole tanta perseveranza e passione per arrivare a certi livelli. Sicuramente al giorno d’oggi è molto più difficile che una società punti su un allenatore semi-sconosciuto con delle idee innovative. Anzi, mi sento di dire che è quasi impossibile. Perché, appunto, si preferisce assegnare una squadra ad ex calciatori dal nome noto.

L’inizio dell’avventura in Oman alla guida dell’Al Oroubah (2016)

Quali sono state le esperienze che ti hanno dato le maggiori soddisfazioni e quali quelle che ti hanno invece deluso?

Generalmente mi sono trovato sempre bene, ti dicevo prima dell’avvincente esperienza in Bangladesh. Ma se proprio devo indicarti una tappa non esaltante ti cito quella vissuta all’Al-Orouba. In Oman all’inizio c’era grande entusiasmo, ma dopo tre mesi ho rescisso il contratto.  È stata più una delusione legata a problemi finanziari che non hanno consentito alla società di tenere fede al progetto iniziale.

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