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4 Aprile

La leggenda di Cristiano Ronaldo

Gianluca Palamidessi

126 articoli
Juventus-Real Madrid senza storia. Ma la storia s'è scritta.

Dopo la partita di ieri sera, la celebre diatriba divisa tra i pro-Messi e i pro-Cristiano si è senz’altro alimentata di un nuovo, irripetibile, capitolo di storia. Chi scrive queste righe si è sempre schierato sul fronte dei primi, ma dopo ieri non è facile non cadere in tentazione. È accaduto qualcosa che esula dall’evento, non facilmente catturabile nell’istantanea post-gara né tantomeno nel video mandato in loop sui vostri schermi ormai da qualche ora. Chi c’era lo sa. Una sensazione di sbigottimento generale, di paura mista ad emozione e gioia, di incredibile sorpresa e venerazione, tutto questo è accaduto a chi ha visto, in diretta, il gol di Cristiano Ronaldo al minuto 64 di un Juventus-Real Madrid che, fino a quel momento, avrebbe avuto ancora qualcosa da dire. Ma dopo un simile gesto tecnico, ben poco è rimasto alla Juventus da dimostrare e a noi da scrivere.

 

La rete di Cristiano Ronaldo, di rovesciata, al povero e ormai stanco (senz’altro anziano) Gigi Buffon, sancisce con un’immagine destinata a frantumare il tempo degli uomini un talento senza precedenti nella storia del calcio. Perché di questo è giusto parlare. Cristiano Ronaldo è senz’altro il giocatore più forte che sia mai comparso sulla faccia della terra. Messi gioca solo uno sport diverso. Ma a calcio è Ronaldo ad indossare la corona.

La prima pagina della rosea, ieri, sempre meglio del “farebbe panchina alla Juve” di Sconcerti

“Mago Max, fallo sparire!”, e invece è il Real, e Cristiano, ad aver rimosso (anche questa è una sentenza) la Juventus dalle grandi del calcio europeo. Troppo facile parlar male del ciclo Juve, chiusosi ieri, miseramente, nel clima premonitore della pioggia tempestosa abbattutasi su Torino. Troppo facile sarebbe, allo stesso tempo, regalare alla Juventus l’alibi di aver dovuto fronteggiare un alieno sceso in terra, con la maglia numero 7. Pronti-via, il Real è già in vantaggio. Segna proprio il predestinato di Madeira, con una virgola mica male; eppure, a fine gara, cos’è quell’esterno al cospetto di quel volo e di quel calcio sferzante, sospeso nell’aria come solo gli dèi possono? Dopo il vantaggio Real, la Juve prova a reagire.

 

La vedi però; è stanca, senza una mente che lega il gioco (pesantissima l’assenza di Pjanic) e senza un incontrista (uno a caso, Blaise Matuidi) pronto a spendere se stesso per la difesa di una zona cruciale del campo, la trequarti. È lì che il Real buca e imbuca la Juventus. Con Isco, con Modric, con Kross (traversa) e con Kovacic sul finale (altra traversa). Addirittura, blocco permettendo, con Sergio Ramos, uno che in carriera ha vinto talmente tanto che ha ormai deciso di cambiare ruolo.

Il raddoppio di CR7 con il gol più bello della sua carriera (foto Emilio Andreoli/Getty Images)

La Juve c’è e non c’è, il Real non c’è ma c’è. Spieghiamoci. Quello che accade in Italia quando si affronta la Juventus, è capitato alla Juventus per due volte a distanza di pochi mesi, affrontata dal Real. Prima il 4-1 di Cardiff, poi il 3-0 di Torino, secco e privo di ogni altra interpretazione. La Juve giostra il gioco, prova a farlo perlomeno, il Real comanda il gioco, senza nemmeno provarci. Come spiegarsi tutto questo?

 

L’episodio del gol di CR7 al 64′ bolla col ferro e col fuoco un dominio europeo, quello dei blancos, sul quale piuttosto che interrogarsi bisognerebbe piegarsi. Perché quando conta, quando il peso della partita si avverte, la camiseta non sbaglia mai. Una squadra di fuoriclasse, nemmeno; di leggende. La Juve è una squadra forte, lo rimane anche dopo la batosta di ieri sera. Ma il Real è una squadra che va al di là del tempo, perché mitologica nel presente, storica nella storia.

L’uscita di Dybala dal campo dopo il cartellino rosso (foto Emilio Andreoli/Getty Images)

Sono molte le considerazioni che andrebbero aggiunte, una delle quali vira sulla crudezza della rosa a disposizione. La sensazione, da fuori, è che un solo giocatore ieri in campo per la Juventus potesse provare a parlare la stessa lingua degli eroi madrileni; da loro viene e con loro è cresciuto, Gonzalo Higuain. Inseriamo anche Chiellini, sperando che quella di ieri sia stata una macchia isolata all’interno di una carriera strepitosa. Non parlateci, ancora, di Dybala. Un’ingenuità del genere non è perdonabile, a questi livelli. Non parlateci più di Buffon, né di Barzagli. Bentancur deve crescere, direte. Sì ma Asensio, con appena un anno di differenza, ha già vinto più di quanto l’uruguaiano può sperare di ottenere di qui in avanti. Come ricreare, ora, un ciclo vincente? Già in passato la Juventus, per storia, società e tradizione, ha offerto al mondo intero lezioni di progettualità mostruose e visionarie, a medio e lungo termine.

 

Intanto l’Italia, però, con la Vecchia Signora, è morta definitivamente. Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali (proprio derivante dal girone con gli spagnoli), ora un’altra batosta. E che batosta. 0-3 a Torino. Speranze svanite, ma non pianti: applausi. È questa l’unica immagine che “salva” una serata disastrosa. L’inchino profondo dello stadio, la commozione e lo stupore del nemico di fronte a un gesto che ha messo tutti d’accordo. Perché di fronte alla Storia non rimane che inchinarsi. Come il Bernabéu di fronte a Del Piero, 10 anni fa. Così oggi lo Stadium, di fronte a Cristiano Ronaldo.


Foto di copertina: Giorgio Perottino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images

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