Un club di plastica che non sa più neanche festeggiare.
Fischio finale e braccia alzate. Sorrisi, abbracci, pacche sulle spalle. Vola l’acqua spruzzata dalle borracce. Poi si torna negli spogliatoi, si stappa qualche bottiglia, si saltella al ritmo (sempre quello) di “Cam-peo-nes Camp-peo-nes olè olè olè”, si fa la foto di gruppo (sempre la solita) da postare sui social e si va a casa. Con un pensiero fisso nella testa: “Che stagione di merda”.
Anche quest’anno, infatti, il PSG ha trasformato un successo sportivo (la vittoria della Ligue 1) nell’ennesima fonte di frustrazione, di invidia, di malinconia, di incazzatura. Chissenefrega di ‘sta Ligue 1 o di aver superato una volta in più i rivali dell’OM (che peraltro li hanno eliminati agli ottavi nella Coppa nazionale). Chissenefrega del Nantes e del Nizza, del Montpellier e del Rennes, di Macron e della riforma delle pensioni. A Boulogne vogliono solo una cosa: lei, la Champions League. Ma lei anche quest’anno non ci sarà. Sarà lontana, a Istanbul, fra le braccia di qualcun altro.
Se il calcio è una metafora della vita, questa è la storia di un tormento amoroso di altri tempi, con un copione quasi imbarazzante nella sua banalità. Lui, ricchissimo e potentissimo, si invaghisce di lei. La vuole ad ogni costo. Fa di tutto per conquistarla, ma proprio di tutto. Cerca di indebolire i pretendenti privandoli delle armi migliori, sfoggia con clamorosa volgarità gli acquisti più costosi, alza la posta ogni estate. Per ingelosirla esibisce conquiste marginali, come appunto la Ligue 1, e vuole dimostrare al mondo intero che lei non è un’ossessione. Che lui è comunque un vincente. Stupidaggini infantili, alle quali nessuno crede. Lei lo sa. E sfugge. Sempre. Appare e scompare, bella e affascinante, proprio perché inafferrabile.
Solo una volta lui è stato a un passo dall’estasi. In uno degli anni più bizzarri per l’umanità, il 2020, lei era lì a Lisbona ad attenderlo. Sembrava che il momento fosse arrivato. Sembrava. Il sogno è durato 59 minuti. Ad infrangerlo, un tizio cresciuto proprio nelle giovanili del PSG: Kingsley Coman. Una beffa atroce. Ma non l’unica. Il rapporto fra PSG e Champions League è costellato di situazioni paradossali. Che dire del celebre 6-1 incassato a Barcellona (con due goal subiti nel recupero), dopo aver vinto 4-0 all’andata? E cosa pensare quando l’allenatore che hai esonerato (in panchina a Lisbona), va a vincere l’anno successivo quel maledetto trofeo da un’altra parte?
Se non fosse per la tracotanza economica, unita a scelte stupide o megalomani, ci sarebbe quasi da provare tenerezza per il PSG e per i suoi supporters, costretti a festeggiare vittorie che non importano a nessuno. A loro stessi per primi.
I “cugini” del Manchester City, altro club coperto dai miliardi petroliferi, almeno le vittorie devono sudarsele: ogni anno in Premier spunta qualcuno in grado di competere seriamente. Solo il Bayern in Germania vive una situazione analoga (tranne questa stagione dove i bavaresi hanno combinato cose “alla PSG”), ma 6 Champions in bacheca hanno comunque un potere calmierante sull’ansia da prestazione europea. Dal 2011, quando Nasser Al-Khelaifi ha preso in mano le redini del club, si può dire che almeno la metà del Gotha mondiale del pallone sia passato per Parigi.
Ripercorriamo velocemente la lista: è stato acquistato un gruppo di superstar del calibro di Ibrahimovic, Beckham, Thiago Silva, Sergio Ramos, Buffon, Dani Alves, Donnarumma, Cavani, Di Maria, Mbappé, Messi, Neymar. A questa prima fascia si può aggiungere la categoria dei giocatori di seconda fascia come Lavezzi, Verratti, Rabiot, Matuidi, Hakimi, Marquinhos, Icardi, Paredes, Navas. Senza contare poi gli acquisti di gente che non ha fatto alcuna differenza: Fabian Ruiz, Lo Celso, Trapp, Ben Arfa, David Luiz, Draxler, Pastore, Lucas Moura.
Idem con gli allenatori: eliminato subito Kombouarè (poco glamour) si sono avvicendati Ancelotti, Blanc, Emery, Tuchel, Pochettino fino ad arrivare al presunto sergente di ferro Galtier, naufragato già a fine inverno. Il principio di base, ad occhio e croce, era creare una riedizione dei vecchi Galacticos del Real, senza contare che quel gruppo di fuoriclasse lavorava in un club che emana tradizione perfino dalle bandierine del calcio d’angolo.
Quindi si è tentato di comprare parti singole di quel prestigio, pagandole come un qualsiasi Cartier in un centro commerciale di Doha. Messi, Neymar ecc ecc “ci insegneranno a vincere”.
No, non è andata così. Continua a non andare così. E dunque si è costretti a cantare “Campeones” negli spogliatoi con le lacrime dentro, sopportando lo scherno di tutti gli altri tifosi del mondo. Perché il PSG è riuscito nell’impresa di diventare antipatico anche non vincendo, senza riuscire a scrivere la storia perfino a livello locale. Il record di titoli consecutivi in campionato, infatti, resta al momento saldamente nelle mani dell’Olympique Lione, che ha trionfato 7 volte dal 2001 al 2008. Il PSG in Ligue 1 ha subito due battute d’arresto: nel 2017 (Monaco) e nel 2021 (Lilla). Ne mancano ancora 6, di stramaledetti campionati, per stabilire almeno un primato nazionale.
E come se non bastasse, la stagione si è conclusa con Messi punito per un viaggio in Arabia Saudita (fine dell’esperienza parigina per lui) e con Verratti e Neymar invitati dagli ultras locali ad andarsene. La condanna alla gioia forzata non finisce mai. C’est triste, non?