I laziali lo sanno. Quella di ieri è stata più di una “semplice” vittoria in Europa League, in un’andata di un quarto di finale qualunque, contro un qualunque Red Bull Salisburgo. L’atmosfera che si respirava era quella “delle grandi occasioni”, e la Lazio l’ha colta al volo. Più che per l’evento europeo, già importante per sé, era l’andata che non andava fallita. La Lazio ha imparato dagli errori del passato (1-0 con lo Steaua e 2-2 con la Dinamo Kiev); è scesa in campo con una grinta particolare, ma non solo. Il gioco è fluido fin dalle prime battute, il Salisburgo lascia campo (troppo) e la Lazio dimostra di essere squadra più europea che italiana: quando i biancocelesti hanno spazio, imbucano. Accade la prima volta dopo 8 minuti di gioco. Segna Lulic, per distacco il migliore in campo.

L’esultanza di Lulic dopo il gol del vantaggio (foto Marco Rosi/Getty Images)

La reazione degli austriaci non è un granché. Ma ad un avvio timido e dimesso, probabilmente timorosi (loro) di uno stadio infuocato dai colori del cielo, il Salisburgo risponde con il gioco. Non con la grinta né con quel piglio e quella sfrontatezza necessari per recuperare un quarto di finale di Europa League, ma col gioco, questo sì. Gli scambi rapidi e veloci tra il centrocampo e l’attacco, legati tra loro dal qualitativo e quantitativo lavoro del 42, Xaver Schlager (classe ’97), mettono in difficoltà una difesa alta, ma non sempre rapida a rinculare, come quella della Lazio di ieri sera. Poi l’episodio che fa infuriare la Lazio, i laziali, e Simone Inzaghi, su tutti. L’arbitro, il rumeno Ovidiu Hategan, inventa i riflettori e li punta su di sé, forse per noia.

 

Da una palla che spiove dalla destra, innocua, Basta protegge sull’avversario l’uscita della traiettoria del cross sull’esterno. Passa qualche secondo (dodici, per la precisione), e l’arbitro indica il dischetto, andando poi ad ammonire lo stesso Basta, incredulo come chiunque altro. Dal dischetto va Berisha, ed è 1-1. Il clima di tensione che lo stadio, passando per l’arbitro e il Red Bull Salzburg, trasmette ai giocatori della Lazio favorisce una reazione immediata, ma confusa. Si va al riposo sull’1-1, dopo due contatti dubbi in area Salisburgo (specie uno su Luis Alberto).

Le proteste di Simone Inzaghi nei confronti dell’arbitro Ovidiu Hategan (foto Marco Rosi/Fotonotizia)

Nella ripresa, dopo l’ingresso di Inzaghi in campo a “colloquio” con la rosa arbitrale, accade qualcosa di incredibile, ed imprevedibile. Sembra la fotocopia del match contro la Dinamo Kiev, ma sugli spalti si teme addirittura il peggio. Il Salisburgo è infatti squadra temibilissima quando gioca; eppure, se attaccata nella maniera giusta, può andare in difficoltà. E così accade.

 

La Lazio scende nella ripresa con un altro piglio. Rinvigorisce il pressing, aumenta la velocità del palleggio e sposta l’inerzia della gara nuovamente dalla sua. Su un’azione splendida, manovrata dalla sinistra alla destra del campo, in uscita dalla difesa, arriva un rasoterra tagliato di Luis Alberto che Parolo (prestazione stoica, la sua, ieri sera) sfrutta come meglio non potrebbe, regalando ai paganti persino un gesto tecnico a lui (di norma) estraneo, il colpo di tacco. 2-1 Lazio. A quel punto la partita può indirizzarsi in due sole direzioni: punteggio tondo Lazio o psicodramma Lazio. Dopo il 2-2 del neo-entrato Minamino al 71′ (proprio al 71′), lo stadio è nel silenzio più totale, e si accascia sul sentore dello psicodramma. Si alza flebile, orgoglioso ma spento, il coro della Curva Nord con l’apporto della Tevere. Qualche grido di sconforto, qualche inutile ma lazialissimo piagnisteo, a non sovrastare il sottofondo dei tamburi incessanti del tifo austriaco, numeroso e rumoroso dal primo all’ultimo minuto.

L’atmosfera dell’Olimpico (foto Paolo Bruno/Getty Images)

In campo, però, c’è ancora chi può con la spensieratezza e la follia d’un dribbling “osato” nel fiato di 50.000 persone risolvere le cose. Felipe Anderson. Entrato da 10 minuti al posto di Luis Alberto, il brasiliano prende palla dalla trequarti, punta tre difensori e li salta tutti in velocità. Arriva a tu-per-tu col portiere avversario e lo fredda. Dal nulla, un lampo di genio, e la Lazio è di nuovo grande. 3-2, gol di Felipe Anderson, ma siamo ancora al 74′. La Lazio continua a giocare, spinta non nelle gambe, com’è ovvio, ma nella testa e nel cuore (nel sangue di un gruppo compatto, tutt’uno con l’ambiente) da un entusiasmo che contagia lo stadio. E lo stadio, a sua volta, contagia la Lazio. 4-2 di Immobile, minuto 76′, e partita in cassaforte (non ancora la qualificazione). Due volte in vantaggio, due volte recuperata. Ma questa Lazio non molla mai; questa Lazio è amata dai laziali, come non accadeva da decenni. In una stagione non facile, lunghissima, tiratissima e sfortunata (al di là di ogni VAR), il gruppo è rimasto fin’ora compatto.

Il gran gol di Felipe Anderson per il 3-2 Lazio

L’ormai imminente partenza di De Vrij non ha spaccato l’equilibrio dello spogliatoio, al punto che l’olandese è anzi di volta in volta tra i migliori in campo. L’età dei veterani Lulic e Radu, dopo partite come quella di ieri sera, passa in secondo piano. Sontuosi entrambi. La sfrontatezza eccessiva e tutta serba di un talento come Milinkovic-Savic, anche ieri in difficoltà ma utilissimo alla causa, annessa al genio di Luis Alberto e alla Saudade di Felipe Anderson, splendidamente coinvolti e coinvolgenti un Ciro Immobile da urlo, a segno quando conta (ovvero sempre). La grinta di Simone Inzaghi, le idee di Inzaghi, la pazienza e la lazialità di Simone Inzaghi. Su tutti c’è Simone Inzaghi. Una squadra costruita con pochi soldi che si ritrova in rosa, dopo aver speso poco più di 5 milioni di euro, uno dei mediani più forti d’Italia: Lucas Leiva, veterano rigenerato dalla città eterna. Che si ritrova, dopo un anno di Salernitana, un ragazzino niente male, dalla personalità veterana: Luiz Felipe Ramos, classe ’97. E poi, ancora, Strakosha (classe ’95), Parolo, sempre, poco elegantemente, essenzialmente e fondamentalmente Marco Parolo. Solo per citare chi ha giocato, entusiasmandoci, ieri sera. La Lazio c’è. La carne è debole, ma lo Spirito è forte.


Foto di copertina: Marco Rosi/Getty Images.