Il calcio è le sue regole. Non solo, per fortuna, altrimenti il suo diletto sarebbe riservato a giuristi e a fanatici della moviola. Ma le regole rivestono un ruolo fondamentale: quando nel 1863 i rappresentati dei principali club inglesi fondarono la Football Association, e tale evento viene considerato l’atto di nascita del calcio moderno, i loro incontri avevano quale scopo primario la codificazione delle regole del gioco. Siccome le regole cambiano di rado – questa è una garanzia del loro successo –, in ogni giovane generazione che inizia ad appassionarsi al calcio sorge legittimo il dubbio che le leggi del gioco siano rimaste pressoché inalterate dai primordi. Non è così, e il calcio si evolve in parallelo con le sue leggi.

Il raduno di Cambridge del 1863 dove si decisero le prime regole del calcio

Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso il football ha decisamente imboccato una via segnata, nei suoi tratti chiave, da difensivismo, attesa, posizionamento in copertura e rottura del gioco altrui (nonostante ciò, alcune sfide fra nazionali disputate nel decennio in oggetto rappresentano autentiche pietre miliari). La situazione di stallo diventa evidente nel corso dei Mondiali ’90 e degli Europei ’92: le medie gol crollano (2,21 reti a partita nel primo caso, ancora più bassa nel secondo), lo spettacolo latita. Molte squadre hanno iniziato a impostare una tattica che prevede l’impiego di cinque uomini in difesa, e spesso senza autentici cursori sulla fasce, più tre a centrocampo e due in attacco. Se si eccettuano le punte più avanzate (Sacchi, Maturana, Cruyff, tra i nomi più illustri), a posteriori si può sostenere che, a quelle condizioni, non era più possibile un avanzamento dell’intero movimento calcistico senza una svolta.

Johann Cruyff allenatore del Barcellona, nel 1996 (foto Bernd Lauter/Bongarts/Getty Images)

Il tentativo di invertire la rotta parte dai vertici del calcio mondiale, da personaggi la cui condotta spesso ha fatto storcere il naso (si parla in primis di Havelange e Blatter), ma che in questo frangente adottano le giuste mosse: non solo l’idea base di modificare l’approccio al gioco partendo dalle regole, ma soprattutto la selezione delle singole riforme e la capacità di portarle a compimento. Le proposte passano al vaglio dell’IFAB, l’organismo che dal 1886 ha il monopolio sulla gestione del regolamento, e danno i frutti sperati. I cambiamenti alle regole del gioco decisi nel corso degli anni Novanta costituiscono le fondamenta del calcio che vediamo giocare oggi, e hanno salvato il gioco che amiamo dal rischio più grande nel quale può incappare, ovvero morire di noia. Vediamo allora quali sono stati gli elementi di quella autentica rivoluzione.

 

Tre punti a vittoria

Un primo strumento per incentivare le squadre ad attaccare di più è stato quello di premiare maggiormente la vittoria. Semplice e intuitivo. All’epoca venivano assegnati due punti alla formazione vincitrice e uno in caso di parità – si parla ovviamente delle competizioni strutturate in gironi all’italiana, sia in toto (campionato nazionale, gironi di qualificazione alle competizioni internazionali), sia nel corso delle fasi preliminari (Mondiali, Europei, Coppa dei Campioni).

La formazione campione d’Italia della Juventus (1994/95, la prima stagione di Serie A con la formula dei tre punti a vittoria)

L’esempio è tratto dal campionato inglese, nel quale la regola dei tre punti a vittoria è applicata sin dalla stagione 1981/82. In passato si erano già sperimentati altri metodi alternativi di assegnazione del punteggio, ma mai del tutto convincenti – ad esempio la Ligue 1, tra il ’73 e il ’76, assegnava un punto in più a chi avesse vinto una partita con almeno tre gol di scarto; il tentativo inglese è parso, e a ragione, il più appropriato. Pertanto i Mondiali del ’94 costituiscono la prima competizione internazionale nella quale la squadra che vince un incontro incassa tre punti anziché due. Nel campionato italiano, la nuova regola viene introdotta a partire dalla stagione 1993/4 nelle serie semi-professionistiche, e poi allargata dall’anno successivo a tutte le competizioni.

 

L’interpretazione del fuorigioco

È un elemento spesso sottovalutato, ma la modulazione della regola del fuorigioco ricopre un peso determinante ai fini del gioco. Per ragioni simili a quelle che hanno mosso la rivoluzione regolamentare degli anni Novanta, ovvero la diminuzione dei gol e il calo dello spettacolo, nel 1926 la regola venne cambiata: il numero minimo di avversari tra l’attaccante e la linea di porta, affinché l’attaccante non fosse considerato in posizione irregolare, fu portato da tre a due (come è ancora al giorno d’oggi). Tale modifica, oltre a garantire un aumento del gioco offensivo, generò una rivoluzione tattica di notevole portata tramite l’introduzione e la diffusione del sistema, consistente in soldoni nell’aggiunta di un uomo in difesa.

 

Siamo nella stagione 1990/91 quando viene introdotta una prima parziale variazione alla regola, sintetizzabile in tali termini: l’attaccante in linea non è in fuorigioco. Ma l’autentica svolta si determina nel 1995 (poi ben codificata due anni più tardi): non è più sufficiente essere formalmente in fuorigioco, bensì è necessario che un giocatore sia coinvolto in maniera attiva nell’azione. Precisamente, l’attaccante deve interferire con il gioco, interferire con un avversario oppure ottenere un vantaggio dal trovarsi in quella posizione, e solo in questi casi è in fuorigioco. Scompare così il fuorigioco passivo e l’unico caso di fuorigioco sanzionabile è quello attivo, a tutto vantaggio, si capisce, di chi attacca.

La regola del fuorigioco

 

Più sostituzioni

Sostituire giocatori durante un incontro è una possibilità concessa agli allenatori in tempi abbastanza recenti: più o meno dalla metà degli anni Sessanta, mentre il primo utilizzo ai Mondiali risale a Messico 70. Può sembrare anomalo al giorno d’oggi poiché in effetti il divieto di effettuare cambi, vigente come detto nel passato, determinava squilibri ingiustificati in caso di infortunio occorso a un giocatore. Un calcio sempre più fisico e atletico necessita di più cambi a gioco in corso, per cui negli anni Novanta le sostituzioni, prima limitate a due, vengono aumentate: nel 1993 si aggiunge l’avvicendamento del portiere; dal 1995 diventano tre, indipendentemente dal ruolo del giocatore sostituito.

 

I nuovi casi di espulsione

Il ragionamento che sta alla base delle varie innovazioni in tema di espulsione è chiaramente individuabile nell’intento di garantire un gioco più continuo, armonico e piacevole a vedersi, tutelando quindi chi ha la palla nei confronti di chi pratica un gioco scorretto. Già nel corso della Coppa del Mondo del ’90, la Federazione internazionale fornisce agli arbitri l’indicazione di procedere con maggiore severità nel punire gli interventi fallosi: i cartellini aumentano in modo esponenziale, ma direttori di gara e giocatori dimostrano in svariati casi di non essere ancora pronti alle nuove interpretazioni. Poi si inizia a mettere mano al regolamento.

L’ironia alla regola di Paul Gascoigne

Nel 1990, ma ufficializzato solo nel ’91, è introdotto il concetto di condotta gravemente sleale, intesa come un intenzionale e fisico impedimento tramite mezzi scorretti (quindi un fallo di gioco o un intervento con la mano) nei confronti di un avversario coinvolto in una chiara occasione da rete. La conseguenza è l’espulsione del giocatore reo del comportamento gravemente sleale. La fattispecie viene spesso definita come fallo da ultimo uomo; in realtà, il fallo da ultimo uomo è solamente un caso di chiara occasione da gol, il principale ma non l’unico.

 

Nel 1993 vengono poi meglio codificati i casi di fallo in generale, e nel 1998 il fallo da dietro (nello specifico un tackle da dietro che costituisce un pericolo per l’avversario) viene inserito tra i gravi falli di gioco passibili di espulsione. In seguito qualsiasi tackle che metta in pericolo l’integrità fisica di un avversario dovrà essere punito come grave fallo di gioco, e quindi con il cartellino rosso. Con il tempo queste regole sono state mitigate, stante un atteggiamento arbitrale che si era spinto troppo oltre in termini di severità. Pertanto si è iniziato a valutare l’effettiva pericolosità delle entrate sull’avversario; inoltre nel fallo da ultimo uomo è d’obbligo prendere in considerazioni una pluralità di fattori, quali la direzione dell’azione, la probabilità di controllare il pallone, se altri difensori sono in grado di intervenire e il punto del campo in cui è stato commesso il fallo, e altresì l’espulsione in caso di contemporaneo calcio di rigore è diventata meno fiscale. Ma ormai il nuovo corso, riassunto nella precisa volontà di reprimere il gioco eccessivamente falloso – e quindi (almeno nelle migliori intenzioni, non sempre corrispondenti alla realtà) da un lato garantire maggiore probabilità di successo alle azioni offensive, e dall’altro implementare opzioni difensive non scorrette –, si è imposto.

Un esempio chiaro di “fallo da rosso”. Eppure qui, De Jong, non venne espulso

Capita quindi spesso di ascoltare le parole di ex campioni che, paragonando il loro calcio con le modalità di gioco in atto negli ultimi decenni, lamentano la circostanza di aver giocato in tempi ben più difficili per un fuoriclasse, e ne hanno piena ragione. È famosa la frase per la quale Gentile non avrebbe concluso le sue partite a Spagna ’82, con le regole attuali. È vero, ma l’impatto aggressivo del difensore azzurro non era assolutamente un caso isolato, anzi: anche i giocatori preposti all’attacco picchiavano parecchio in quegli anni, per adeguarsi allo stile di gioco imperante. O anche solo per sopravvivere.

 

Il retropassaggio volontario al portiere

Si parla in tal caso del cambiamento più radicale e gravido di conseguenze fra tutti quelli approvati, i cui effetti sono paragonabili, da solo, alla citata modifica della regola del fuorigioco approvata nel 1926. Nelle partite degli anni Ottanta era di uso abbastanza comune passare la palla al proprio portiere, che ovviamente raccoglieva la sfera con le mani, e lo si faceva per far ripartire un azione, per eludere la pressione avversaria, o anche solo far trascorrere il tempo o per un’evidente mancanza di fantasia e coraggio nell’indirizzare il pallone da un’altra parte. Tale pratica però iniziò a generare abusi. Al riguardo si può rivedere (ma non fatelo se avete modi migliori per passare il tempo) un Irlanda – Egitto giocata ai Mondiali del 1990, passata alla storia come una delle partite più noiose di sempre e monumento al retropassaggio volontario al proprio portiere.

 

L’evoluzione del portiere moderno passa attraverso le regole imposte al portiere d’una volta

 

Dal 1992 si cambia: il portiere non può controllare la palla con le mani in caso di passaggio volontario effettuato da un proprio compagno di squadra, o di rimessa laterale, salvo il passaggio sia effettuato con la testa o con il petto; se il portiere la prende con le mani, la sanzione è la punizione a due in area. Le relative conseguenze sul piano del gioco nel corso degli anni sono state tante ed è difficile riassumerle in questa sede. La difesa è stata obbligata a gestire diversamente la palla, a volte spazzando in angolo o in fallo laterale (in tal modo però si alimenta il gioco d’attacco avversario e quindi aumentano i rischi), ma in prospettiva il cambiamento regolamentare ha costretto gli uomini del reparto arretrato a migliorare le capacità di palleggio, gli scambi e le triangolazioni, quindi la disposizione in campo – addirittura l’impostazione dell’azione offensiva trae sempre di più la sua origine dalle retrovie e viene posta in capo ai difensori stessi o a un centrocampista che si abbassa.

 

Cresce l’importanza dell’uso dei piedi da parte del portiere, il quale potenzialmente diventa un altro giocatore in grado di gestire gioco. Diventano fondamentali il pressing e il gegenpressing (cioè il pressing che segue immediatamente la perdita del possesso). Tutto un mondo si è aperto attraverso una semplice modifica del regolamento, oltretutto accompagnata dalle altre correzioni di cui sopra.

Manuel Neuer, il portiere che ha rivoluzionato il ruolo del portiere

Ecco perché la finale degli Europei del 1992, giocata il 26 giugno allo Stadio Ullevi di Goteborg e vinta dalla Danimarca due a zero sulla Germania, può essere considerata a tutti gli effetti come un passaggio storico (e non solo, quindi, per l’inaspettato trionfo danese sui campioni del Mondo tedeschi). Al minuto ottantasette la nazionale danese batte un calcio di punizione dal cerchio di centrocampo; l’attaccante Polvsen si gira e calcia direttamente – e in modo esagerato anche per quegli anni, ma probabilmente hanno influito l’euforia dei danesi e lo scoramento dei tedeschi – verso il proprio portiere Schmeichel, il quale si abbassa e afferra il pallone con le mani. È forse l’ultima volta che si assiste a una scena di questo tipo su di un campo di calcio. Da lì in avanti una nuova era del gioco avrà inizio.


Foto di copertina: Shaun Botterill/Getty Images