Sono strette le strade di Derry. Vicoli che gridano rabbia. Ai lati si ergono caseggiati bianchi e severi in stile impero ma anche altri, più scuri, d’arenaria rossa dagli angoli duri, taglienti. E poi pietre sul selciato umido che sembrano rotolare giù, verso le porte della città, abbracciate da fosche mura inespugnabili, i cui archi d’ingresso incorniciano le notti, e nella torre più alta lo scheletro di un cavaliere allenta l’ossea mandibola cercando vendetta. Questo è un luogo in marcia da quarantadue anni. Un cammino scritto attraverso pagine amare, intriso di lacrime, partito dalle alture di Creggan per giungere al quartiere operaio del Bogside per ottenere la giustizia negata, una lenta processione lungo Lecky Road, Rossville Street, Fahan. Entrate a Free Derry. Impattate le pupille sul murales simbolo della città. Una parete bianca specchiata nel verde del prato dirimpetto, su cui è scritto in nero: Ora stai entrando nella libera Derry. Fu realizzato alla fine di Columbus Street da John Casey subito dopo gli scontri del gennaio 1969 tra i residenti della zona che eressero barricate per impedire ai membri lealisti della Royal Ulster Constabulary, la spietata Ruc, di invadere le loro case. A fianco del dipinto di Casey ce ne è un altro: un ragazzo con la maschera antigas sul viso e in mano una bottiglia molotov pronta per essere lanciata, sullo sfondo agenti britannici avvolti dal fumo. Soltanto qualche passo e sull’erba tagliata di fresco s’innalza una statua a forma di H. La lettera triste e maledetta. Rigurgito scolpito dalla memoria dei blocchi del carcere The Maze di Belfast dove erano tenuti prigionieri i membri dell’IRA durante gli anni terribili dei Troubles. Una colonna di pietra dove scorrono come fosse sangue ancora fresco i nomi dei giovani che nel 1981 si lasciarono morire di fame per urlare al mondo il loro diritto di vivere in una nazione libera. Il primo, in alto a sinistra, è quello di Bobby Sands. E quando lo leggete, da qualche parte in Irlanda, canta un allodola e qualcuno parla in gaelico. Nel mezzo della scultura una mano imprigionata dal filo spinato regge una colomba: le ali aperte per volare via dal cemento. Via da qui, anzi no. Occorrerebbe seguirla con l’immaginazione e farla posare sul Boody Sunday Memorial. La Maledetta Domenica. Quattordici civili inermi, falciati dal fuoco e dall’odio cieco dei paracadutisti britannici. Tappatevi le orecchie e forse non li sentirete. Non sentirete quel rumore. Quello degli spari certo, ma anche quello cattivo, ferroso, e lugubre delle autoblindo foriere di terrore. Non sentirete più i soldati che fanno irruzione nelle case. Chiudete gli occhi e forse non vedrete più ragazzi presi prigionieri, vestiti solo di una coperta lisa, buona solo per morire di freddo. Caduti, solo caduti. Basta. La libertà alla fine dicono è uno stato mentale. C’è una scritta: “Nessuno qui, né da una parte né dall’altra vuole più la guerra”. Ma per superare ciò che è stato, quanto tempo dovrà passare. Servirà lo scorrere dei giorni, degli anni, delle generazioni?

Ireland 2010 - Northern Ireland - Derry - Bogside - Bloody Sunday Memorial

Il Bloody Sunday memorial

Ok Derry, giochiamo a calcio?

Possiamo incominciare da quello da tavolo se volete, o dalla musica.

My Favourite Cousine degli Understones, ovvio.

Il cugino, quello bravo, quello che fa l’Università a Londra, studia economia, matematica, fisica e bionica, che ti dice di essere sicuro di andare in paradiso attraverso la predestinazione protestante. Quello che ti batte sempre giocando a Subbuteo indossando la maglia odiosa del Chelsea. Fanculo lui e quelli come lui. Io mi metto la maglia povera del Derry e ti sparo un gol dentro la tua porta coronata. Uno a zero. Perché il Derry City qui è una fede, dal 1928, e per diamine ha anche vinto un titolo nazionale nel 1965 ottenendo il diritto di disputare la Coppa dei Campioni (solo che al secondo turno la Federazione calcistica nazionale dichiarò lo stadio di Brandywell privo dei requisiti minimi di sicurezza). Il dolce Brandywell, dove corrono i levrieri e in alto una collina in stile Spoon River si riverbera assorta sul panorama con le sue lapidi ormai consunte. Una decisione che indignò la città: perché nel primo turno nessuno si era posto il problema? Era chiaro che si trattava di una decisione politica, ipocrita, menzognera. Nel 1969 l’Associazione per i diritti civili nell’Irlanda del Nord iniziò una campagna contro il governo che produsse uno scontro trentennale tra filo-irlandesi e unionisti. Dato che lo stadio del Derry si trova nel Bogside molte squadre con tifosi a maggioranza lealista si rifiutarono di andarci a giocare. Chi lo faceva rischiava e non poco: il 12 settembre 1971, al termine dell’incontro casalingo contro il Ballymena United, hanno luogo tafferugli tra gli abitanti del posto e i tifosi ospiti del Ballymena intenti a provocare e cercare lo scontro. Lo ottennero. Anziché il proprio pullman si ritrovarono ai piedi un mucchio di lamiera contorta e plastica bruciata. Non passò molto tempo dall’incidente che la squadra del Linfield si rifiutò di lasciare Belfast per recarsi a incontrare il Derry nella sua tana.

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Il Brandywell in un apocalittico ma dolce pomeriggio nordirlandese

Parallelamente la polizia nordirlandese dichiarò insicura la città obbligando il club a giocare la maggior parte della sue partite casalinghe a Coleraine (di maggioranza unionista) a 30 miglia da Derry. E così, per ben 13 anni il Derry fu costretto a giocare quasi sempre in esilio fino a quando, grazie all’intermediazione della FIFA, riuscì ad affiliarsi alla Lega irlandese. Era il 1985 e i biancorossi rientrarono in possesso del loro stadio. Due anni di seconda divisione e il Derry farà il vuoto dietro di se. In gergo tennistico il grande slam, conquistando titolo, coppa nazionale e coppa di Lega. Siamo nel 1989, l’allenatore si chiamava Jim McLaughlin e il presidente Martin McDaid. Era una squadra saldata intorno a Felix Healy, longilineo attaccante dai baffetti curati che abitava in una di quelle case che si arrampicano, come un gigantesco bruco sui pendii gialli di colza, e lì scrisse una canzone sui Troubles bevendo Caffrey’s, mangiando Boxty e leggendo le poesie di William Yeats. In quel 1989, Patrick, il figlio piccolo di Felix Healy, indossò l’abito della mascotte durante la finale della Coppa d’Irlanda ed ebbe la gioia di esultare alla rete decisiva di suo padre segnata al Cork. Nel 1997 iniziò un buon, seppur breve, momento di successo per il Derry City. In quel periodo lungo gli argini morbidi del fiume Foyle che percorre la città, (dove non è raro trovare cartelli stradali oggetto di storpiamento toponomastico con la scritta Londonderry, voluta dagli inglesi dopo la plantation del 1613, cancellata e riportata alla sua originaria denominazione di “Doire” visto che a ben studiare la stessa Derry resta termine frutto di anglicizzazione dal gaelico), si celebrò la festa per un nuovo titolo nazionale ed altri trofei di Lega. Ciò nonostante agli albori del 2000 ecco seri guai economici che porteranno il club addirittura vicino al fallimento, una sentenza evitata da una commovente risposta popolare da parte dei tifosi che riuscirà a salvare il salvabile, rimettendo in linea di galleggiamento la società.

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Quando una squadra è simbolo di identità e riconoscimento per un’intera città

Qualcuno di voi ha visto giocare Patrick McCourt, per tutti Pat? Lo chiamavano Pelè per quanto era bravo. Un tipo biondiccio, messianico, barba incolta, capello anarchico e dribbling illegale. Quella maglia bianco e rossa a strisce di spessore variabile, l’ha indossata tre anni fra il 2005 e il 2008 prima di finire al Celtic. Si, perché in realtà in origine il Derry City indossava il celebre kit violetto dell’Aston Villa, ma a “Doire” o “bosco di querce”, era nato un certo Billy Gillespie che dal 1913 al 1932 aveva fatto le fortune dello Sheffield United. Quando quest’ultimo appese le scarpette al chiodo il Derry City in onore alla sua carriera e della sua disponibilità, mutuerà la divisa delle blades e la maglia diventò quella con le dolci candystripes. E se per caso non siete potuti andare a vederli giocare al Parco dei Principi di Parigi nel 2006 per una leziosa passerella di Coppa Uefa, di certo ogni anno potete andare a Derry e magari nel derby con il Finn Harps, sentirete cantare causticamente dalle ovaleggianti tribune dell’impianto di casa un motivetto sulle note di “You ‘re my sunshine”:

 

You are a culchie,

A smelly cuchie,

You’re only happy on market day,

Your ground’s a cow-shed,

Your fans are inbred,

You’re only sheep-shaggers from Ballybofey!