Calcio
05 Luglio 2022

La Lazio dei -9 e la terra promessa

La lazialità racchiusa in un'annata (molto) difficile.

Per capire serve una mente semplice. Semplice nel senso di essenziale, senza troppe sovrastrutture. Più ci ragioni, più la complichi e meno ci arrivi. È una storia di sport, di giustizia, di imprese calcistiche ma la vicenda rappresenta anche un archetipo universale e, come tutti gli “exempla”, va presa per quella che è. Il mondo non è giusto e la giustizia non è di questo mondo, il tema è un altro. Giuste o ingiuste le cose avvengono, conta come si reagisce. La Lazio si ritrova senza colpa in una storia di calcio scommesse, e non è neppure la prima volta. Una storia di uomini che solo gli uomini potranno riscrivere. Con le loro forze, i loro mezzi. Modificando l’ampiezza dei propri difetti. Non c’è morale, né consolazione da lieto fine. Non va vista così. La verità è che si rinasce – quando si rinasce – solo con un umile lavoro di gruppo e con unità d’intenti, dunque non chiamiamoli eroi. Chiamiamoli uomini. La data finale da tenere a mente è domenica 5 luglio 1987.


LA DISCESA NEGLI INFERI


Se nel 1980 la giustizia sportiva aveva invertito la sentenza della giustizia ordinaria condannando la Lazio alla retrocessione d’ufficio, sei anni dopo non c’è neanche bisogno di sciorinare le prove circostanziali. La giustizia degli uomini non guarda al vero assoluto ma alla parte del vero che fa tornare i conti. Il 2 maggio 1986 viene arrestato Armando Carbone, braccio destro di Italo Allodi (a quel tempo dirigente del Napoli). Carbone rivela l’esistenza di un giro di scommesse illecite riguardanti alcune partite di calcio dalla Serie A fino alla Serie C2, negli anni che vanno dal 1984 al 1986. Sulla scorta delle dichiarazioni la magistratura compie i suoi passi.



L’allora presidente del Vicenza Dario Maraschin ammette di aver versato 120 milioni di lire per vincere la partita contro l’Asti e lo spareggio contro il Piacenza nel Campionato di Serie C1 1984-1985, ma afferma di non aver mai tentato di aggiustare partite della Serie B per la stagione successiva. Alcune intercettazioni telefoniche dimostrerebbero il contrario, soprattutto per quanto riguarda gli incontri con Monza e Perugia. Anche il presidente del Perugia, Spartaco Ghini, ammette che la sua società, unica tra quelle inquisite a preferire la retrocessione piuttosto che una forte penalizzazione, aveva commesso illeciti sportivi. Vengono deferite alla procura federale della FIGC:

Bari, Napoli, Udinese in Serie A; Brescia, Cagliari, Empoli, Lazio, Monza, Palermo, Perugia, Sambenedettese, Triestina, Vicenza in Serie B; Cavese, Foggia, Reggiana, Carrarese, Salernitana in Serie C1; Pro Vercelli in Serie C2.

Alcune verranno prosciolte, altre subiranno penalizzazioni differenziate. Nel caso della Lazio un giocatore biancoceleste, Claudio Vinazzani, è accusato di essersi venduto per garantire risultati a uso di scommettitori privati. Lo dice la magistratura competente. Vero? Falso? Se è vero, qual è o quali sono le partite incriminate? Non è chiaro. Se il calciatore si è venduto, chi lo ha comprato? E perché mai è coinvolta la società, in nome di un’astratta responsabilità oggettiva? Allenatore e giocatori si trovano a Gubbio (PG) per la preparazione estiva.


PARLARE CHIARO


Primi di agosto del 1986. Fibrillazione e insofferenza, peggio che morire c’è il non sapere cosa sarà fra dieci minuti. Il tecnico Eugenio Fascetti sta parlando con il gruppo in mezzo al campo. La radio ha appena passato la notizia, la Lazio è stata condannata alla retrocessione in serie C: «Chi vuole andare vada. Ma chi decide di restare dia il massimo e combatta fino alla fine». Parole di un uomo che alla firma del contratto si aspettava ben altra situazione e che ora ha almeno il diritto di capire con chi ha a che fare. Il bomber Giuliano Fiorini si alza e dice: 

«Io resto, qualunque cosa succeda».

Non ci sarebbe nulla d’indecente nell’andar via. Nel 1985 Gabriele Pin aveva vinto l’Intercontinentale assieme a Platini, ritrovarsi in Serie C non sarebbe il massimo. Eppure una voce interiore gli dice ‘Resta‘. Quale persona sana di mente rimarrebbe in quella situazione? Qui siamo oltre l’atto di fede, è quasi masochismo. Restano tutti, ma non basta. Fascetti è uomo navigato e sa come va il mondo. E soprattutto sa che un conto è l’emotività del momento, un altro è dare continuità e risultati ai buoni propositi iniziali. Gli uomini non sono santi, e neppure mostri. Sono per l’appunto uomini e quando la vita chiede il massimo, “io resto” è una bella risposta ma non è sufficiente.


L’INFERNO RIMANDATO A SETTEMBRE


La sera del 27 agosto, Lazio-Napoli non è solo una partita di Coppa Italia. È una preghiera collettiva che lo Stadio Olimpico rivolge per 90 minuti a un Dio che non si vede. Il risultato non conta, l’importante è esserci. Maradona e compagni non danno scampo. Non fa nulla, bisogna far sentire la vicinanza alla squadra. Corre voce che la sentenza può essere almeno mitigata, che si potrebbe rimanere in B con punti di penalizzazione. C’è chi è stato assolto e chi se l’è cavata con poco. I tifosi si sentono vittima di un’ingiustizia, o perlomeno di una palese sperequazione.



Nella notte il verdetto di secondo grado modifica il primo giudizio. La Lazio è riammessa nel campionato di B, con 9 punti di penalizzazione. Quella che sembra una sentenza benevola è in realtà un inferno rimandato. Ogni successo vale due punti, ci vorrebbero quattro vittorie più un pareggio per raggiungere quota zero. Ma a certe domande non si può rispondere “io resto” per buona educazione. Te la sbatti, la buona educazione. Bisogna provvedere.


UNA ROSA DA SERIE A


A vedere la formazione viene da pensare a una squadra da metà classifica della categoria superiore. Il portiere Terraneo ha ricevuto richieste anche dall’Inghilterra. Pin è un pluridecorato, Mimmo Caso un ultratrentenne campione d’Italia con l’Inter che una volta ha indossato la maglia della Nazionale. Fiorini è un grande attaccante, coadiuvato da Poli e Mandelli. Raimondo Marino è un difensore a suo agio in due o tre ruoli, Gregucci Brunetti e Acerbis promettono bene.

Eppure, nel 1986 la squadra cammina sul filo dell’abisso. Eugenio Fascetti è empatico ma duro. Carattere spigoloso e fin troppo reattivo, volendone parlar male è perlomeno il male necessario. Solo uno con quella grinta può governare una barca sfondata come la Lazio 1986-87. Mosè ha avuto il compito di portare un popolo nella Terra Promessa, Fascetti deve raggiungere un porto sicuro. Costi quel che costi.

Il campionato inizia il 14 settembre, la Lazio toglie il segno meno dalla classifica il 2 novembre. Che fatica giocare ogni volta con quella tensione addosso. A inizio 1987 si cominciano a vedere i segni della stanchezza: ritmo forsennato, stress, impossibilità di sbagliare. Con nove punti in più e tutt’altra condizione psicologica la Lazio raggiungerebbe la Serie A in carrozza, così lotta per non morire. Tenere insieme il gruppo è difficile, si può passare dall’euforia alla depressione in un attimo. All’ultima giornata, Lazio-Vicenza è un bivio che non ammette terze vie: chi perde va in C, un pareggio farebbe forse retrocedere entrambe. Si profila la possibilità degli spareggi, ma per arrivarci bisogna prima vincere quella partita. È domenica 21 giugno 1987.


FIORINI


Giuliano è un leader, a modo suo. Se avesse avuto più continuità e maggiore disciplina avrebbe fatto altra carriera. Alla soglia dei 30 anni è a Roma e ai suoi gol si chiede la salvezza. Durante la stagione ne ha fatti sei ma è il settimo sigillo a passare alla storia. Minuto 83 di Lazio-Vicenza, lo stadio è in preda alla disperazione. Sull’ennesima azione in avanti, cross dalla trequarti di Acerbis, respinge la difesa avversaria. In posizione centrale recupera palla Esposito che cede a Podavini. Il terzino biancoceleste fa due passi e da fuori area tenta la conclusione. Un tiro sbagliatissimo si trasforma in un assist a centro area per Fiorini.



Il centravanti arpiona la palla ed elude l’intervento del diretto marcatore facendola scivolare in avanti. Il portiere accenna all’uscita ma sul tocco in allungo del numero 11 non può nulla. C’è ancora vita da vivere. Arrivano i primi verdetti: salgono in Serie A Pescara e Pisa. Cesena, Lecce e Cremonese faranno gli spareggi-promozione, retrocedono Cagliari (penalizzato di 5 punti per il calcio scommesse), Catania e Lanerossi Vicenza. Ma poiché si retrocede in quattro Lazio, Taranto e Campobasso devono dare vita agli spareggi. Le partite-salvezza si svolgeranno al San Paolo di Napoli, le prime due classificate ce la faranno, la terza scenderà. Il peggio arriverà, ma intanto oggi si gioisce. 


POLI


La Lazio ha vissuto in apnea e ha speso molte più energie delle avversarie. Malgrado ciò, sabato 27 giugno sembra in buona condizione atletica e quando costruisce gioco, costringe la difesa del Taranto a serrare le fila. Poi nella ripresa, avviene l’incredibile. Azione di alleggerimento, pasticcio difensivo, Terraneo cerca di salvarsi, respinta corta. L’attaccante De Vitis appare in netto fuorigioco ma segna e l’arbitro convalida. La reazione è veemente ma la partita finisce così. E quando, quattro giorni dopo, Taranto e Campobasso pareggiano per 1-1 la situazione si delinea. I pugliesi sono aritmeticamente salvi, al Campobasso basterà non perdere con i biancocelesti.

In casa Lazio la fede, l’impegno, l’unità del gruppo rischiano di essere stati un’illusione.

25mila tifosi presenti a Napoli hanno la sensazione di aver fatto un viaggio invano. Ma domenica 5 luglio 1987 lo Stadio San Paolo parla un dialetto che non gli appartiene. Sono oltre 30mila i tifosi laziali sugli spalti, altri non sono riusciti a entrare, altri ancora sono ostaggio dell’Autostrada del Sole. Dove non arrivano le gambe la forza dei nervi fa da trazione alternativa, ma il primo tempo finisce 0-0. Nella ripresa la Lazio prosegue nella tattica di sfiancamento dell’avversaria. Caso imposta sulla trequarti sinistra, lascia il pallone a Piscedda che di esterno destro mette al centro.


Una giornata storica per il tifo laziale

In stagione Fabio Poli ha segnato solo quattro volte, qualche gol in più avrebbe evitato sofferenze. Non è alto ma ha buona elevazione e capisce che il cross può essere ben sfruttato a centro area. Si avvita e arriva prima del diretto marcatore, la palla prende forza e si spegne in rete. La gioia di Poli è incontenibile e nel modo di festeggiare è racchiuso il senso di una sofferenza lunga un anno. Mentre gli spalti fanno festa, lui fa tutto il giro del campo per abbracciare chi è in panchina. Con una preferenza, Fascetti, con il quale non era mancato qualche battibecco. È fatta.

L’anno dopo Eugenio Fascetti riporterà la Lazio in Serie A. Dal 1988 la squadra non conoscerà più la B. Non saranno sempre rose e fiori, ma rispetto a 35 anni fa oggi è un’altra cosa. Uno scudetto nel 2000 e altri titoli, nazionali e internazionali. Tutto ha origine il 5 luglio 1987.


COME MOSÈ


Come aveva fatto Mosè con gli Ebrei, Fascetti avrà dunque portato una squadra, una società, una tifoseria nella Terra Promessa. Ma proprio come il suo “predecessore”, non vi entrerà. Uno “aveva amato più la legge che l’uomo”, l’altro andrà in rotta di collisione con la società per scelte tecniche non condivise. Per i tifosi il tecnico viareggino, quasi 84 anni, è a tutt’oggi una leggenda. E pensare che nel 1986, poco prima del calcioscommesse, Neno era venuto a Roma per un’annata tranquilla e per salire in A con una squadra ben attrezzata. Ma aveva fatto doppiamente male i conti: a Roma la tranquillità non esiste. Secondo, quando la vita vuole gli straordinari, bisogna rispondere “presente”. Come poi ha fatto lui. Il no, non è proprio contemplato. Amen.

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