Cos’è il calcio senza il dolore che tallona la gioia sugli spalti? Un amore non corrisposto. Eduardo Galeano era categorico su questo: «Giocare senza tifosi è come ballare senza musica». Eppure, una danza priva di suoni esiste: y sin piruetas, un accumulo di piroette e capriole da far girare la testa. Una roba iberica non meno melensa e ipnotica del tiki taka. Il gioco rovente dell’atipica Serie A, in pratica.

 

 

Sfide come Lecce-Lazio, nel rettilineo finale della stagione, avrebbero fatto eruttare oltre ventiquattromila cuori di casa allo stadio Via del Mare. Ossigeno puro in grado di far scalare il Monte Bianco chiamato salvezza, per chi al dodicesimo uomo deve tutto. La rappresentazione sacra ci perde: una processione scevra di fedeli è blasfema. I calciatori sono rispediti tra le pagine più brucianti del loro romanzo di formazione: sembra di essere alle partitelle delle giovanili in cui i genitori si azzuffavano per il nulla.

 

 

Una cinquantina di presenti in tribuna centrale: venti giornalisti circa, tra loro s’arrampicano i più che simpatizzanti, pronti a sfidare dialetticamente le giacchette nere; trenta crani circa tra dirigenti delle società, calciatori squalificati e congiunti vari, intenti, nella parte femminile a sfoggiare mise da gran galà.

 

L’omaggio ad Ennio Morricone prima di Lecce-Lazio, l’unica vera emozione di questo scialbo calcio senza tifosi (Photo by Marco Rosi – SS Lazio/Getty Images)

 

 

Mi seggo nel box riservato ai match analyst: il vuoto delle sedie avvolge i miei sensi con tristezza. Durante il riscaldamento mi distraggo, guardando due pettirossi che costruiscono un nido poco sotto il tetto. Nemmeno il tempo di capire le basi dell’architettura ornitologica che una gazza ladra svolazza sui gradoni tanto cari a Zdenek Zeman: cerca una strategia per rubare i gioielli delle mogli dei dirigenti. È l’ennesima prova di come la fauna abbia deciso di riprendersi gli spazi fagocitati dall’uomo. Certo, ancora per poco.

 

 

Sta per aprirsi il sipario di una gara fondamentale per le sorti dello scudetto e della permanenza nel massimo torneo. All’esterno nessun tifoso, solo un cane randagio in cerca di cibo. Davanti alla TV migliaia di appassionati castrati, banditi dal re dei piaceri effimeri. Arriva un uomo vestito di nero, ha il colletto bianco, gli occhiali alla John Lennon, l’aria serafica, tutti lo salutano con garbo: è don Mauro, il parroco di Lecce. Tifoso sfegatato del lupo, elegante nella posa e nei modi: ha l’accredito per guardare la tesissima contesa al mio fianco.

 

Don Mauro, ieri sera, al Via del Mare per Lecce-Lazio (Photo Annibale Gagliani)

 

 

Mi stupisco della presenza della chiesa laddove l’entità corporea è ridotta all’osso. Da buon italiano non dovrei stupirmi: è il miracolo dell’eucarestia. Improvvisamente la prospettiva della mia serata cambia: guardo le trame coi suoi occhi, palpo l’annullamento di status che porta la passione calcistica, fino a determinare la sua metamorfosi per novanta minuti: ritorna bambino.

 

 

Ci commuoviamo insieme sulla passerella dei ventidue gladiatori: gli echi eterni di Ennio Morricone s’impossessano di ogni singolo filo d’erba del green carpet, rimbalzando nei nostri timpani. Pronti, via: Marco Mancosu controlla al volo dai venticinque metri, pochi passi in avanti, sfodera un sinistro al fulmicotone: 1-0 per il Lecce. Come non detto, arriva il VAR ad annullare un gesto tecnico sublime per un sospetto controllo di mano. Don Mario non ci sta, aveva saltato come un grillo pochi istanti prima, stringendo i pugni al cielo: «Lu problema è ca le regule valune sulamente pe’ nui e none pe’ l’auri». Anche in questo Lecce-Lazio.

 

 

Sul capovolgimento di fronte, il Lecce costruisce dal fondo come chiede il proprio mister, Fabio Liverani, eludendo il primo pressing avversario. Da un retropassaggio, l’estremo difensore, Gabriel, scivola, spianando la strada allo 0-1 di Caicedo. Il prete, stimato dalla Basilica di Sant’Oronzo al Duomo, invoca la strategia vecchia scuola, quella del suo caro oratorio, suggerendo il gioco alla viva il parroco: «disgraziati! Spazzatila!».

 

Fabio Liverani, raramente composto. (Photo by Marco Rosi – SS Lazio/Getty Images)

 

 

Don Mauro chiama ogni singolo calciatore per nome, quasi fosse un figliolo della sua parrocchia. Giunge le mani, guarda al cielo, cercando conforto. Ma in questa sede è Eupalla a dettare legge: nessuno scontro per gli altri dèi. Cerca di guidare il terzino Donati prima e lo stopper Lucioni poi nell’uno contro uno sul capocannoniere Ciro Immobile, consigliando un intervento perentorio, da football romantico: «ziccalu! Lassalu! Ziccalu! Stoccalu e lassalu an terra». Ingaggia un duello a distanza con Immobile, ritenuto maleducato poiché si rivolge all’arbitro Maresca non con il proverbiale “signore” ma con un “où Marè”.

 

 

Il Lecce pareggia grazie a uno spunto di Pippo Falco sulla destra: cross in mezzo e capocciata di Babacar: un nome gridato almeno dieci volte dal don sovrastando lo speaker. Prima del tè caldo, tocco di mani dubbio in area laziale: «Maresca mena fischia! Cittu Immobile, abbande». In due frasi la sintesi del vero tifoso al di là di qualsiasi aplomb politicamente corretto: don Mauro invita a fischiare l’arbitro un rigore rivisto al VAR, seppur dubbio; non accetta le proteste del numero diciassette biancoceleste, invitandolo ad andarsene. L’infallibile Mancosu parte con la sua solita rincorsa, al cardiopalma: passo cadenzato, saltello: alle stelle: «Marco, ma nun battere cussì, tanne capitu ormai».

 

Babacar e compagni festeggiano la rete del pareggio del Lecce. (Photo by Marco Rosi – SS Lazio/Getty Images)

 

 

Il prete leccese sente che i suoi possono completare l’impresa durante il secondo tempo: stringe forte un rosario nella tasca destra della giacca. Immagine che rimanda all’amore di Papa Francesco per il San Lorenzo de Almagro: chissà quanti rosari ha impugnato per raggiungere il campionato clausura del 2007. Don Mauro spinge con tutto sé stesso. Su un cross in area dalla sinistra di Mancosu per Babacar invita l’attaccante senegalese ad arrivarci con la mano: sarà la famigerata mano di Dio?

 

 

Il Lecce c’è, mette la freccia, sorpassa: su angolo pennellato da Saponara, l’incornata di Lucioni buca le ali di Olimpia. Nella mezz’ora successiva, la sofferenza da stimmate del parroco si alterna a scene nitide, grazie alla solitudine dello stadio. Tachtsidis e Meccariello a urlare ai compagni giallorossi dettami di marcatura, balzando sui seggiolini. Il presidente salentino Saverio Sticchi Damiani che manda un messaggio ai suoi per non mollare: «Lottiamo contro tutto e tutti».

 

 

Lo scontro di fuoco e fiamme tra un afono Liverani e la sua difesa, dopo lo sbagliato posizionamento della linea nel pieno di un’azione avversaria: «Dovete guardare la palla! Dovete guardare la palla!». Il Lecce difende il fortino con le unghie e coi denti, porta a casa una vittoria clamorosa, ma i calciatori sono felici a metà. La mancanza del tifo viene esemplificata dalla scelta dei protagonisti di casa di andare comunque sotto la curva nord a fine contesa, ponendo un ideale saluto.

 

Un desolato Milinkovic-Savic, dopo questo Lecce-Lazio i capitolini devono dire addio al sogno scudetto? (Photo by Marco Rosi – SS Lazio/Getty Images)

 

 

Don Mauro va verso la balaustra, dà una paterna carezza ai suoi ragazzi, li assolve automaticamente da ogni peccato compiuto. Li ringrazia per averlo fatto tornare uomo semplice ancora una volta, riallacciando il legame con il bambino che è dentro di sé. Il miracolo pagano si ripete puntualmente, come lo scioglimento del sangue di San Gennaro.

 

 

Cos’è il calcio senza la gioia che soppianta il dolore sugli spalti? Un amore platonico, mai carnale. Albert Camus fu chiaro, sembra un’altra epoca ma parla dell’oggi: «Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio». Il tifoso non è felice, il calciatore non è felice, il dirigente e il giornalista non si emozionano. Tutto scorre, panta rei: dentro e fuori dal tappeto verde ognuno fa il proprio dovere per garantire la sopravvivenza alla terza industria del Paese.

 

 

Ma un teatro senza spettatori in platea non è teatro. Il vento senza fronde da scuotere non è vento. Il calcio doveva finire ciò che ha iniziato, the show must go on. I colpi di scena non mancano, vedi le caterve di reti e rigori, ma il vuoto rimane: torneremo a scrivere imprecazioni in versi solo a catini pieni. Parola di don.