Demiurgo dello sport bolognese, lapidario a parole, vitale in azioni, primogenito acquisito per morte del fratello, il secondo che scalza il primo: un ordine d’arrivo che non si ripeterà. Civitella in provincia di Forlì ha il mangiare nel fisico e la politica nell’animo, la mensa di corpo e sangue che si consuma nel tempio a cui tutti lasciano l’obolo: l’osteria. In quella di Sante Arpinati si bivacca a vino rosso scuro e un socialismo poco più chiaro mentre il figlio del gestore, Leandro, si abbevera dei discorsi che l’adolescenza rende indigesti, età troppo frizzante per delle vettovaglie troppo stantie.

 

 

Il pane che scrocchia il diciassettenne Leandro lo trova a Torino nel 1909. Il fuoco di fabbrica liquefa la materia, il sindacato del dopolavoro forgia la forma: dal crogiolo esce un anarchico individualista che il padre richiama a sé, a Civitella, per svaporarne le idee. Ma non è il corpo gelato che toglie calore a quello bollente, è il contrario; la termodinamica non mente, Leandro non si pone neanche il dubbio. Il padre quindi accetta la fede del figlio prima di morire nel 1910, anno in cui Arpinati incontra e litiga con un socialista senza calvizie in vista: Benito Mussolini. Il giovane entra nella sua banda, diventa il front-man in molte risse, ne segue le variazioni sullo spartito socialista ma viene esentato dal grande tour europeo, la Grande Guerra la vive a Bologna.

 

 

Arpinati e la moglie Rina Guidi. Nel 1921 nasce Giancarla, unica figlia e autrice di due libri sul padre. (da Domenica del Corriere, inserto n.36 anno 1967; foto di proprietà dell’autore Diego D’Avanzo)

 

 

“L’interventista non intervenuto” si veste da scolaro, alle serali, per conoscere ciò che sente e sarà suo, Rina Guidi da subito e dopo poco Bologna intera; fuoco mansueto il primo ed indomito il secondo, somiglianti solo nel sopravvivere al loro custode. Mussolini genera poi il brodo primordiale dei fasci e Arpinati costruisce la scodella a quello bolognese, incandescente durante le gite squadriste, le mani le agita ma non se le scotta mai. Invece Palazzo D’Accursio e le province non resistono e diventano nere, si carbonizzano, Leandro salva dalle abrasioni solo l’amico socialista Torquato Nanni dopo la Marcia su Roma del 1922.

 

 

Una camminata che però Arpinati segue dalle mura di casa, quelle bolognesi, divincolandosi finalmente da un laccio politico che le nemesi interne ai fasci gli avevano stretto tempo prima. Leandro nei successivi tre anni diventa l’unico principe che tratta alla pari il Re, nel suo feudo usa solo carta bianca e la prima parola sul foglio risulta chiara: Sport. Lo sport tricolore nasce libero ma da solo, per strada, in cerca di genitori adottivi che passano ignorandolo.

 

 

I cattolici ne accarezzano il capo senza prendergli la mano, i socialisti la usano come indice o schiaffo. Il 15-18 rende quel bimbo libero un angelo scapigliato lunatico e non maritabile, il matrimonio con l’Italia lo pagherà il fascismo: divinità e vestiti non li sceglieranno i due sposi. Arpinati realizza la comunione dei beni tra Bologna e la sua gente, vogliosa di assaggiare gli sport che i Gruppi Rionali offrono: calcio, tamburello, scherma, tiro a segno, ciclismo. Senza nulla chiedere in cambio se non fedeltà, così come le nozze-modello impongono.

Serve un Leandro di campo: testardo, patriottico, onesto, brutale, vincente. Lui e Vittorio Pozzo diventano grandi amici.

Nel frattempo le umili vene di Leandro si tingono anche con il blu del Bologna, vincente nel campionato 1924/25, delle “cinque finali” o “delle pistole”, sicuro non quelle del suo futuro podestà. Perché le mani in pasta le aveva eccome, ma soprattutto per regolarne la forma. Difatti l’impasto si rimesta l’anno seguente, da Presidente FIGC fa uscire dal forno la Carta di Viareggio: blocco degli stranieri, riconoscimento dei “non dilettanti” e campionato unico. Tutto perfetto, da lontano. Le nolenti Americhe ci forniscono di “rimpatriati”, di “professionismo” non si parla nonostante ci si viva e l’unità del pallone italiano non fa tacere i campanilismi tra le città. Suonano sempre a guerra in campionato, Arpinati silenzia i batacchi senza toccarli, serve un Leandro di campo: testardo, patriottico, onesto, brutale, vincente. Lui e Vittorio Pozzo diventano grandi amici.

 

 

I frutti della Nazionale hanno il loro seminatore, quelli bolognesi stanno per avere il loro giardino, lo Stadio Littoriale. L’uomo nuovo necessita di più biomi nello stesso ambiente, Arpinati li condensa: calcio, atletica, nuoto, tennis, palestra e libri; l’Università d’educazione fisica è il primo albero della sua specie, la monocoltura socialista viene estirpata. Le radici architettoniche del Littoriale affondando invece nelle Terme di Caracalla, espatriano con Reno e Danubio per attingere dalle falde sotto stadi stranieri, rincasano poi in Emilia per rampicarsi sulle mura di Bologna: portanti proprio perché estetiche, a sorreggere un regime di apparenze complete. Le realtà ammiccate contano però 16.600.000 lire spese, troppe per non ruotare il cappello alle banche e puntare una pistola scarica ai commercianti.

 

 

Al minuto 1.04″ una suggestiva veduta della Torre di Maratona dello Stadio Littoriale, all’epoca nota anche come “Mole Arpinatiana”.

 

 

Un proiettile vola al contrario il giorno seguente l’inaugurazione del 31 ottobre ‘26, il quindicenne Anteo Zamboni attenta a Mussolini, lui resta integro, si buca solo la fascia. Della giovane punta emersa di una dietrologia rimane ciò che la folla lascia, molto poco. Le lingue si affilano su Arpinati, il Duce le smussa, lo nomina podestà: troppo utile per denigrarlo, abbastanza idolo per dubitarne. Poche le remore sul Bologna che incanta di facciata e scricchiola nello scheletro, è Arpinati ad alleggerirne il peso economico, Felsner organizza gli interni e Schiavio puntella i decori. Il loro gioco allunga la candela ma pochi vanno in processione, il Littoriale è una cattedrale rivolta ad una setta minuta. La messa all’ampio credo si celebra il 29 maggio 1927, Italia-Spagna è il giubileo, più pellegrini che panche in chiesa, più bocche che tortellini in brodo. Bologna è il vangelo. E chi non la imita, diventa apocrifo.

 

 

Del pallone fascista si esalta il sudare all’unisono mentre ruote, motori e ring asciugano la fronte con un alloro al singolo: Binda sulle montagne, Italo Balbo tra le nuvole, Primo Carnera addosso ai volti. Quello di Arpinati s’infiamma anche per le quattro ruote, Enzo Ferrari ne condivide la scintilla e il focolare, alimentato sull’Alfa di Leandro che “affrontava le curve, i sorpassi e il traffico come un toro nell’arena”. E lo stalliere del cavallino rampante, sa riconoscere un animale da strada. L’acqua invece raffredda Arpinati ma rinfresca Bologna nel ‘27, gli Europei dei giochi acquatici mostrano un’Italia che ha un bacino adatto ad ogni barca, reprime poi ogni falla rivoluzionaria con dighe dittatoriali. L’Europa si ben impressiona e apre i canali a nuove competizioni. Negli stessi giorni il Toro vince la corrida del campionato ma si è fatto prestare le corna dal torero, la coccarda andrebbe al Bologna che paga le origini del suo patrono in FIGC, lo Scudetto è nullo.

Il diabete del fascismo ripudia le scarpe strette come Arpinati e si abbandona alle pantofole di Starace, lasso e largo ai piedi del Duce. Leandro subisce le fedi politiche dei suoi accoliti, i baciamano non concessi e le frasi proferite: “L’Italia non è un feudo di Mussolini”

I paramenti di Arpinati aumentano, la parrocchia di Roma convoca nel 1929 il suo nuovo Sottosegretario all’Interno, che l’esperienza rende più coriaceo ma leggero. Inizia in punta di piedi e dopo i piedi l’impunta. Mussolini vuole le corporazioni collettive e gli avanzi dell’anarchismo di Arpinati puzzano, marciscono, nel piatto di un regime che cambia ricetta con ingredienti “comunisti”, cuoco e sous-chef ormai non concordano sul menu. Nel trambusto romano Arpinati dirige l’orchestra dello sport dal 1931, ora suona anche lo strumento del CONI; il crescendo dell’opera culmina nell’aria mondiale del ’34. Note pensate da Leandro ed eseguite nel ‘32 dal delegato FIFA Giovanni Mauro, pioniere ed eminenza variopinta del calcio italiano. L’atto finale, però, Arpinati non lo vede.

 

 

Il diabete del fascismo ripudia le scarpe strette come Arpinati e si abbandona alle pantofole di Starace, lasso e largo ai piedi del Duce. Leandro subisce le fedi politiche dei suoi accoliti, i baciamano non concessi e le frasi proferite: “L’Italia non è un feudo di Mussolini”. Arpinati ha lasciato un millimetro tra pollice e scarpa, e il 6 maggio 1933 finisce nel cestino. I ponti saltano, lui è un’isola da sorvegliare che si autosostiene con una sola macchina: l’Alfa Romeo gliela vende Enzo Ferrari e la Mille Miglia corsa nel ’27 gli ha lasciato un braccio anchilosato, più 200.000 lire d’assicurazione. Ci compra una fattoria fuori Bologna, a Malacappa, vi coltiva piante e vecchie amicizie; mal sopporta i pesticidi fascisti e sogna il Bologna, le Coppe Mitropa ‘32-34. Onirico è anche il Wunderteam austriaco, il suo pensatore Hugo Meisl gli fa visita durante il Mondiale ’34: discorsi da bar e segreti di Parlamento, il regime ascolta e si scuote, il terremoto fa crollare Arpinati.

 

 

Torquato Nanni, Arpinati e Tonino Spazzoli, esponente di spicco della resistenza romagnola (foto Fratelli Spazzoli)

 

 

Due anni di confino a Lipari spezzano le finanze e il cuore della moglie, una cardiopatia quasi la uccide. Arpinati torna per farla rifiorire, innaffia pure la fattoria, la seconda rinverdisce e la prima sboccia. Mai appassita è l’amicizia di Torquato Nanni, il socialista risparmiato, che ora scava un tunnel d’informazioni tra Resistenza e Arpinati. Si aiutano e fiutano a distanza negli anni, soprattutto perché l’odore di Bologna è di bombe, Malacappa sa di salvezza. Arpinati giostra i fascisti intorno a lui facendoli girare in tondo su cavalli partigiani, camuffati alla luce del sole, perché tanto i giovani fasci si accecano davanti alla sua presenza.

 

 

L’Armistizio di Cassibile annebbia pure il Duce che, dopo 10 anni, lo richiama alla sua destra, il destro però lo prende lui, a parole: “Sei un illuso, un prigioniero. Qua dentro siamo tre italiani: io, te e il maggiordomo.” La galleria con la Resistenza lo fa sbucare da Umberto di Savoia, gli espone i venti della resa ma il principe sventaglia solo false promesse. La guerra finisce, lui non scappa, adagiato in una posizione mediana, comoda solo per la sua coerenza.

 

 

Bologna è liberata, a Malacappa si è in giardino con la famiglia e Torquato Nanni. Arrivano dei partigiani, quattro uomini e due donne: “Chi è Arpinati?”. Si alza, fucile in fronte; Leandro sposta la canna con un dito: “Ragioniamo”. Un colpo in testa e tanti altri, ovunque. Muore anche Torquato Nanni. Moglie e figlia si salvano, le granate le avevano lasciate nel furgone. La madre di Arpinati assiste, immobile, all’ombra di una loggia davanti casa. La cognata urla: “Perché?”, la ragazzetta mora risponde: “Perché ha ucciso mio padre”. Era vero? Sì, chissà quale, tra i tanti.

 

 


Bibliografia:
-Leandro Arpinati, un fascista anomalo. [Brunella dalla Casa]
-Un Secolo Azzurro, cent’anni d’Italia raccontati dalla nazionale di calcio. [Alfio Caruso]
-Football and Fascism. [Simon Martin]
-Storia sociale del calcio in Italia, 1887-1945. [Antonio Papa, Guido Panico]
-Le mie gioie terribili. [Enzo Ferrari]