Alla Juventus servono tre punti in due partite di campionato per alzare lo Scudetto (contro Crotone e contro Bologna, non proprio le prime della classe); la finale di Cardiff attende di essere giocata, ma sta lì – tempo al tempo. Non rimane che la finale di Coppa Italia, per rendere realizzabile – battendo la Lazio all’Olimpico – il sogno triplete. Non c’è squadra che chiederebbe di meglio a questo punto della stagione. Tranne una: la Juventus. Perché per una società nata per vincere quello che conta è il presente, e la strettissima attualità della Vecchia Signora alla vigilia della finale di Coppa Italia non era delle più rosee. La sconfitta con la Roma, terza partita consecutiva senza vittorie in campionato, e le sette reti subite nelle ultime quattro sfide (compreso il ritorno con il Monaco), erano tutte noie che se non hanno turbato l’autostima dei bianconeri, li hanno quantomeno costretti ad uno sforzo ulteriore. Ma è questo il punto. Non ci stancheremo mai di ripetere il concetto chiave di marca bianconera: la Juventus non perde mai realmente le partite. Lo dicono (anche) le statistiche. Nel breve periodo dei due pareggi con Atalanta e Torino è arrivata (nel mezzo) la doppia semifinale di Champions League contro il Monaco (portata a casa con successo).

Nainggolan prova a sfidare l'assolutismo, sfidando i tifosi juventini dopo il 3-1

Nainggolan prova ad arginare l’assolutismo, sfidando i tifosi juventini dopo il 3-1

In settimana, senza muoversi dal territorio romano, la Juventus aveva subito una reazione d’orgoglio dalla Roma; Scudetto rimandato (con ancora quattro punti di vantaggio), ma finale di Coppa Italia vinta. Ora è evidente che ad Allegri, come a nessun altro allenatore, piaccia perdere, ma nel 3-1 di qualche giorno fa contro i giallorossi l’atteggiamento dei bianconeri (e le scelte del suo allenatore) andavano più verso il ci basta un punto, e pure se fosse rimandiamo la festa in casa nostra che non verso il mangiamoceli! Con la differenza che poi, contro la Lazio, non è servito nemmeno sforzarsi troppo. La situazione in Italia è preoccupante: il livello delle diciannove squadre che partecipano alla competizione è di gran lunga più basso rispetto a quello juventino. Non scordiamoci che la Lazio è quarta in campionato. E in Italia, tolte le prime tre, se la gioca (per vincere) con tutte le altre. Ieri, dopo l’1-0 Juventus, non è esistita partita. Ecco che allora da secondo titolo stagionale, la conquista della Coppa Italia aveva acquisito una priorità oggettiva su tutto il resto – perché è così che ragionano le squadre vincenti. Non una grande prospettiva per la Lazio, che per la seconda volta in stagione si è trovata di fronte una Juventus desiderosa di correggere passi falsi e allontanare i cattivi pensieri: erano stati proprio i ragazzi di Simone Inzaghi a dover subire la dimostrazione di forza cui era chiamata la Juventus dopo la sconfitta di Firenze nel gennaio scorso. E come in un film già visto, il risultato non poteva che essere il medesimo: 2-0 per la squadra di Allegri con entrambe le reti messe a segno nel primo tempo (dopo poco più di 20’ di gioco, e guarda caso in entrambi i gol c’è lo zampino di Alex Sandro; quando manca il terzino brasiliano – come dall’altra parte Dani Alves – la Juventus non è più così marziana).

Dani Alves festeggia il gol dell'1-0

Dani Alves festeggia il gol dell’1-0

E dire che la Lazio era partita bene. Ma il palo di Keita al 7’ è stato l’unico argomento speso dai biancocelesti a sostegno della (pseudo) crisi bianconera. Tesi ribaltata soli cinque minuti dopo dall’uomo più in forma di Allegri: Dani Alves. Il brasiliano, alla trentesima finale della sua carriera, ha scelto il momento decisivo della stagione per far mostra di tutte le sue qualità e ricacciare indietro i dubbi che aveva alimentato con le esibizioni di inizio stagione. Adesso è un autentico trascinatore: difende, costruisce, rifinisce e segna. E, cosa ancor più importante, a 34 anni ha ancora fame di vittoria. La medesima fame dipinta sul volto rabbioso di Bonucci, forse il più deluso dopo la sconfitta di domenica sera con la Roma. Aveva detto, in perfetta sintonia con il suo allenatore, che andavano rialzate le antenne e che ulteriori passi falsi non erano ammessi. Detto fatto. Oltre alla consueta direzione difensiva, il centrale della Nazionale, sugli sviluppi di un calcio d’angolo battuto da Dybala e spizzato da Alex Sandro, ha siglato il raddoppio e di fatto chiuso il match dopo appena 25 minuti di gioco. Dal quel momento in poi pura gestione per i bianconeri, che hanno trovato in Neto un valido oppositore alle (rare) insidie portate avanti nella ripresa da Felipe Anderson e Immobile. Sul secondo, come sul primo, difficile dare un giudizio. La Lazio che aveva se non dominato quantomeno meritato contro la Roma (nel 2-0 della semifinale di andata) è parsa avere qualche categoria di differenza rispetto alla Juventus di ieri sera. A livello tecnico è normale che sia così. A livello di cuore, di grinta e di voglia di vincere, lo è meno. Tolte due/tre folate offensive frutto del talento di pochi singoli (Milinkovic e Keita su tutti), la Lazio non ha mai dato l’impressione di poter far male alla Juventus.

La delusione della Lazio poco prima della premiazione

La delusione della Lazio poco prima della premiazione

Quello che sta accadendo in Italia a livello calcistico (cinesi permettendo) è simile a quel che, in materia di politica ed economia, accadde in epoca medievale con la formazione della società feudale. In mancanza di poteri forti, ci si appoggia ai principi delle singole “regioni”. Il principe più forte ingloba tutti gli altri contadi, e nascono le signorie. Higuain (ex Napoli) e Pjanic (ex Roma) hanno scelto di entrare a far parte della signoria più potente d’Italia (e non solo d’Italia), indebolendone le concorrenti. Sul discorso mentale già si è discusso a lungo. Ma sull’aspetto economico andrebbero analizzate nel dettaglio le cifre spese dai bianconeri per costruire quella che oggi è una dittatura senza opposizione; oltre alla plusvalenza di Pogba, gli acquisti di Barzagli, Khedira e Dani Alves sono tutti a parametro zero. Le cifre spesi per Bonucci e Chiellini sono nettamente inferiori al valore che nel tempo hanno dimostrato questi due fantastici difensori. Troppo poco questa Lazio. Troppo poco la concorrenza in Serie A. Per la Juventus un altro record: terza Coppa Italia consecutiva (la dodicesima della storia), impresa che finora non era mai riuscita a nessuno. Domenica in casa contro il Crotone la Juventus cercherà di uccidere l’ennesimo traguardo: vincere contro i calabresi per portare a casa il sesto scudetto consecutivo. Soltanto dopo ci si potrà concentrare sul piatto forte, la finale di Cardiff con il Real Madrid. Per ora va solo registrato che in Italia la dittatura non è scomoda a nessuno. Non lo è, essenzialmente, perché non vi è l’ombra di chi possa sovvertirla.