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18 Luglio

Laurel Hubbard, la prima trans alle Olimpiadi

Alessio Nannini

3 articoli
Una competizione sleale, ma secondo le regole.

Innanzitutto il fatto. L’atleta neozelandese Laurel Hubbard parteciperà alle Olimpiadi di Tokyo – pandemia permettendo – segnando così due primati: l’età, 43 anni, che per la sua specialità (sollevamento pesi) risulta appunto un fatto straordinario. Ma poi, non da meno, Laurel era fino a sette anni fa Gavin, nato col fiocco azzurro nel 1978. Il lettore più sagace avrà già inteso che non del primo ma del secondo evento vogliamo qui parlare, subito con un paio di note. Uno, la premessa che in questa accettazione non c’è alcuna irregolarità. Hubbard infatti ha un livello di testosterone inferiore ai valori che il CIO ha stabilito per quegli atleti diventati atlete per via tecnica. Punto e a capo.

Due, il vaticinio che, archiviati gli Europei di calcio più “politicizzati” che si ricordino, sarà adesso il turno delle Olimpiadi maggiormente (chiediamo scusa per l’anglicismo) “politically correct” che mai.

Il preludio di questo, a dire il vero, c’era già stato tempo fa, quando una combriccola di volenterosi miglioratori del mondo sotto le insegne dello Geospatial Information Authority aveva proposto di – perdonali, spirito di Giuseppe Tucci – sostituire le svastiche assai presenti sulle mappe della capitale nipponica, laddove rappresentano la pagoda, con qualcosa di altro. Faccenda equivalente a immaginare un gruppo di neofemministe slave che chiedesse a noi italiani di cambiare i cartelli stradali perché “curva” nelle lingue loro vuol dire “prostituta”. Da uscire pazzi, converrete, ed evidentemente i giapponesi hanno fatto marameo: lo “swastika”, termine sanscrito maschile e simbolo millenario e nobile, resta dove è giusto che stia.

Svastiche sulle tende di un’edicola del Tempio di Okuno sul Monte Kōya, a Osaka (Giappone). Foto Gibler, via Wikipedia

Torniamo però alla notizia (non riportata, per intenderci, da siti come paginelucirosse.it), sull’atleta (occhio sempre agli apostrofi) neozelandese e sull’opportunità che un maschio mosso in femmina possa gareggiare con le donne. Breve biografia agonistica: Hubbard è stata Gavin fino ai 36 anni (2014) e prima di questo compleanno non aveva mai concorso a livello internazionale. I primi successi sono un argento ai campionati del mondo del 2017 e la medaglia d’oro ai Giochi del Commonwealth, dodici mesi dopo; vittoria questa che la seconda piazzata, la samoana Iuniarra Sipaia, aveva preso amaramente ritenendo che, sebbene evirata e lungocrinita, Laurel avesse ancora molta grazia da acquisire. Agli almanacchi insomma 6 ori e 1 argento in 8 competizioni dal 2017 al 2019.

Adesso Tokio. Dove, secondo quanto deciso dal CIO nel 2015, agli uomini diventati donne è concessa la possibilità di competere nella categoria femminile con livelli di testosterone inferiori a 10 nanomoli per litro per almeno 12 mesi della prima competizione. Lo dicevamo in apertura: nessun illecito da parte di Hubbard che, forte del quarto risultato nella categoria +87 chilogrammi, ha chiuso da tempo la sua valigia. Ragioniamo però sulle colleghe di Hubbard, sia quelle che il bagaglio non lo hanno fatto sia quelle che l’hanno conosciuta in gara. Anzi diamo loro la parola: «È ingiusto perché dopo tutto Laurel è ancora un uomo, anche se ha fatto l’operazione. Certo è cambiato dal punto di vista fisico ma le sue emozioni, la sua forza e tutto il resto rimangono maschili».

Questo era il commento della citata Sipaia quattro anni fa. Tracey Lambrechs, pesista e concittadina, il 6 luglio scorso ha invece parlato al “National Review” di pressioni da parte della federazione neozelandese per i Giochi del Commonwealth del 2018, vinti da Hubbard, in vista dei quali Tracey afferma di essere stata costretta a cambiare categoria di peso: «Mi dissero che se volevo andare ai Giochi avrei dovuto perdere 18 chili in tre mesi oppure ritirarmi». Per farle spazio. E poi ha rincarato la dose:

«Siamo tutti a favore della parità di diritti, ma se un soggetto di 43 anni biologicamente maschio viene autorizzato a vincere le Olimpiadi quanti uomini in futuro cambieranno genere per rubare il podio a noi donne? Sarebbe più corretto assegnare due medaglie».

Siccome due indizi non fanno una prova ma tre sì, ci fermiamo a queste testimonianze e il resto fatelo voi.



Si è fatta per anni una barzelletta di certe atlete pesanti e baffute della DDR, e pelose no per transizione ma per assunzione di ormoni, in quanto affamate di medaglie per la gloria della propria nazione, al punto che Heidi Krieger finì per diventare Andreas nolente. Era umorismo sacrosanto di fronte a una palese ma non accertabile (allora) violazione della sportività.

Adesso invece è un guaio dire che questa transessuale forzuta, Laurel Hubbard già Gavin, forse non dovrebbe partecipare in competizione con donne nate donne, e no perché noi si sia illiberali – lo scrivente ha la coscienza pulita – ma per correttezza. Un maschio, quanto a forza, prevale quasi sempre sulla femmina, e noi che abbiamo a cuore le pari opportunità in gara a quel “quasi sempre” ci appenderemo affinché Hubbard non primeggi. Proviamo poi a rovesciare il fenomeno: una donna che cambia il suo sesso e gareggia con gli uomini può vincere? No, e infatti i casi su cui ci toccherà discutere e polemizzare saranno sempre di senso opposto.

Un episodio in particolare aveva evidenziato la questione in termini che ci paiono abbastanza oggettivi, crudi e purtroppo gravi.

Siamo nella MMA, le arti marziali miste, e quindi al di fuori delle discipline olimpiche. È gente che si mena senza tante cortesie, piedi, mani, testa, tutto, e questo vale per i maschi e le femmine. Ebbene in un incontro andato sul quadrato nel marzo 2013 nei sempre più inclusivi USA, si sono sfidate Ericka Newsome e Fallon (sic!) Fox, questi una transessuale ovvero nata uomo. Il confronto all’interno della gabbia è durato fino al secondo 39 della prima ripresa, allorquando Fox ha steso l’avversaria con un colpo di ginocchio alla testa e provocando una frattura al cranio. Vittoria fulminea poi celebrata da Fallon al microfono di Seth Petruzzelli con la sua voce da Renato Bruson.

Un video per stomaci forti: francamente, tutto ciò lascia basiti e inquietati.

È lecito chiedersi se sia questo l’agone che desideriamo vedere, e se non sia invece questo circo una truffa con vittime, prima che noi spettatori, principalmente le donne. La risposta (almeno qui) è no. No e no. Dunque, altrove e in un altro tempo che rischia di avere più somiglianze con il nostro di quanto si possa ipotizzare e augurare, c’è una storiella da dire, che chiude questo articolo ed evidenzia quanto il raggiro non abbia un preciso colore ma soltanto uno scopo: vincere “rubando”.

Olimpiadi di Berlino, 1936. È l’evento che presenta al mondo la Germania di Hitler, al potere da tre anni, e dato sì che di Terzo Reich si tratta, quindi di impero, il vessillo nazista (con la svastica sì deturpata nel suo significato) deve sventolare il più possibile ma con atleti belli come soltanto loro, gli ariani. Nella specialità del salto in alto l’atleta di casa più promettente si chiama Gretel Bergmann. Ebrea. Tanto era bastato a farla allontanare, poi richiamata su pressioni internazionali al pari di tutti gli atleti tedeschi di origine giudaica e convocata, e infine messa da parte perché, stranamente, i suoi risultati nelle gare immediatamente avanti ai Giochi non avevano dato risultati incoraggianti, o insomma questo dicevano le autorità brune.

Al suo posto scende in pista la compagna di stanza di Gretel. Lei è Dora Ratjen e nonostante la giovanissima età, neppure diciottenne, è una cangurina. Finisce quarta, appena fuori dal podio, di un soffio. Ma si fa conoscere e dopo solo un anno primeggia in patria nel campionato nazionale.

Nel 1938 poi, agli Europei di Vienna, prende medaglia d’oro e fa segnare il primato mondiale: 170 centimetri, ben cinque in più delle altiste americane Jean Shirley e Babe Didrikson-Zaharias. Gloria imperitura ai moderni nibelunghi. Salta di qui, salta di qua, Dora però finisce per incespicare in una distrazione o più propriamente in ciò che Madre Natura aveva disposto per lei via DNA, incurante del suo desiderio di novella Atalanta: la ricrescita. Pare infatti che, nello scompartimento di un treno dove sedeva in gonnella insieme a delle colleghe, queste si accorsero che la peluria sulle guance, benché bionda come Himmler stravedeva, avesse ben poco di femmineo: tana per Dora, in realtà Heinrich. Che là chiuse la carriera, riconsegnando i trofei e ritirando lui stesso lontano dalle competizioni, dalle cronache, dalle luci della ribalta con dignità e senza capriccio. Dove in conclusione, secondo molti, Hubbard dovrebbe finire.

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